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L'urto del pensiero

La società pornografica

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di PAOLO ERCOLANI

 

Mai come nell’epoca della «comunicazione» assurta a cifra portante, comportamenti, gesti, simboli e rappresentazioni in genere finiscono con l’assumere un significato centrale per comprendere il tempo presente.

In realtà bisognerebbe parlare più propriamente di «prossemica», ossia quella disciplina che studia gesti e comportamenti all’interno di una comunicazione (verbale o non verbale) con lo scopo di dedurne dei significati.

Gesti e comportamenti

Analizzata sotto la lente della prossemica, quindi concentrandosi su comportamenti, gesti, rappresentazioni e simbologie varie, la nostra si rivela a tutti gli effetti come la società della pornografia.

L’osceno diventa normale. La volgarità fisiologica. L’illecito talmente diffuso da risultare giustificabile.

Se la pornografia intesa nel senso comune più diffuso concerne la rappresentazione di immagini sessualmente provocanti e scandalose, la pornografia di cui sto parlando riguarda piuttosto la rappresentazione di gesti e comportamenti della quotidianità che dovrebbero risultare ripugnanti e contrari a ogni buon senso.

Quando invece, per le ragioni più diverse, questi gesti e comportamenti ci raccontano di un’etica comune, di un vivere collettivo e di un agire sociale forse irrimediabilmente affetti dal trionfo della volgarità, dell’illecito, dell’inconcepibile.

Gesti e comportamenti posseggono una forza rappresentativa che va ben al di là di tante parole. In quanto «segni» operati da chi li compie, si rivelano assai più «significativi» sia rispetto alla natura di chi li compie sia del contesto sociale in cui quei soggetti si trovano ad operare e prosperare.

Alcuni recenti fatti di cronaca possono tornare utili.

Per esempio Matteo Salvini che viene ripreso a fare il gesto dell’ombrello allo stadio, come uno scalmanato qualunque. La squadra avversaria sbaglia il calcio di rigore e, questo raffinato esponente della politica italiana (nonché nostro rappresentante a Bruxelles), si lascia andare a una furia volgare e «scemotta» rivolgendosi agli sconosciuti tifosi della squadra avversa.

La non-differenza fra politici e cittadini

Lo fanno tutti i tifosi di calcio, mi si potrebbe obiettare. Tutti no. Diciamo molti. E quindi? Il politico che si comporta come il cittadino medio (basso) dovrebbe essere per questo lodato o comunque compreso?

Il guaio è che nella società della pornografia assurta a cifra portante non ci si pone neanche più la domanda (e non ce la si pone da almeno un ventennio): «Ma che Paese è quello in cui un soggetto del genere arriva a ricoprire un posto di così alto rilievo? Potendo esternare le proprie idee in televisione un giorno sì e quell’altro pure? Avendo il potere di legiferare su tematiche delicate e indispensabili per la buona salute dell’Italia?».

Che credibilità e autorevolezza può mai avere questo signore, che magari fa la morale sulla famiglia «tradizionale» e discetta di islam e immigrati, quando poi si lascia andare a una furia da tifoso coatto senza neppure il buon senso minimo di chi dovrebbe considerare che fra i tifosi della squadra avversa potrebbero esservi suoi stessi elettori?!

Oppure vogliamo parlare di Giorgia Meloni, scaltra e strumentalizzatrice quando utilizza la propria gravidanza comunicandola al «Family day» (gravidanza concepita al di fuori della famiglia, per la cronaca), e ovviamente subito pronta a recitare la parte della vittima sacrificale quando il web la ricopre di insulti, rivelando peraltro quella medesima volgarità e violenza che non manca nel linguaggio (e nei comportamenti) degli stessi politici?

Pensiamoci bene: con quanti politici da almeno un ventennio avremmo dovuto e dovremmo porci la domanda fatidica. Ma i suoi gesti e comportamenti, il suo linguaggio, mostrano una personalità degna e adeguata agli altissimi e delicatissimi ruoli che gli sono stati conferiti?

Sono casuali lo sfascio e la degenerazione etica e morale di un Paese che non si pone più questa domanda da tempo immemore?

La responsabilità delle istituzioni «tradizionali»

Contemporaneamente, le cronache ci raccontano di un professore universitario divenuto tale nell’Ateneo in cui era Rettore il padre. Non pago di ciò, il soggetto in questione acquisisce l’abilitazione all’ordinariato grazie a testi in cui ha copiato passi interi del proprio maestro.

La commissione che gli ha conferito l’abilitazione, informata di questo fatto increscioso e squalificante, dopo aver preso visione della documentazione che attesta l’oggettivo lavoro di copia e incolla, decide di confermare comunque al soggetto in questione il più alto titolo di insegnamento accademico (professore ordinario).

Questo proprio mentre uno dei più prestigiosi matematici italiani, ordinario a soli 33 anni per oggettivi meriti scientifici, denuncia la scarsezza imbarazzante di finanziamenti per svolgere le proprie ricerche.

A questi episodi se ne potrebbero aggiungere in quantità assai rilevanti. La cronaca del nostro Paese sovrabbonda di nequizie che ne palesano l’ormai profonda radice pornografica.

L’aspetto tragico e comico allo stesso tempo (le due cose sono separate da un filo sottilissimo, come ci ha mostrato l’immenso Charlie Chaplin de «Il grande dittatore), è che questa stessa società molecolarmente pornografica, in una sua parte tutt’altro che irrilevante, vorrebbe ergersi a paladina etica e morale nei confronti di coloro che reclamando diritti sacrosanti (e riconosciuti in tutto il mondo civile) distruggerebbero la «famiglia tradizionale».

Senza farsi venire neppure il dubbio che quella stessa famiglia tradizionale, esattamente come l’intero sistema istruttivo ed educativo, la Chiesa, la politica sopra a tutti, porta sulle proprie spalle la responsabilità di un Paese che è degenerato allo stato pornografico.

In cui l’illecito è la norma (e viene persino premiato), in cui i politici e i sacerdoti che si ostinano a negare diritti a liberi individui uniti dall’amore sono proprio quelli che operano le peggiori schifezze al di fuori del legame famigliare, o quelli che di famiglie ne hanno tre o quattro (quando si dice lo zelo…), o non ne hanno mai avuta una perché l’istituzione di appartenenza lo vieta loro.

Tutti soggetti spesso e volentieri oscenamente impegnati, non si sa bene da quale pulpito immacolato e autorevole, a compiere nientemeno che l’atto sovrano di voler negare a-priori la felicità ad altre persone.

Mai come in questa epoca declinata pornograficamente, si è ampliato lo iato fra le belle parole, i pronunciamenti autorevoli (e autoritari), la morale e l’etica decantate teoricamente, a fronte di comportamenti e gesti concreti che invece esalano pornografia, oscenità, scandalo e miseria da tutti i pori.

E sia chiaro. Non sto parlando della pornografia legata al sesso (pornē: prostituta).

Bensì di quella pornografia che etimologicamente può essere fatta risalire al verbo «pornāo», che innanzitutto vuol dire vendere.

Una società che ha venduto l’anima non al Diavolo, bensì a Mammona.

Popolata in larga parte (e sempre di più) da individui disposti a vendersi al migliore degli offerenti: il mercato.

Che ci vuole tutti poveri di quegli orpelli inutili come la cultura, l’etica, la coerenza, l’autorevolezza del nostro pensiero libero e autonomo.

Attori tragicomici e scandalosi di un copione che non abbiamo scritto noi.

E che recitiamo a memoria senza neppure averlo letto e compreso.

  • Alex Favretto

    Articolo magnifico. Tragicomica è l’aggettivo perfetto per l’Italia di oggi. Complimenti.