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La stangata è legge, e Berlusconi va a Salò

La camera approva definitivamente il decreto da 54 miliardi. Confindustria risponde che è inutile e «tutte-tasse». Pdl e Lega pronti alla riforma elettorale mentre Berlusconi vuole resistere fino alla fine e prova l’ultimo blitz contro i giornali e le intercettazioni. Il premier tranquillizza i suoi e assicura che presto la maggioranza si allargherà

Me ne vado, no resto. Da adesso in poi il leitmotiv di Fazio/Saviano scandirà ogni giorno fino alla fine della legislatura e oltre. Silvio Berlusconi deve decidere se continuare a governare costi quel che costi, oppure passare la mano prima del tempo e salvare il salvabile. Quale delle due opzioni preferisca, lo dimostra il nuovo braccio di ferro su giustizia e intercettazioni che fa passare in secondo piano il via libera definitivo della camera alla maximanovra di agosto.

La camera approva con 316 sì e 310 no il decreto da 54 miliardi (ma in tutto, cumulando i valori dei tre interventi estivi, superano i 130) e la prima cosa che fa Silvio Berlusconi dopo avere secondo lui messo in salvo l’Italia e l’euro è un incontro di tre ore con il ministro della Giustizia Nitto Palma.

Mentre fuori la polizia disperde la folla con i lacrimogeni, sui divanetti di Montecitorio non si parla d’altro che di Milanese e Lavitola. Della volontà di fermare le intercettazioni con un decreto legge, magari già subito, nel consiglio dei ministri convocato per le 20.
Berlusconi sale al Quirinale in una pausa dei lavori della camera per un vertice con Napolitano. Il tam tam cresce. Accanto all’aula, nella sala del governo, si riuniscono dopo pranzo tutti i big di Pdl e Lega: Tremonti, Alfano, Maroni e i capigruppo di camera e senato.

L’ipotesi del blitz sulle intercettazioni è un’evenienza su cui il Quirinale mantiene il massimo riserbo, nessuna conferma né smentita. Ma anche nessuno spiraglio. Non a caso Bonaiuti in serata nega che si possa fare subito. E anche il ministro della Giustizia sgombra il campo da un decreto-bavaglio che «manca di necessità e urgenza» e «non s’è mai fatto su una normativa processuale» (pacchetti sicurezza e anti-ultrà a parte, ndr). Nitto Palma conferma invece che il governo punta a una rapida approvazione della legge sulle intercettazioni del senato (quella in parte mitigata da finiani e Colle). Una misura che Berlusconi cerca invano da mesi e che forse non serve più, visto che a Bari venerdì sera, con ogni probabilità, i contenuti hard delle telefonate tra il premier e Tarantini fatte anche durante vertici internazionali diventeranno di dominio pubblico.

Il braccio di ferro con i pm deve ancora iniziare. Ieri il senato ha fatto come la camera e si è costituito di fronte alla Consulta contro i pm milanesi nel caso Ruby rubacuori alias «nipote di Mubarak».

Il premier non ha ancora deciso né se né quando presentarsi ai pm napoletani per il caso Lavitola. Un argomento su cui è rimasto muto sia di fronte ai cronisti sia, soprattutto, nella visita al Quirinale. Il 19 – dice Ghedini – sarà a Milano per un’udienza del processo Mills. Ma è quasi sicuro che pur di non farsi vedere in giro, il 20 e 21 settembre sarà a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni unite. Non confermata invece la voce di una imminente visita a Putin.

Il premier insomma è determinato ad andare avanti. Ai suoi avrebbe perfino assicurato che passerà «almeno due giorni a settimana alla camera» e presto tra 6 e 9 parlamentari passeranno con la maggioranza. Il gioco a rimpiattino contro le procure è solo uno dei binari su cui è incanalata la legislatura. Per Berlusconi è il più importante. Ma per tutto il resto del mondo – dal New York Times alla Bce, dall’Europa alla Cina, dal Pd alla Confindustria, da Moody’s alla Cgil – è invece la crisi il mostro da battere per cercare di sopravvivere. L’approvazione delle manovra, paradossalmente, non chiude ma apre il tempo delle scelte.

Se resta, cosa intende fare il governo? E se cede, che succede? A manovra appena approvata, il premier incassa un attacco durissimo di Emma Marcegaglia: «Il decreto non risolve i problemi. Al massimo va bene per i saldi ma non per i contenuti». Per la Confindustria è una ricetta «tutta-tasse», che non ha nulla per la crescita e anzi è depressiva, priva di interventi strutturali. Sullo sfondo, si staglia la cosiddetta «ricetta Profumo», la manovra shock da 400 miliardi fatta di svendite, condoni, patrimoniale e tagli alle pensioni. Marcegaglia oggi potrebbe incontrare Tremonti e i vertici delle banche (Abi) per un primo round di incontri riservati al ministero dell’Economia in vista di un nuovo decreto da chiudere a ottobre.

La sfiducia che questo governo ce la faccia davvero è generale. Boccia (Pd) avverte che nel caso (probabile) di downgrade del debito italiano da parte delle agenzie di rating Berlusconi dovrebbe farsi da parte e lasciare il campo a un governo «di responsabilità nazionale». Il caos regna sovrano. Il ministro Rotondi smentisce altri interventi. Il repubblicano Nucara conferma che bisognerà farne, e presto. I big del Pdl ripetono in aula i contenuti del piano anti-debito fatto di mega-privatizzazioni e sforbiciate alla previdenza. Calderoli insiste sulle riforme costituzionali e punta a una nuova legge elettorale porcata. Il governo approva sia un ordine del giorno firmato Scilipoti sul condono fiscale-edilizio sia uno del Pdl sui tagli alle pensioni.

Che cosa voglia fare la Lega è ignoto da mesi. Bossi in serata dice soltanto che l’unica cosa positiva della manovra è «aver fermato le richieste dell’Europa» sulle pensioni.

dal manifesto del 15 settembre 2011