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La Saigon dei sindaci PD

A pochi mesi dal giro di elezioni amministrative nelle principali città italiane, i sindaci di centrosinistra hanno trovato il loro Vietnam elettorale: gli asiamarket.

Procediamo per gradi attraverso la cronaca dei giorni appena passati. Il 17 gennaio sul Corriere della Sera il vate dell’anti-casta, Sergio Rizzo, pubblica un articolo dai toni piuttosto eloquenti “l’invasione dei mini-market degrada il commercio, degrada il turismo, degrada la città”. E aggiunge “Chi c’è dietro? Da dove provengono i capitali? Le persone che ci lavorano, tutti rigorosamente extracomunitari, sono regolari e ricevono un trattamento regolare? Tuttavia la soluzione di questi interrogativi preliminari e assolutamente ineludibili non esaurisce affatto la questione di fondo che il fenomeno solleva. Si tratta infatti di un segnale ulteriore del degrado irrimediabile nel quale continuano a precipitare le attività commerciali nel centro della città.”

Inutile segnalare che finora i locali sequestrati in centro, da Campo de Fiori a Via Veneto, sono eleganti bar o ristoranti acquistati con capitali mafiosi, come denuncia la DIA da anni, del resto.

Il giorno 19 su Repubblica viene dedicata una pagina intera all’argomento con tanto di intervista a Nardella, autore del provvedimento per riqualificare il centro di Firenze attraverso la chiusura di questi negozi. Nardella presenta al Consiglio un regolamento per il fenomeno dei minimarket che descrive come “un cancro da estirpare”, sostiene che molti “sono venditori di morte” perché commercializzano “quasi esclusivamente alcolici” e provocano “danno alla salute specie dei giovani, degrado e non ci consentono di preservare il tessuto del centro”.

Infatti secondo Nardella “la legalità non è di destra né di sinistra e anzi contrastando la proliferazione di minimarket, asiamarket e kebab che si sostituiscono al commercio tradizionale si garantisco condizioni di maggiore vivibilità del centro storico. Offrono maggiori chance agli ultimi, all’anziano come alla giovane coppia, a tutti i fiorentini che vogliono vivere in centro”.

A parte il disgustoso riferimento etnico al tipo di esercizi commerciali da “estirpare”, sembra che il sindaco fiorentino dica che i fiorentini torneranno a vivere IN o non IL centro grazie a questo provvedimento. Ovviamente il caro-afftitti, la gentrificazione dei centri storici, non c’entra niente. No. È una questione di commercio etnico. Ad esempio il mega Apple Store di Piazza Repubblica a Firenze non è degradante per l’immagine della città e non “vende morte” (o almeno non in Italia).

Sulla stessa pagina del quotidiano c’è anche un’intervista a Fassino che fiero racconta come a Torino nel nome del decoro ha vietato nel cuore della città quei mercatini che vendevano insaccati, tome d’alpeggio e zucchero filato al grido di “basta salamelle e prosciutti, i luoghi pubblici si concedono solo a chi ne garantisce la dignità”. Che vuol dire? Boh.

A chiudere il cerchio è un articolo comparso ieri su Roma Today “Addio a minimarket e kebab: per il centro storico di Roma si pensa al modello Firenze”. Infatti, a detta di RomaToday a “San Lorenzo, Monti, Ponte Milvio, Trastevere, via di Tor di Nona, Corso Vittorio Emanuele, i rioni Ponte e Parione artigiani e botteghe storiche chiudono i battenti, lasciando il posto a piccoli alimentari, gestiti per lo più da stranieri, che stravolgono il tessuto commerciale tradizionale, oltre ad alimentare la movida nei suoi aspetti esasperati quando diventano fonte primaria di alcol per i giovani fino a tarda notte. E poi friggitorie, kebabberie e paninerie di ogni genere spuntano come funghi dai bandoni serrati di vecchie attività travolte dalla crisi. Questo accade perché la normativa vigente, per molti, non è abbastanza stringente.”

I toni e la retorica sono gli stessi. Le coalizioni dei sindaci che governano queste città sono le stesse. Del resto questi provvedimenti non sono dissimili alla famosa “legge Harlem” promossa dalle Regione Lombardia a governo leghista nel 2012 per contrastare fondamentalmente il proliferare di kebab. Una vicinanza di valori a cui conseguono dei provvedimenti dal sapore razzista che uniscono governi di centrodx e centrosx.

Si sbandiera la storia dell’artigiano che sparisce come se questo non fosse frutto della trasformazione della città, dei grandi marchi e dei grandi centri commerciali che soffocano i piccoli.

Aver trasformato il cuore delle città in enormi turistifici mentre intorno venivano costruiti mega centri commerciali non ha fatto altro che spostare il cuore commerciale. La gentrificazione del centrostorico non ha fatto altro che allontantare gli abitanti di basso e medio reddito a scapito di Bed&Breakfast e uffici vari. Un lento esodo iniziato già da una ventina d’anni e consumatosi velocemente. Gli affitti alle stelle hanno fatto il resto. In fondo proprio quei turisti da tutelare, altro non vogliono che posti economici dove mangiare e dormire e da qui nasce il proliferare di negozi di street-food o minimarket dove a qualsiasi ora puoi comodamente fare la spesa. A Rizzo è sfuggito anche il proliferare di diversi supermarket dei grandi marchi (Coop, Pam, Carrefour) aperti spesso fino alle 21 o alle 22, che svolgono lo stesso “lavoro” degli asiamarket o dei mini-market i quali in periferia sono diventati spesso e volentieri la salvezza per i residenti schiacciati dalla precarietà lavorativa e dagli orari impossibili del proprio lavoro.

Dietro l’ideologia del decoro c’è la solita idea di città, di una città che continua a svendersi in favore dei privati ma soltanto dei grandi privati, di quei marchi che non si sa perché garantiscono una “dignità” che gli altri non hanno. Una città sempre meno a misura di chi ci vive e più di chi la consuma, a Campo de Fiori come al Pigneto o a San Lorenzo.Peccato che nessuno faccia cenno del fatto che spesso questi municipi sono stati governati per anni dal centrosinistra che attraverso la vendita delle licenze, l’affitto di spazi per tavolini, hanno costruito entrate importanti per i propri quartieri.

Curioso che gli stessi che hanno creato tutto questo ora agitano il fantasma del “commercio tradizionale” che nessuno ha capito esattamente in cosa consista, se non nella propaganda xenofoba. Del resto, nonostante Rizzo non lo dica, sotto accusa di degradare il centro ci sono gli asiamarket e non i vari Starbucks, H&M, Mc Donald’s con le loro insegne e vetrine invasive o le megapubblicità cartellonistica che ci invade. Allora fa bene Tomaso Montanari a ricordare (sempre su Repubblica il 19) che “l’espulsione dal centro storico dei residenti e infatti assai più legata alla gentrificazione dall’alto, cioè alla disneyficazione: i palazzi pubblici svenduti dal comune che si trasformano in alberghi di lusso, la proliferazione di vendite di costosi prodotti tipici al posto del negozio di quartiere, l’assenza di sostegno alla produzione culturale, l’indisponibilità verso ogni gestione dal basso dei beni comuni, la contrazione dello spazio pubblico“. Parole chiare e condivisibili, forse tardive visto che il processo è già in corso e accellera. Il dibattito nazionale e xenofobo in corso sull’invasione dei migranti è riuscito a spostare in chiave etnica anche qualsiasi considerazione sulla gentrificazione. E diventa davvero difficile trovare una chiave per uscirne tanto quanto indispensabile.