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La rete nel cappio

La pubblicità nemica del segreto di Stato

Daniele Archibugi e Marina Chiarugi

Quando il 7 Novembre del 1917, subito dopo la rivoluzione, Lev Trotsky prese possesso del Ministero degli Affari Esteri russo, si mise a leggere la corrispondenza dei suoi predecessori con i ministri degli altri paesi. Il neocommissario del popolo trovò vari trattati segreti con le potenze della vecchia Europa, che facevano esplicito commercio delle colonie e della riallocazione dei confini nazionali. I documenti ufficiali mettevano apertamente in luce una cosa che i bolscevichi avevano denunciato sin dall’inizio della guerra: non si combatteva per ragioni patriottiche. Dagli archivi veniva fuori la prova documentale che c’era un accordo tra classi dirigenti contro i popoli e che le migliaia e migliaia di contadini russi arruolati nell’esercito che morivano per la gloria della Santa Madre Russia erano stati venduti dal proprio Zar al migliore offerente. Si confermava, insomma, la validità della semplice parola d’ordine usata da Lenin sin dall’inizio della guerra: bisognava subito firmare una pace senza annessioni e senza riparazioni.
Trotsky, intellettuale poliglotta che aveva già viaggiato con precaria fortuna in diversi paesi del mondo, non esitò un minuto a decidere che cosa fare: l’archivio del Ministero degli Esteri doveva essere reso pubblico, in maniera che tutto il mondo potesse rendersi conto che il segreto nelle negoziazioni diplomatiche copriva una guerra reale delle classi dirigenti di tutti i paesi contro i popoli di tutti i paesi. «La diplomazia secreta è uno strumento necessario per una minoranza di proprietari che è obbligata ad imbrogliare la maggioranza per difendere i propri interessi», ebbe a dichiarare Trotsky solo due settimane dopo la presa del Palazzo d’Inverno.

Da Kant a Assange
Grazie anche alla cassa di risonanza delle forze politiche simpatizzanti con il nuovo governo bolscevico, i documenti segreti della diplomazia ebbero una certa diffusione. L’impatto maggiore lo ebbero però negli Stati Uniti. E certamente non è un caso che il Presidente Woodrow Wilson diventi addirittura trotzkista e riprenda anche lui nel primo dei quattordici punti la parola d’ordine della pubblicità dell’operato diplomatico: «Pubblici trattati di pace, conclusi apertamente, dopo i quali non vi saranno più accordi internazionali privati di qualsivoglia natura, ma la diplomazia procederà sempre francamente e pubblicamente». Da quel giorno, la maggioranza dei trattati internazionali non sono più stati segreti, ma è tuttavia rimasta la segretezza diplomatica che già alla fine del Settecento pensatori liberali come Jeremy Bentham e Immanuel Kant avrebbero voluto abolire. Solo qualche settimana prima, lo stesso Trotsky aveva affermato che «l’abolizione del segreto diplomatico è la prima condizione per una onesta, popolare, veramente democratica politica estera».
Oggi la storia si ripete. Julian Assange non è Trotsky né Wilson, ma pone un problema fondamentale: il segreto diplomatico è nell’interesse dei popoli? Nonostante i regimi democratici abbiano sempre di più consolidato la prassi della trasparenza, l’istituto del segreto di stato è sopravvissuto. Ancora oggi, è giustificato con la necessità di far prevalere le esigenze di tutela legate all’integrità e alla difesa dello Stato e delle sue istituzioni sulle necessità di trasparenza dell’operato dei governi e sulla libertà di espressione dei cittadini.
Tuttavia, cercare di giustificare la mancata diffusione dei video e dei documenti che provano le numerose violazioni del diritto umanitario degli Stati Uniti in Afghanistan o che ricostruiscono le dinamiche che hanno condotto alla redazione dei falsi rapporti sulla legittimità dell’intervento in Iraq, appare un’impresa tutt’altro che facile. Come ha osservato lo stesso Assange, se si parte dal presupposto che possa esistere una guerra che è giusto combattere, è necessario che chi è chiamato alle armi sappia chiaramente qual è la ragione per cui sta versando il proprio sangue sul campo di battaglia. Altrimenti, come ha osservato Chomsky, il segreto di stato diventa solo un meccanismo necessario ai governi per difendersi dai propri cittadini.

Pubbliche manipolazioni
Il ministro italiano degli esteri Franco Frattini ha sostenuto che la fuga di notizie di Wikileaks possa essere considerato l’11 settembre della diplomazia mondiale. Di fatto, fino ad adesso, le rivelazioni di Wikileaks non hanno provocato danni ai meccanismi di intelligence, né in Afghanistan né altrove. Non è possibile escludere in astratto che le rivelazioni possano andare a colpire persone specifiche, rendendone note le gesta o i servizi di informazione.
Ma le informazioni trapelate di questo tipo sono minime rispetto a quelle che invece denunciano abusi e che, quindi, consentono di mettere in atto correzioni nell’interesse pubblico. Siamo, infatti, venuti a conoscenza di devianze dell’attività diplomatica, usi privati di incarichi politici, addirittura di falsi costruiti ad hoc per sviare l’opinione pubblica. È sempre necessario equilibrare la tutela della riservatezza individuale con quelle della trasparenza pubblica, ma fino ad oggi le informazioni trapelate hanno di gran lunga fatto pendere la bilancia sul piatto della pubblicità dell’azione di governo.
Uno strumento come Wikileaks può svolgere un ruolo fondamentale nel rafforzamento delle istituzioni democratiche anche per quanto riguarda i poteri occulti economici. Abbiamo già visto che Wikileaks abbia intaccato il segreto bancario, con la pubblicazione delle liste dei grandi evasori fiscali da parte di un banchiere che operava alle Isole Cayman per conto della banca svizzera Julius Baer. In questa circostanza, sarebbe ardito sostenere che la tutela della segretezza avvenga nell’interesse dei popoli piuttosto che in funzione del dumping fiscale operato da certi governi.

Trasparenza sovranazionale
Wikileaks sta oggi svolgendo una funzione pubblica utile ma di supllenza. Dovrebbe, infatti, essere una potenziale istituzione sovranazionale a monitorare e favorire la trasparenza nelle relazioni geopolitiche o finanziarie, al fine di garantire che la frammentazione della comunità internazionale non vada a danno dell’interesse generale e che i rappresentanti non possano nascondere le reali intenzioni delle loro attività ai rappresentati. Si tratta di una funzione di controllo, fondato sulla trasparenza, che oggi è assente e che viene così svolta in modo inappropriato.
Ma è accettabile che sia un privato e il suo sito Internet, per quanto ben congegnato e mosso dalle migliori intenzioni, a svolgere una funzione di interesse pubblico? Sulla scia di questa esperienza, non è forse giunto il momento in cui la comunità internazionale ed i governi che la rappresentano non debbano iniziare a valutare l’opportunità di sviluppare meccanismi istituzionalizzati similari che sottraggano la tutela della trasparenza alla discrezionalità di un singolo e del suo staff di riferimento?
Su una cosa, tuttavia, le cancellerie che stanno usando tutti i mezzi possibili per fermare Assange dovrebbero riflettere: la rivoluzione ingenerata da Wikileaks è irreversibile. Il segreto di stato come l’abbiamo conosciuto finora è definitivamente defunto. Il Presidente Wilson ebbe il coraggio di raccogliere la sfida di Trotsky e di stabilire un principio innovativo: la pubblicità dei trattati. C’è oggi qualcuno capace di raccogliere la sfida di Assange?

Articolo apparso sul “il manifesto” (10 maggio 2001)