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L'urto del pensiero

La scuola che non c’è (e di cui nessuno parla)

 

PASOLINI

Siamo un paese che affonda. E proprio in questi giorni tale situazione generale viene icasticamente raffigurata dalle inondazioni. Inondazioni che vorremmo attribuire alle bizze di un cielo selvaggio e improvvisamente incontinente, quando in realtà dovremmo guardare all’incuria di abitanti che non sanno custodire la terra che li ospita.

Un paese che affonda, su molteplici piani come avviene per il nostro, richiede diverse spiegazioni e la ricerca di specifiche cause. Ma ciò non toglie che si possa risalire a un’unica «colpa originaria», capace di produrre e alimentare quegli effetti che hanno distrutto l’impianto del nostro paese nei più diversi settori.

Si tratta di un’operazione neanche tanto complessa, in un epoca come la nostra in cui il regno incontrastato della teologia economica ha semplificato le dinamiche con cui funziona una società.

Provo a dimostrarlo in maniera semplice. Un paese che affonda richiede l’individuazione di molteplici responsabilità. La responsabilità delle classi politiche che si sono succedute, che almeno a partire dal 1989 non hanno saputo riconfigurarsi con la fine del vecchio mondo industriale, incapaci di disegnare nuovi manifesti ideologici e programmatici all’altezza di un mondo tremendamente mutato. La responsabilità delle classi imprenditoriali e produttive, anch’esse ferme a delle conoscenze e procedure che andavano bene per la cosiddetta costellazione nazionale, ma che si rivelano inadeguate e fallimentari nel mondo globale. La responsabilità degli intellettuali, certamente, incapaci anch’essi di leggere le trasformazioni del tempo presente e di indicare nuove strade da intraprendere, credibili e percorribili, per politici che fossero così forniti di una visione ampia e di una meta realistica verso cui condurre il proprio paese.

Si tratta di un dissesto che purtroppo è facile riscontrare ad ogni livello: geologi mediamente più scadenti, avvocati, medici, politici, amministratori, architetti, imprenditori, professori, artigiani e operai non in possesso del know-how richiesto per mantenere un paese al livello richiesto.

Lo vediamo tutti i giorni, quando ci imbattiamo in persone che non sanno fare (o che svolgono male) il proprio lavoro. Spesso queste persone ricoprono incarichi importanti e delicati, nei quali si possono fare cose buone ma anche produrre danni forieri di tragedie, come nell’esempio del dissesto idrogeologico da cui siamo partiti.

Il grido di dolore è sempre lo stesso: una classe dirigente inadeguata, una classe imprenditoriale non all’altezza, professori mediamente meno competenti e comunicativi, ma anche un popolo che non legge, non si informa, risulta generalmente disinteressato al bene comune e alla res publica.

Sembra un panorama desolato frutto di dinamiche quanto mai complesse. Ma non è così. O meglio, il panorama è desolato, sì, ma le cause che lo hanno prodotto non sono così complesse. A voler risalire a una fonte originaria di questo dissesto, possiamo persino individuare una causa sola, che poi produce e alimenta tutte le altre.

Quella causa ha un nome: scuola. Scuola intesa come luogo di istruzione e formazione delle future classi dirigenti e produttive di un paese. Scuola come luogo di educazione, etimologicamente «tirare fuori» (e-ducere) dagli individui quelle competenze che li renderanno adatti a impegnarsi nella società in vista dei propri interessi e quindi di quelli della società in cui vivono e operano.

Istruire rispetto alle nozioni fondamentali del sapere, formare il cittadino a dei saperi e competenze che lo rendano utile e produttivo, educarlo a un impianto etico e valoriale che gli impedisca di essere un fuorilegge, sono le tre stelle comete di una scuola pubblica e democratica, laboratorio e cantiere imprescindibile per la costruzione di una società quanto più libera e giusta.

Ora, è bene sapere che il modello che abbiamo appena descritto è quello di una società fondata sulla «polis», in cui ogni individuo e le sue attività e interessi non sono mai scollegati dalla dimensione pubblica in cui operano tutti gli altri, e in cui il bene e la crescita comuni sono vissuti come un fondamento imprescindibile per il bene e la crescita di ogni individuo. Il fatto è che, almeno a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, con pensatori come Friedrich Hayek e Milton Friedman (e governi come quello della Thatcher e di Reagan) è tornato in auge il liberismo. Ossia quel sistema che, volendo semplificare, vede nel mercato e nell’economia i soli fari in grado di illuminare il progresso delle società, e in seguito a ciò tende a diminuire quanto più possibile tutto ciò che è «polis» e ad accrescere e rendere fondamentale tutto ciò che è «oikos». Letteralmente «casa», volendo con ciò intendere una dimensione privatistica e comunque scollegata da questioni di interesse pubblico e di giustizia sociale, in cui si è interessati a far prevalere la «legge della casa» («oikos nomos»: economia) su quella della città.

Fra le tante vittime di questo mondo mutato in senso economico e votatosi quasi integralmente alle dinamiche e ai valori del mercato, la principale è proprio la Scuola, che in quanto pubblica, quando cominciò a essere istituita alla fine dell’Ottocento venne biasimata dai liberisti come «sinonimo di comunismo».

Si tratta di essersi votati anima e corpo a un «potere isterico» che in quattro decenni ha realizzato un’ «enorme mutazione», per ricorrere alle parole di Pasolini, ossia una vera e propria «rivoluzione antropologica» capace di generare in larga parte individui omologati nell’ansia frenetica di «produrre, consumare e vivere di conseguenza», all’interno di una «totalizzazione dei modelli industriali» con cui si è ottenuta la «conquista globale della mentalità» (P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano 1999, pp. 1526 e 1530).

Di tutto questo, è superfluo dirlo, ne paghiamo i danni in maniera compiuta proprio oggigiorno. Quella «conquista globale della mentalità» si è tradotta in cittadini del tutto dediti a «produrre ricchezza per consumare la vita». Una vita consumata non è propriamente una vita «vissuta» secondo i valori specifici di un essere umano, e soprattutto per una vita che deve essere consumata e non vissuta (perché questo ordina il dio mercato, regno della quantità e dell’uomo ridotto a mezzo per fini che non sono i suoi e non mirano al suo bene) questioni come la conoscenza, la competenza, il bene pubblico e la sfera sociale come luogo in cui posso essere riconosciuto dagli altri, diventano marginali e superflue. Anzi persino deleterie, nella misura in cui conservano nell’individuo quell’autonomia di giudizio e quello spirito critico che vorrebbero far scegliere a lui come e per cosa vivere, senza lasciarselo imporre dalla «scienza triste» (economia) che ci preferisce ridotti a monadi isolate e interamente votate a venerare divinità che non ci amano.

L’epoca della «polis» aveva bisogno della scuola per formare cittadini in grado di operare per il bene pubblico tanto quanto questa epoca dell’«oikos» di quella scuola non sa che farse e anzi la ritiene dannosa. Preferendo sostituirla con surrogati divertenti e disimpegnanti in cui il momento della formazione e dell’educazione è del tutto assente.

Questo era il sogno dei liberisti e dei sacerdoti del mercato, ma è forse di una qualche importanza sapere che questo era anche il sogno di Pinocchio.

Arrendersi a tutto ciò significa condannare un intero paese e il suo popolo all’irrilevanza e a una sopravvivenza che ci vedrà spegnerci magari lentamente, ma comunque inesorabilmente. Sarebbe sciocco e disonesto non ammetterlo per accontentare quelli che ritengono che l’ottimismo e la fiducia sono strumenti indispensabili per rilanciare un paese (quando invece sono anch’essi fenomeni legati più ai mercati che alla vita sociale).

Ecco perché di fronte alle comprensibili disperazioni per le tragedie che ci colpiscono, non ultima quella di Genova e Parma allagate dalle incompetenze diffuse, vorremmo vedere un governo che non si limita a dire che invierà soldi. Vorremmo un governo che capisse fino in fondo il dramma sociale di un paese che ha distrutto la scuola e con essa l’idea stessa per cui è centrale la formazione di saperi, competenze ed educazioni diffuse presso il popolo che quel paese lo abita. Accanto alle tante riforme pur importanti, caro Presidente Renzi, quella della scuola si rivela la più essenziale e fondamentale di tutte, quella senza la quale le altre non serviranno a nulla. E non si tratta di una riforma risolvibile soltanto con i soldi, trovando i famigerati denari derivanti dal taglio di qualche altro diritto fondamentale, come la mentalità conquistata dal dio mercato le fa dire a ogni pie’ sospinto. Ci si dovrà occupare della qualità, e sulla base di questa lavorare per una riconfigurazione generale dei programmi e dei saperi da diffondere, delle modalità con cui farlo e della formazione di professori veramente adatti allo scopo (e che non occupano cattedre scolastiche o universitarie per meccanismi che hanno a che fare più con gli automatismi e i potentati alle spalle che con il merito). Perché a un paese di Pinocchi gli puoi dare tutti i soldi che vuoi (e che peraltro non abbiamo), ma quello rimarrà sempre il paese dei balocchi. Insomma, affonderemo ridendo, scherzando e giocando. Ma affonderemo!

  • Comes Carolus

    Ma per favore…vogliamo parlare di scuola in maniera competente? Vogliamo tirare fuori le vere cifre del fallimento invece di sproloquiare su soldi e meriti? In cinque anni i fondi per la lotta alla dispersione scolastica sono stati ridotti ad un terzo ed abbiamo la scuola europea con il record degli abbandoni dopo la scuola media…e per fortuna che fin lì ancora si riesce a tenere gli alunni in classe…alla faccia di chi chi dice che è “l’anello debole”. Cosa ha prodotto l’INVALSI? Solo devastazione, solo incremento di nozionismo, solo l’ennesimo apparato burocratico autoreferenziale.
    Ancora vogliamo parlare di riforma scolastica quando le riforme scolastiche a costo sotto zero si sono ridotte soltanto a raschiare e a sfondare il barile della decenza? Fino a 20 anni fa la nostra scuola funzionava egregiamente, in particolare la primaria era un modello di eccellenza in Europa e nel mondo. Da quando è incominciato il furore riformista di chi non ha mai messo piede in una classe, siamo ridotti alle macerie della scuola italiana, con persino i tetti delle scuole che crollano in testa agli alunni e ai docenti. Le ultime scuole decenti costruite in Italia risalgono al ventennio fascista o al quarantennio democristiano. Dopo è iniziato l’accorpamento e l’accoppamento scolastico.
    E adesso ci mancavano giusto i filosofi a pontificare sui programmi e sulla formazione dei professori. Professori che, per quanto possano essere maltrattati, godono tuttora la fiducia statistica dell’opinione pubblica ben più dei preti e dei giornalisti e ovviamente dei politici..una ragione ci sarà pure…no?
    E allora venite in piazza con gli studenti e i professori a reclamare la fine di questo accanimento falsamente riformista. A reclamare quello che altri già hanno in Europa da tempo: una scuola normale, con stipendi, orari ed impegni nella norma europea. Qui l’unico vero automatismo esistente è quello che fa restare un politico al suo posto per decenni senza che possa mai farsi da parte. Lo avete sperimentato con Berlusconi, e vedrete che con Renzi le cose non cambieranno affatto. Davvero strano un paese in cui a reclamare il merito sono proprio coloro che non meritano che di andarsene e..una volta per tutte.
    Tutta gente palesemente incapace di amare questo paese, pensate un po’ se può riformarlo
    Che diceva Pasolini della scuola?
    “Può educare solo chi sa cosa significa amare.”
    Vedete un po’ se può insegnarcelo l’ultimo pifferaio di turno che ama solo la sua poltrona.

  • Guest

    Ma per favore…vogliamo parlare di scuola in maniera competente? Vogliamo tirare fuori le vere cifre del fallimento invece di sproloquiare su soldi e meriti? In cinque anni i fondi per la lotta alla dispersione scolastica sono stati ridotti ad un terzo ed abbiamo la scuola europea con il record degli abbandoni dopo la scuola media…e per fortuna che fin lì ancora si riesce a tenere gli alunni in classe…alla faccia di chi chi dice che è “l’anello debole”. Cosa ha prodotto l’INVALSI? Solo devastazione, solo incremento di nozionismo, solo l’ennesimo apparato burocratico autoreferenziale.
    Ancora vogliamo parlare di riforma scolastica quando le riforme scolastiche a costo sotto zero si sono ridotte soltanto a raschiare e a sfondare il barile della decenza? Fino a 20 anni fa la nostra scuola funzionava egregiamente, in particolare la primaria era un modello di eccellenza in Europa e nel mondo. Da quando è incominciato il furore riformista di chi non ha mai messo piede in una classe, siamo ridotti alle macerie della scuola italiana, con persino i tetti delle scuole che crollano in testa agli alunni e ai docenti. Le ultime scuole decenti costruite in Italia risalgono al ventennio fascista o al quarantennio democristiano. Dopo è iniziato l’accorpamento e l’accoppamento scolastico.
    E adesso ci mancavano giusto i filosofi a pontificare sui programmi e sulla formazione dei professori. Professori che, per quanto possano essere maltrattati, godono tuttora la fiducia statistica dell’opinione pubblica ben più dei preti e dei giornalisti e ovviamente dei politici..una ragione ci sarà pure…no?
    E allora venite in piazza con gli studenti e i professori a reclamare la fine di questo accanimento falsamente riformista. A reclamare quello che altri già hanno in Europa da tempo: una scuola normale, con stipendi, orari ed impegni nella norma europea. Qui l’unico vero automatismo esistente è quello che fa restare un politico al suo posto per decenni senza che possa mai farsi da parte. Lo avete sperimentato con Berlusconi, e vedrete che con Renzi le cose non cambieranno affatto. Davvero strano un paese in cui a reclamare il merito sono proprio coloro che non meritano che di andarsene e..una volta per tutte.
    Tutta gente palesemente incapace di amare questo paese, pensate un po’ se può riformarlo
    Che diceva Pasolini della scuola?
    “Può educare solo chi sa cosa significa amare.”
    Vedete un po’ se può insegnarcelo l’ultimo pifferaio di turno che ama solo la sua poltrona.

  • Antonella Andreotti

    Articolo… Splendido! (Y) (Y) (Y)

  • Francesco Mascio

    articolo molto interessante e analisi direi lucidissima…ma gli manca
    qualcosa di ancor più fondamentale…non ci potrà mai essere alcuna vera
    ed “efficace” riforma della Scuola, se prima un numero più ampio
    possibile di persone non acquisirà una nuova e profonda consapevolezza
    di sè, del proprio valore e delle proprie energie, indipendentemente
    dall’ambiente nel quale gli toccherà crescere e diventare “adulto”, e
    questa consapevolezza non te la da tanto la scuola, ma la vita…ecco,
    il nodo fondamentale non è la scuola, è l”educazione”, dove per
    educazione si intende educare a vivere e a stare nel mondo, riuscendo a
    realizzare sè stessi in armonia con gli altri…è vero che questa è
    l’epoca dell’ “oikos”, che si può “contrapporre” a una precedente epoca
    della “polis”, ma è anche vero che pure quell’epoca, pur essendo per
    molti aspetti più “vivibile” di questa, portava in sè il tarlo
    dell’inconsapevolezza, e di “metodi educativi” per lo più “errati” e
    portatori di guasti…che educare è una faccenda molto più complicata di
    quella che può sembrare…chiunque si metta in testa la “follia” di
    mettere al mondo un figlio (che purtroppo di sti tempi ci vuol
    coraggio), dovrebbe prima chiedersi: come tenterò di educarlo, quali
    sono i miei pensieri, le mie angoscie e paure ecc…che l’amore non
    basta, ci vogliono pure conoscenza e consapevolezza, altrimenti ti può
    andare più o meno bene, o anche male, e alla fine non saprai manco cos’è
    successo e com’è successo

  • Stefano Tufi

    Il suo titolo è Pasolini, Pinocchio e la scuola che non c’è, (e di cui nessuno parla)…non mi va di strutturare un discorso lungo, la mia pigrizia me lo impedisce, poi per parlare della scuola, figuriamoci. Mi limiterò a “linkare” 3 cosette…al riguardo di questo articolo…
    1) Pasolini:
    Corriere della Sera, 18 ottobre 1975
    Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo

    “…Si lamenta in Italia la mancanza di una moderna efficienza poliziesca contro la delinquenza. Cioè che io soprattutto lamenterei è la mancanza di una coscienza informata di tutto questo, e la sopravvivenza di una retorica progressista che non ha più nulla a che fare con la realtà. Bisogna oggi essere progressisti in un altro mondo; inventare una nuova maniera di essere liberi, soprattutto nel giudicare, appunto, che ha scelto la fine della pietà. Bisogna ammettere una volta per sempre il fallimento della tolleranza. Che è stata, s’intende, una falsa tolleranza, ed è stata una delle cause più rilevanti nella degenerazione della masse dei giovani. Bisogna insomma comportarsi, nel giudicare, di conseguenza e non a priori (l’a priori progressista valido fino a una decina d’anni fa).
    Quali sono le mie due modeste proposte per eliminare la criminalità? Sono due proposte swiftiane, come la loro definizione umoristica non si cura minimamente di nascondere.
    1) Abolire immediatamente la scuola media dell’obbligo.
    2) Abolire immediatamente la televisione. Quanto agli insegnanti e agli impiegati della televisione possono anche non essere mangiati, come suggerirebbe Swift: ma semplicemente possono essere messi sotto cassa integrazione.
    La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell’autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un’altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d’obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento che è una degradazione è delittuoso: perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza. Certo arrivare fino all’ottava classe anziché alla quinta, o meglio, arrivare alla quindicesima classe, sarebbe, per me, come per tutti, l’optimum, suppongo. Ma poiché oggi in Italia la scuola d’obbligo è esattamente come io l’ho descritta (e mi angoscia letteralmente l’idea che vi venga aggiunta una “educazione sessuale”, magari così come la intende lo stesso “Paese Sera”), è meglio abolirla in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo. (E’ questo il nodo della questione).

    Quanto alla televisione non voglio spendere ulteriori parole: cioè che ho detto a proposito della scuola d’obbligo va moltiplicato all’infinito, dato che si tratta non di un insegnamento, ma di un “esempio”: i “modelli” cioè, attraverso la televisione, non vengono parlati, ma rappresentati. E se i modelli son quelli, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? E’ stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo), concluso l’era della pietà, e iniziato l’era dell’edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore).
    Ora, ogni apertura a sinistra sia della scuola che della televisione non è servita a nulla: la scuola e il video sono autoritari perché statali, e lo Stato è la nuova produzione (produzione di umanità). Se dunque i progressisti hanno veramente a cuore la condizione antropologica di un popolo, si uniscano intrepidamente a pretendere l’immediata cessazione delle lezioni alla scuola d’obbligo e delle trasmissioni televisive. Non sarebbe nulla, ma sarebbe anche molto: un Quarticciolo senza abominevoli scuolette e abbandonato alle sue sere e alle sue notti, forse sarebbe aiutato a ritrovare un proprio modello di vita. Posteriore a quello di una volta, e anteriore rispetto a quello presente. Altrimenti tutto ciò che si dice sul decentramento è scioccamente aprioristico o in pura malafede. Quanto ai collegamenti informativi del Quarticciolo – come di qualsiasi altro “luogo culturale” – col resto del mondo, sarebbero sufficienti a garantirgli i giornali murali e “l’Unità”: e soprattutto il lavoro, che, in un simile contesto, assumerebbe naturalmente un altro senso, tenendo a unificare una buona volta, e per autodecisione, il tenore di vita con la vita.”

    Pier Paolo Pasolini”
    (Questo a parer mio delinea un errore giornalistico piuttosto grave, la strumentalizzazione della riflessione di un pensatore senza citare o riportare il pensiero di quello stesso pensatore sul tema che lei affronta, che peraltro in questo caso sarebbero in antitesi).

    2) Pinocchio:
    Pinocchio, non per volontà dell’ autore ovviamente, è il dramma della sconfitta dello spirito libero difronte alla morale piccolo-borghese, le consiglio se ha tempo il Pinocchio di Carmelo Bene. Magari ce ne fossero in Italia di Pinocchio, io vedo solo Gatti e Volpi.

    3) Sulla scuola:
    Sa benissimo che contro la scuola potrei gettarle addosso miliardi di riflessioni di illustri pensatori, poeti e intellettuali moderni, forse sarebbe meglio dire post-moderni, che ne sottolineano la stupidità intrinseca. Non le faccio la lista perché sa benissimo che sarebbe troppo lunga. Mi limito solo a citare un discorso di Carmelo Bene, che esemplifica e disvela in maniera perfetta il ruolo e l’essenza della scuola: https://www.youtube.com/watch?v=FN-e_DWyCU0…

  • Comes Carolus

    E poi..scusate..ma in quale “paese normale” si “regalano” 80 euro a tutti “a prescindere” da meriti e bisogni?
    Solo in quello “dei balocchi”…o del “panem et circenses”…

  • Comes Carolus

    Nella polis l’educazione si chiamava paideia, come dice il nome stesso, aveva come “centro” il pais – paidos: il fanciullo (il figlio della polis). Adesso il “centro” è il quiz e non sorprende che a governare ci sia un esperto del settore.

  • Francesco Mascio

    interessante…ma quello che dico io è che anche al tempo della “polis” i metodi educativi, sia in ambito familiare che scolastico, erano errati

  • Marco

    Uh, si, ma non è che prima dei tagli della Gelmini la scuola funzionasse bene.

  • Comes Carolus

    certamente, anche a quei tempi il sistema educativo non prendeva in considerazione tanto l’evoluzione psicofisca dell’alunno o del fanciullo, ma principalmente il ruolo che doveva assumere nella polis. Un principio, in ogni caso resta valido, ieri come oggi, e cioè che l’educazione sia qualcosa che interessa e di cui ha cura la comunità, nei suoi diritti e doveri, più che essere affidata ai mercati ed al loro plusvalore.

  • Comes Carolus

    niente funziona bene se non si investono risorse, ma si sottraggono (ovviamente controllando scrupolosamente che non vadano sprecate) I primi a sottrarre risorse alla scuola pubblica (in spregio alla Costituzione) e a dirottarle verso quella privata, tuttora senza alcun controllo di qualità né di merito, e bocciata dall’OCSE, sono stati i governi di centrosinistra e fin dagli anni 90.

  • Francesco Mascio

    siamo perfettamente d’accordo!

  • Ivan Kralj

    Siccome sia nell’articolo e, anche nei vostri commenti qui presenti, si fa riferimento alla scuola e all’istruzione, vorrei sapere da voi, per capire un po meglio, cosa intendete con questi due termini.
    Se qualcheduno ha voglia di rispondere continuerei volentieri la conversazione!

  • NonVoto NonVoto

    Visto che parliamo in greco, ‘scuola’ deriva da ‘scholé’ che in principio significava…’tempo libero’. Strano, eh? Poi, lentamente, è diventato quel posto che viene indicato, sui moderni e democratici segnali stradali, con dei bambini che corrono via il più velocemente possibile, mano nella mano: e ci sarà pure un motivo. Il problema è che o nella polis, o nella oikos, la scuola è sempre servita per “forgiare” cittadini, persone, personalità, in base a valori, principi, costituzioni, eccetera, che non vengono stabiliti di comune accordo con chi è protagonista dell’apprendimento: lo studente (bambino o meno che sia). Invece di essere un luogo di strumenti utili e di guida alla conoscenza, in base agli interessi personali, è sempre stato un luogo dove vige l’accreditamento, il voto, l’esame, una fabbrica di sapere dove il sapere utile è già predisposto in base alla compatibilità di un mondo (economico, politico o simile) al quale quella persona deve corrispondere. In pratica, la conoscenza non deve servire alla critica del mondo attuale, ma alla sua conservazione. Quante volte abbiamo affermato che “la scuola deve preparare al mondo che verrà”, è uno studente “preparato”. Invece no: la scuola deve minare la realtà, la deve possedere fin nei suoi limiti, deve preparare alla modifica al cambiamento, al miglioramento. Coi mezzi tecnologici di oggi, la creazione di percorsi individuali di sapere, con al centro dei nuclei di interesse basati sulle intelligenze preponderanti nell’individuo, e col supporto di guide sui metodi, sui materiali, sui percorsi (questo dovrebbero essere i docenti: delle guide), sarebbero efficacemente attuabili. Poi, il mondo lo faranno le persone. Ma no, troppo difficile, troppa libertà: si preferisce chiudere in cella per ore ragazzi, promuovere o bocciare, esaminare, “scolarizzare” (che brutto termine), abilitare – pardon, si preferisce “preparare”.

  • Marco de Angelis

    IL Manifesto di Ercolani ha il merito di far riflettere sulle cause dell’attuale crisi italiana, ma individua una causa del tutto sbagliata: la scuola. Se c’è una cosa che in Italia funziona meglio anche della Germania ( e di molto) è la scuola. Sono stato per anni insegnante nelle scuole tedesche, come anche in quelle italiane, per cui so quel che dico. Non è questo il luogo dove spiegare perché la scuola italiana sia assolutamente leader a livello europeo ma probabilmente anche mondiale. Lo farò, se lo vorrete, in altro luogo. Ma se l’Italia non è ancora affondata è proprio perché un’ottima cultura media del popolo, fornita appunto dalla scuola, lo ha impedito, nonostante i veri drammi del paese, che sono ben altri. Li indico velocemente qui: anzitutto il NEPOTISMO FAMILIARE. L’Italia è il paese dei figli di papà, persone spesso (non sempre, naturalmente, ma spesso) incompetenti che però occupano le posizioni dirigenti, alle quali arrivano con concorsi truccati. Potrei fare molti, ma molti nomi, lo evito per ovvi motivi. Ma andatevi a leggere i cognomi di chi occupa posti dirigenziali nelle università, negli ospedali etc. etc. e ci troverete oggi gli stessi cognomi di ieri e domani gli stessi di oggi. I posti dirigenziali pubblici sono praticamente ereditari e preclusi a gran parte dei veramente meritevoli. Questi ultimi o emigrano (ed hanno successo nei paesi dove il nepotismo non c’è, tipo Germania, Francia, GB, USA) o, per restare in Italia, esercitano professioni inferiori alle loro competenze o ancora se arrivano a qualche buona occupazione, ci riescono pochi anni prima della pensione, quindi non riescono ad aiutare con le proprie competenze il nostro paese. In secondo luogo, il NEPOTISMO POLITICO, ossia il fatto che i partiti occupano quelle posizioni dirigenziali non occupate dal nepotismo familiare, per cui i meritevoli, che non si sono venduti ad un partito, ma conservano la propria indipendenza intellettuale, anche in questo caso non hanno nessuna possibilità di pervenire a tali posizioni. Sono questi due fattori che da sempre, ossia almeno dal secondo dopoguerra, ma, credo, anche prima, bloccano il nostro paese rallentandone lo sviluppo. La scuola non c’entra proprio nulla, anzi grazie ad essa in qualche modo l’Italia comunque fino ad oggi ce l’ha fatta. Ma c’è un altro fattore che è la causa della situazione italiana: l’immobilismo degli intellettuali, in primis dei filosofi (categoria di cui fa parte anche il sottoscritto come Ercolani). Questi infatti sono stati per decenni a guardare, preoccupati soltanto di fare quel briciolo di carriera che i due tipi di nepotismo gli hanno lasciato fare e pur di prendersi un pezzettino piccolo piccolo della torta, hanno lasciato fare, molti di essi ben comprendendo che così l’Italia non avrebbe mai potuto decollare come paese moderno. Quindi dico qui chiaramente ad Ercolani che lui è corresponsabile come lo sono io. Non bisogna mai sparare sugli altri, ma su se stessi. La scuola funziona, e l’università che è un macello, questo Ercolani lo sa benissimo. I concorsi per entrare nelle scuole sono regolari, quelli universitari truccati. Dunque spariamo sull’università, su noi stessi. Che la filosofia sia di esempio agli altri e riorganizzi se stessa come MERITOCRAZIA TRASPARENTE. iniziando a denunciare i casi di chiaro NEPOTISMO ACCADEMICO. Che la filosofia inizi a fare pulizia dentro le proprie righe, per poi intimare agli altri da farla nelle loro. Solo così l’Italia potrà ripartire. Il pesce, come si sa, puzza dalla testa. Ma la testa di un paese sono i suoi intellettuali, in primis i filosofi. Quindi l’Italia puzza a partire dalla classe dei filosofi. Merito di Ercolani è quindi l’aver redatto questo manifesto, ma ha completamente sbagliato nell’individuare il bersaglio del suo attacco. Sono disposto ad un confronto aperto con lui (Marco de Angelis, a 55 anni ancora assegnista di ricerca, dopo 25 anni di lotte accademiche nella corrottissima università italiana, in particolare partenopea).