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Ceci n'est pas un blog

La retorica della SuperEroina

[Dialogo con Valentina Greco sulla costruzione del personaggio di Giorgia Meloni

A volte si ha la sensazione che anche le polemiche più becere siano create ad hoc per riscrivere la storia di una persona e ricostruirne la verginità politica con un nuovo personaggio.
Oltre un anno fa cominciava su questa pagina una serie di ragionamenti su Matteo Salvini e sul fatto che si stava costruendo il perfetto alter ego del Matteo Renzi premier. In queste ultime settimane, e soprattutto negli ultimi giorni, sta emergendo una nuova Giorgia Meloni, soprattutto da quando presentandosi ai microfoni della diretta del Family Day ha annunciato che presto sarebbe diventata mamma.

Negli ultimi giorni, però, “Mamma Meloni” è salita alla ribalta per aver subito i soliti sgradevoli attacchi misogini da colui che solo tre settimane prima era il suo candidato sindaco per Roma ovvero Guido Bertolaso, colpevole di aver dichiarato “La Meloni deve fare la mamma mi pare sia la cosa più bella che possa capitare ad una donna. Deve gestire questa pagina della sua vita. Non vedo perché qualcuno dovrebbe costringerla a fare una campagna elettorale feroce e, mentre allatta, ad occuparsi di buche, sporcizia…”

La replica di Meloni è stata pronta. Così come è stata pronta quella di un nutrito gruppo di giornalisti, con diversi editoriali schierati contro il linguaggio triviale della politica (editorialisti guarda un po’ tutti uomini) a cui si aggiungeva SkyTg24 con la domanda “voi mamme come conciliate il lavoro con la maternità”? Sembrano discorsi di almeno 40 anni più vecchi, come se solo dall’altro ieri le donne si trovino a dover conciliare il lavoro con la prole mentre, nel frattempo, l’accesso alla maternità (e alla paternità aggiungerei) si è ristretto sempre di più. Oltretutto affrontare un discorso del genere senza affiancarlo ad un discorso di classe è demenziale ma almeno oggi concentreremo l’attenzione su altro.
In tutto questo alzarsi di voci indignate e in difesa della donna incinta che ha tutto il diritto di lavorare osserviamo basiti come nessuno abbia spostato l’asse del discorso su “ma perché bisogna lavorare se si è incinta? Ma non si rendono conto sti neo-femministi che nell’esaltare la donna performativa non c’è niente di femminista? Ma quando è possibile permettersi di non lavorare?”.

Non c’è niente di femminista nell’affermare che una donna incinta può lavorare “come un uomo” per tutti e nove i mesi di gravidanza.
Non c’è niente di femminista nella retorica della supereroina.
È il paradosso della “donna torero” (mi riferisco all’inutile questione anni ’90 riassunta nella domanda: “Una donna torero è una conquista o un regresso?”, una donna torero è un refuso politico-culturale, tanto quanto un uomo.).
Nelle discussioni pubbliche che producono molta eco, o che comunque riecheggiano, spesso scattano degli automatismi, non solo di attacco, ma anche di difesa.
Forse, in un’ottica pratica e semplicistica, è vincente chi li accetta, chi li presume e non si impegna più a scardinarli, lavorando con l’esistente. Ma è un ragionamento viziato da un’ipotesi falsa, è un ragionamento scorretto.
Rispondere “Le Donne possono fare tutto” a chi dice “Tizia dovrebbe starsene a casa perché Madre” è sbagliato. Penso che bisognerebbe rifiutare questo piano di discussione.
È verissimo che a un uomo che sarà padre nessuno dirà che deve rinunciare a un’occasione lavorativa perché si deve assumere esclusivamente la responsabilità del figlio. Questo denuncia un deficienza culturale, e va combattuto. Ma non va combattuto rivendicando per sé lo stesso atteggiamento, lo stesso trattamento.
Va combattuto spaccando, sfilacciando, pelando questo istinto alla controproducente competizione.

È singolare questo sistematico reclamare la parità, una parità al ribasso. Non liberatevi dal lavoro ma dimostrateci che insieme al lavoro riuscite a conciliare la vostra vita.

Questa mistificata parità, questa male interpretata uguaglianza, ha come esito che chiediamo di essere sfruttate di più, che legittimiamo lo sfruttamento.
Si rivendica l’uguaglianza rispetto a un modello, un modello che fa schifo e che non dovremmo desiderare. Come hai detto bene diventa una performance che trascende la questione riproduttiva e i nessi produzione/riproduzione.
“Ci riunite qui come un gruppo di schiavi che hanno saputo allungare le loro catene ma che rimangono sempre più o meno disponibili, hanno ottenuto i loro diplomi e accettano di parlare la lingua dei maestri” (Preciado in un articolo che vi consiglio di leggere tutto http://www.internazionale.it/opinione/beatriz-preciado/2014/11/18/il-coraggio-di-essere-se).
L’opzione più semplice sembra impronunciabile, viene scartata. Sembra impronunciabile l’autodeterminazione. Mentre l’autodeterminazione è il nodo.
Questo atteggiamento sa più di religione che di riflessione, non riusciamo a fare uno scarto di pensiero, dobbiamo “dimostrare, dimostrare, dimostrare”, dimostrare cosa?
Che le donne sono uguali agli uomini?, non lo sono, nemmeno gli uomini sono uguali agli uomini.

Anche se le persone a volte sono uguali alle persone, sia che si chiamino Bertolaso sia che si chiamino Salvini. Lo stesso Salvini che in qualche modo ha “costretto” Giorgia Meloni a candidarsi, meno di un paio d’anni fa attaccava la ministra Madia perché essendo incinta non avrebbe potuto esercitare il suo lavoro.
Ma quel giorno la voce della neo-femminista Meloni non si è alzata a difendere le donne e il loro diritto di scegliere quel che vogliono o possono fare.

  • Pino Irsuti

    Ma la Boldrini tutto questo lo sa? XD