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Quinto Stato

La scuola boccia la riforma Renzi sugli scatti di «merito»

@Attilio Cristini

@Attilio Cristini

Resi noti i dati della consultazione sulla «Buona scuola»: 46% è per un sistema misto su stipendio e merito, il 14% per l’anzianità. Il 60% respinge il piano sugli scatti stipendiali solo per i 2/3 dei docenti in base al merito. i presidi favorevoli alla «scuola azienda». Contraria la maggioranza di docenti e studenti. La protesta al Miur degli autoconvocati della scuola e del comitato per la legge di iniziativa popolare per «una Buona Scuola per la Repubblica»: «I risultati del sondaggio online del governo sono irrisori nei numeri, dubbia anche la modalità che ha permesso più volte l’accesso dagli stessi computer. L’alternativa è la Lip»

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La maxi-consultazione promossa dal governo sulla «Buona Scuola» ieri ha consegnato un risultato imprevedibile. Il piano Renzi che prevede l’aumento dello stipendio al 66% dei docenti grazie ai crediti accumulati in base al merito è stato bocciato. Solo il 35% ha votato «meritocrazia», il 46% si è espresso per un «sistema misto» tra servizio e merito. A questo bisogna aggiungere chi è rimasto sulle posizioni tradizionali: il 14% vuole un sistema basato sull’anzianità.

Una sonora sconfitta del governo. Era prevedibile, dopo le grandi manifestazioni studentesche e l’opposizione dei docenti ad una riforma per la quale si è speso il presidente del Consiglio in persona. Persino una consultazione che doveva dare una veste statistica e computazionale alla trasformazione della scuola in senso aziendalistico e neoliberale ha registrato un dissenso diffuso nel paese.

Nella conferenza stampa celebrativa tenuta ieri al ministero dell’Istruzione a Roma (con un concerto), si è cercato di sorvolare sul senso di questi dati, anche se sono state riconosciute «criticità». La partecipazione è stata alta, si è detto. Gli accessi al sito labuonascuola.gov.it lo confermerebbero: 1 milione e 300 mila visite; 207 mila «discussant» online; 200 mila partecipanti ai 2400 dibattiti che avrebbero coinvolto il 70% delle scuole italiane. Dati che suffragano l’esito principale di un sondaggio pubblicizzato dalla Rai a reti unificate e che ora si è trasformato in un boomerang che renderà necessario, forse, un aggiustamento del tiro.

Il ministro dell’Istruzione Gianini ha sottolineato che l’81% dei consultati ha espresso parere positivo sulla proposta di basare lo stipendio dei docenti sul merito e non sull’anzianità. «Sta qui il valore politico di una consultazione» ha scandito.

Nelle 73 pagine del libretto che riporta i risultati si scopre che ad essere «molto d’accordo» è l’87% dei dirigenti scolastici, interessati alla nascente figura del «preside manager» che chiamerà direttamente i docenti per comporre quella che nel gergo neoliberale viene definita la «squadra». Favorevole anche il 70% dei genitori che hanno partecipato alla consultazione. «Meno favorevoli», o del tutto contrari, il 64% dei docenti e il 56% degli studenti. Anche in questo caso si tratta della maggioranza dei soggetti direttamente coinvolti nel lavoro didattico. Al di là dell’impostazione del sondaggio, che rischia di creare una conflittualità tra i dirigenti e le famiglie, da un lato, e i docenti “conservativi” dall’altro lato, la proposta renziana non sembra avere convinto.

Cerchiamo allora di capire la ragione di questo rovescio. Il piano Renzi sulla scuola prevede l’abolizione degli scatti stipendiali e l’introduzione di crediti per meriti didattici, titoli o incarichi nella burocrazia scolastica. Il totale di questi «crediti» genererà l’aumento degli stipendi. Il primo scatto verrà maturato 4 o 5 anni dopo l’assunzione e andrà a regime entro tre anni. Questi aumenti riguarderanno solo il 66%, cioè i due terzi. A questa discriminazione sull’intero corpo docente, se ne aggiunge un’altra all’interno di questo 66%. I meritevoli non saranno sempre le stesse persone. Pur «eccellenti» nel loro lavoro dovranno passare il testimone a qualcuno che corre più veloce di loro. Secondo alcune proiezioni, circolanti tra sindacati e giornali specializzati, questo meccanismo porterà a tagli sulle retribuzioni pari tra i 200 e i 331 milioni di euro. Se è vero che qualcuno percepirà fino a 9 mila euro in più all’anno, tutti perderanno da 45 a 72 euro al mese. Dopo avere bloccato i contratti, ora l’austerità si finanzia con i soldi dei docenti e con la corsa alla «meritocrazia». Del resto, lo stesso sondaggio traduce le perplessità sul rischio di trasformare la scuola in un supermercato dei crediti.

Per capire tali perplessità bisogna leggere le consultazioni svolte nelle ultime settimane da periodici specializzati e dai sindacati. Un sondaggio di «Orizzonte Scuola», ad esempio, ha registrato l’88% di «No» alla riforma «meritocratica». In un’altra consultazione promossa dalla Gilda i «No» sono stati l’84,3%. La chiamata diretta dei presidi-manager è stata respinta con il 76%. Oltre 4 mila lavoratori della scuola, compreso il personale Ata disconosciuto dalla riforma Renzi-Giannini, si sono espressi negativamente nell’indagine «la scuola giusta» della Flc-Cgil. Il tentativo di questee consultazioni è stato quello di ricomporre una «comunità» scolastica che invece il governo vuole dividere nella crociata per la rifondazione del «patto educativo».

In una consultazione tesa a fidelizzare dall’alto il pubblico rispetto a decisioni già prese è emerso il sostegno all’altro punto chiave: la chiusura delle graduatorie in esaurimento (Gae) e l’assunzione di 148 mila docenti precari a settembre. Sostegno anche alla gestione dell’organico funzionale che per la riforma spingerà i neo-assunti a muoversi di città in città alla ricerca di un posto e alla mobilità tra le cattedre. Il sondaggio dà corpo al futuro di questi docenti: alle scuole primarie dovranno servire per gestire le supplenze. Nella secondaria sarà funzionali al recupero.

Nessuna parola sui circa 100 mila precari esclusi dall’assunzione a settembre. Per la Corte di giustizia europea devono essere assunti quelli che hanno 36 mesi di servizio continuativi negli ultimi cinque anni. Il governo ieri ha ribadito la linea: per loro c’è il concorso nel 2016 (40 mila posti). Gli altri dovranno saltare il turno e restare disoccupati.

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Lip, duecento mozioni contro la “Buona Scuola” respinte al Miur

Volevano consegnare 200 mozioni dei collegi dei docenti contrari alla «Buona scuola» di Renzi e Giannini, ma per loro ieri non c’era posto nella kermesse organizzata al ministero dell’Istruzione in viale Trastevere a Roma. Una delegazione del Coordinamento delle scuole di Roma-lavoratori autoconvocati e del comitato per la riproposizione della Legge di Iniziativa Popolare (Lip) «per una Buona Scuola per la Repubblica» si è presentata sulle scale del ministero con un pacco di mozioni critiche nei confronti del documento del Governo, ma non le hanno potute consegnare.
«I nostri tentativi di consegnarle le si sono scontrati già per due volte con le forze dell’ordine in tenuta antisommossa che ci hanno impedito di essere ricevuti come richiesto civilmente» denuncia l’associazione nazionale «per la scuola della Repubblica». Insieme ai comitati ieri c’erano anche i precari dell’Invalsi, l’istituto al quale il governo assegna il destino della «valutazione» della scuola italiana. «Ad oggi – hanno detto – è totalmente privo delle risorse economiche necessarie per svolgere questo importante compito. I 60 dipendenti a tempo determinato termineranno il loro contratto di lavoro il 31 dicembre e non ci sono soldi per rinnovare i contratti. I 30 a tempo indeterminato non potranno in alcun modo ottemperare ai compiti previsti, compresa la prova Invalsi all’esame di Stato».
Il comitato che sostiene la legge popolare per la scuola spiegala natura della consultazione del governo: «Il risultato del Miur è irrisorio considerando che ci sono 728 mila docenti, 101 di sostegno, 2 milioni e mezzo di studenti nella secondaria di secondo grado». Poi un’osservazione sulle modalità del sondaggio: «Il Cineca che si è occupato del sondaggio online ha individuato un dispositivo che permette l’accesso senza controllo alla piattaforma con qualsiasi casella di posta elettronica. Ciò ha permesso più accessi anche dallo stesso computer. Un modo per inficiare il numero degli accessi rivendicati dal governo». Il sondaggio «presentava un questionario evidentemente improntato alla rilevazione “guidata” non sull’impianto del documento, ma sul livello di gradimento di alcuni aspetti che esso introduce, senza discuterne minimamente dell’introduzione in sé».
Alla «Buona scuola» c’è un’alternativa. È stata rilanciata nelle mozioni ed è la legge popolare riproposta a ottobre in parlamento. La «Lip» prevede, tra l’altro: risorse adeguate con un investimento pari almeno al 6 % del Pil; l’obbligatorietà dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia e l’estensione dell’obbligo a 18 anni; classi di 22 alunni; il ripristino e l’estensione del modulo e del tempo pieno nella scuola elementare e prolungato nella media; una scuola superiore che rimanda la scelta delle proprie attitudini a 16 anni con un biennio unitario e un triennio di specializzazione; il rafforzamento e l’estensione degli organi collegiali.