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L'urto del pensiero

La scuola che non c’è (e di cui nessuno parla)

 

PASOLINI

Siamo un paese che affonda. E proprio in questi giorni tale situazione generale viene icasticamente raffigurata dalle inondazioni. Inondazioni che vorremmo attribuire alle bizze di un cielo selvaggio e improvvisamente incontinente, quando in realtà dovremmo guardare all’incuria di abitanti che non sanno custodire la terra che li ospita.

Un paese che affonda, su molteplici piani come avviene per il nostro, richiede diverse spiegazioni e la ricerca di specifiche cause. Ma ciò non toglie che si possa risalire a un’unica «colpa originaria», capace di produrre e alimentare quegli effetti che hanno distrutto l’impianto del nostro paese nei più diversi settori.

Si tratta di un’operazione neanche tanto complessa, in un epoca come la nostra in cui il regno incontrastato della teologia economica ha semplificato le dinamiche con cui funziona una società.

Provo a dimostrarlo in maniera semplice. Un paese che affonda richiede l’individuazione di molteplici responsabilità. La responsabilità delle classi politiche che si sono succedute, che almeno a partire dal 1989 non hanno saputo riconfigurarsi con la fine del vecchio mondo industriale, incapaci di disegnare nuovi manifesti ideologici e programmatici all’altezza di un mondo tremendamente mutato. La responsabilità delle classi imprenditoriali e produttive, anch’esse ferme a delle conoscenze e procedure che andavano bene per la cosiddetta costellazione nazionale, ma che si rivelano inadeguate e fallimentari nel mondo globale. La responsabilità degli intellettuali, certamente, incapaci anch’essi di leggere le trasformazioni del tempo presente e di indicare nuove strade da intraprendere, credibili e percorribili, per politici che fossero così forniti di una visione ampia e di una meta realistica verso cui condurre il proprio paese.

Si tratta di un dissesto che purtroppo è facile riscontrare ad ogni livello: geologi mediamente più scadenti, avvocati, medici, politici, amministratori, architetti, imprenditori, professori, artigiani e operai non in possesso del know-how richiesto per mantenere un paese al livello richiesto.

Lo vediamo tutti i giorni, quando ci imbattiamo in persone che non sanno fare (o che svolgono male) il proprio lavoro. Spesso queste persone ricoprono incarichi importanti e delicati, nei quali si possono fare cose buone ma anche produrre danni forieri di tragedie, come nell’esempio del dissesto idrogeologico da cui siamo partiti.

Il grido di dolore è sempre lo stesso: una classe dirigente inadeguata, una classe imprenditoriale non all’altezza, professori mediamente meno competenti e comunicativi, ma anche un popolo che non legge, non si informa, risulta generalmente disinteressato al bene comune e alla res publica.

Sembra un panorama desolato frutto di dinamiche quanto mai complesse. Ma non è così. O meglio, il panorama è desolato, sì, ma le cause che lo hanno prodotto non sono così complesse. A voler risalire a una fonte originaria di questo dissesto, possiamo persino individuare una causa sola, che poi produce e alimenta tutte le altre.

Quella causa ha un nome: scuola. Scuola intesa come luogo di istruzione e formazione delle future classi dirigenti e produttive di un paese. Scuola come luogo di educazione, etimologicamente «tirare fuori» (e-ducere) dagli individui quelle competenze che li renderanno adatti a impegnarsi nella società in vista dei propri interessi e quindi di quelli della società in cui vivono e operano.

Istruire rispetto alle nozioni fondamentali del sapere, formare il cittadino a dei saperi e competenze che lo rendano utile e produttivo, educarlo a un impianto etico e valoriale che gli impedisca di essere un fuorilegge, sono le tre stelle comete di una scuola pubblica e democratica, laboratorio e cantiere imprescindibile per la costruzione di una società quanto più libera e giusta.

Ora, è bene sapere che il modello che abbiamo appena descritto è quello di una società fondata sulla «polis», in cui ogni individuo e le sue attività e interessi non sono mai scollegati dalla dimensione pubblica in cui operano tutti gli altri, e in cui il bene e la crescita comuni sono vissuti come un fondamento imprescindibile per il bene e la crescita di ogni individuo. Il fatto è che, almeno a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, con pensatori come Friedrich Hayek e Milton Friedman (e governi come quello della Thatcher e di Reagan) è tornato in auge il liberismo. Ossia quel sistema che, volendo semplificare, vede nel mercato e nell’economia i soli fari in grado di illuminare il progresso delle società, e in seguito a ciò tende a diminuire quanto più possibile tutto ciò che è «polis» e ad accrescere e rendere fondamentale tutto ciò che è «oikos». Letteralmente «casa», volendo con ciò intendere una dimensione privatistica e comunque scollegata da questioni di interesse pubblico e di giustizia sociale, in cui si è interessati a far prevalere la «legge della casa» («oikos nomos»: economia) su quella della città.

Fra le tante vittime di questo mondo mutato in senso economico e votatosi quasi integralmente alle dinamiche e ai valori del mercato, la principale è proprio la Scuola, che in quanto pubblica, quando cominciò a essere istituita alla fine dell’Ottocento venne biasimata dai liberisti come «sinonimo di comunismo».

Si tratta di essersi votati anima e corpo a un «potere isterico» che in quattro decenni ha realizzato un’ «enorme mutazione», per ricorrere alle parole di Pasolini, ossia una vera e propria «rivoluzione antropologica» capace di generare in larga parte individui omologati nell’ansia frenetica di «produrre, consumare e vivere di conseguenza», all’interno di una «totalizzazione dei modelli industriali» con cui si è ottenuta la «conquista globale della mentalità» (P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano 1999, pp. 1526 e 1530).

Di tutto questo, è superfluo dirlo, ne paghiamo i danni in maniera compiuta proprio oggigiorno. Quella «conquista globale della mentalità» si è tradotta in cittadini del tutto dediti a «produrre ricchezza per consumare la vita». Una vita consumata non è propriamente una vita «vissuta» secondo i valori specifici di un essere umano, e soprattutto per una vita che deve essere consumata e non vissuta (perché questo ordina il dio mercato, regno della quantità e dell’uomo ridotto a mezzo per fini che non sono i suoi e non mirano al suo bene) questioni come la conoscenza, la competenza, il bene pubblico e la sfera sociale come luogo in cui posso essere riconosciuto dagli altri, diventano marginali e superflue. Anzi persino deleterie, nella misura in cui conservano nell’individuo quell’autonomia di giudizio e quello spirito critico che vorrebbero far scegliere a lui come e per cosa vivere, senza lasciarselo imporre dalla «scienza triste» (economia) che ci preferisce ridotti a monadi isolate e interamente votate a venerare divinità che non ci amano.

L’epoca della «polis» aveva bisogno della scuola per formare cittadini in grado di operare per il bene pubblico tanto quanto questa epoca dell’«oikos» di quella scuola non sa che farse e anzi la ritiene dannosa. Preferendo sostituirla con surrogati divertenti e disimpegnanti in cui il momento della formazione e dell’educazione è del tutto assente.

Questo era il sogno dei liberisti e dei sacerdoti del mercato, ma è forse di una qualche importanza sapere che questo era anche il sogno di Pinocchio.

Arrendersi a tutto ciò significa condannare un intero paese e il suo popolo all’irrilevanza e a una sopravvivenza che ci vedrà spegnerci magari lentamente, ma comunque inesorabilmente. Sarebbe sciocco e disonesto non ammetterlo per accontentare quelli che ritengono che l’ottimismo e la fiducia sono strumenti indispensabili per rilanciare un paese (quando invece sono anch’essi fenomeni legati più ai mercati che alla vita sociale).

Ecco perché di fronte alle comprensibili disperazioni per le tragedie che ci colpiscono, non ultima quella di Genova e Parma allagate dalle incompetenze diffuse, vorremmo vedere un governo che non si limita a dire che invierà soldi. Vorremmo un governo che capisse fino in fondo il dramma sociale di un paese che ha distrutto la scuola e con essa l’idea stessa per cui è centrale la formazione di saperi, competenze ed educazioni diffuse presso il popolo che quel paese lo abita. Accanto alle tante riforme pur importanti, caro Presidente Renzi, quella della scuola si rivela la più essenziale e fondamentale di tutte, quella senza la quale le altre non serviranno a nulla. E non si tratta di una riforma risolvibile soltanto con i soldi, trovando i famigerati denari derivanti dal taglio di qualche altro diritto fondamentale, come la mentalità conquistata dal dio mercato le fa dire a ogni pie’ sospinto. Ci si dovrà occupare della qualità, e sulla base di questa lavorare per una riconfigurazione generale dei programmi e dei saperi da diffondere, delle modalità con cui farlo e della formazione di professori veramente adatti allo scopo (e che non occupano cattedre scolastiche o universitarie per meccanismi che hanno a che fare più con gli automatismi e i potentati alle spalle che con il merito). Perché a un paese di Pinocchi gli puoi dare tutti i soldi che vuoi (e che peraltro non abbiamo), ma quello rimarrà sempre il paese dei balocchi. Insomma, affonderemo ridendo, scherzando e giocando. Ma affonderemo!