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La rete nel cappio

La prevedibile imprevedibilità

Nel suo ultimo saggio lo studioso Albert-László Barabási smentisce il sogno che il comportamento umano possa essere spiegato e previsto attraverso successioni statistiche o formule matematiche. Un libro avvincente come un romanzo, ma anche apodittico come un manuale di «computer science».

Benedetto Vecchi
La scelte individuali e collettive dedotte da formule matematiche o da serie statistiche. È un sogno che ha da sempre

attraversato la modernità e che ha plasmato l’attività di molti matematici stimati e il cui valore di ricercatori era riconosciuto dall’Accademia scientifica del loro tempo. Ogni sforzo si trasformava in un insuccesso, perché l’imponderabile faceva sempre irruzione, sconfessando quello che la scienza esatta per eccellenza, la matematica, appunto, aveva postulato dopo lunghissimi e sofisticati calcoli. Ma quell’ossessione di costruire modelli scientifici sul comportamento umano è stata ricondotta a più miti obiettivi. Dalla certezza si è passati al calcolo delle probabilità che una scelta potesse concretizzarsi in un comportamento «certo» piuttosto che in un altro altrettanto probabile, perché razionali entrambi. Ma ogni volta, anche in questo caso, le probabilità erano smentite dalla realtà. La spiegazione di questi insuccessi veniva addebitata agli insufficienti dati a disposizione di questo o quel ricercatore. E quando i computer hanno consentito di memorizzare ingenti quantità di dati da elaborare, l’annuncio dell’avvenuta apertura delle porte della definizione di modelli «certi» sul comportamenti umani fu dato con assoluta convinzione.
Sia ben chiaro: non ci troviamo di fronte alla trama di un discutibile romanzo di science fiction o alle avvolgenti e visionare prefigurazioni del futuro prossimo venturo fatte da Philip Dick, ma alla radicata convinzione che la scienza potesse offrire spiegazioni e soluzioni a comportamenti frettolosamente liquidati come irrazionali attraverso un’opera preventiva di scelte e decisioni che avrebbero avuto. Una convinzione a cui non era immune Albert-László Barabási, matematico di origine ungherese, ma statunitense d’adozione, noto per aver scritto uno dei migliori libri sulle teorie e l’architettura matematica della Rete (Link, Einaudi). In quel saggio Barabási spiegava perché un sito Internet diventa più importante di altre, il perché Internet era una struttura tanto rigida da poter permettere il caotico andamento dell’informazione e la polifonia di opinioni che caratterizza il cyberspazio. E che è stata progettata proprio per far scorrere facilmente i dati, anche se parti e nodi della Rete vanno in pezzi.
Dopo quel libro, il matematico ungherese ha deciso di dare forma al sogno sulla prevedibilità del comportamento umano. Divenuto direttore del Center for Network Science presso la Northeastern University ha riunito attorno a sé psicologi, matematici, fisici, programmatori di computer e sviluppato un progetto per elaborare un modello matematico sui comportamenti umani. L’esito è un delizioso libro avvincente come può essere un bel romanzo storico, ma anche algido come lo sono i manuali di computer science. Barabási lo ha voluto intitolare Lampi (Einaudi, pp. 424, euro 28), perché è convinto che i comportamenti umani sono prevedibili nella loro assoluta imprevedibilità. Possiamo cioè avere lampi su quello che accade nelle vite individuali e nelle società, ma alla fine il perché un uomo o una donna o un gruppo sociale sceglie di fare una cosa piuttosto che un’altra rimane avvolto nel mistero.
Esilarante è il capitolo dedicato a un artista che mette on-line le foto di tutti i luoghi che visita, con tanto di data e ora di quando sono scattate. Una decisione presa dopo che è stato fermato al controllo dei passaporti di una città degli Stati Uniti, perché sospettato, lui statunitense di origine pachistana, un terrorista. L’agente federale che lo interroga vuol sapere il perché ha visitato paesi ritenuti a rischio dai servizi di intelligence. Il malcapitato ricostruisce luoghi, date, persone incontrate per allestire mostre e retrospettive delle sue opere d’arte. Ma il «Federal Bureau of Investigation» non è convinto delle sue spiegazioni. Trattenuto per una notte in aeroporto sarà tuttavia rilasciato perché a suo carico non c’è nulla che possa incriminarlo, nonostante la sua esperienza sia collocabile nel clima di paranoia e sospetto del dopo 11 Settembre 2001.
Da quel momento, l’artista decide di fornire una mappa dettagliata dei suoi spostamenti, delle persone che incontra, mettendo in piazza anche aspetti della sua vita intima. Rinuncia alla sua privacy, ma lo fa perché ritiene che i suoi pensieri sono intatti. In fondo, tanto più la tua vita diviene trasparente, tanto più divieni incomprensibile.
Il suo comportamento è dunque prevedibile, ma solo quello già esperito. Sul presente e sul futuro non è possibile formulare nessuna previsione. Barabási si mette allora ad elaborare i dati di un questionario sulla scansione delle telefonate fatte da un nutrito gruppo di statunitensi. La scoperta non ha nulla di rivoluzionario: si concentrano in alcune ore della giornata, nelle ore centrali del mattino e, in misura minore, nelle ore centrali del pomeriggio. Lo stesso vale per la consultazione e lo scambio di e-mail. Ma tutto ciò non spiega nessun comportamento. Semmai segnala consuetudini sociali, ma nulla dice di scientifico sul comportamento umano.
A questo punto Barabási si concentra su un sito statunitense che ricostruisce gli spostamenti di banconote marchiate dal gestore del sito. Elabora una mappa e scopre che i soldi rimangono nella città dove inizialmente sono diffuse. Quelle che invece sono segnalate a centinaia o a migliaia di chilometri di distanza si contano sulla dita di una singola mano. Tutto ciò che dimostra? Che la mobilità è limitata in una raggio circoscritto tra l’abitazione e il luogo di lavoro. Ogni deviazione dalla consuetudine – i lampi del titolo – avviene in periodi particolari – le vacanze. Anche in questo caso non acquisiamo nulla di nuovo da quello che possiamo dedurre dalla nostra vita.
Il matematico ungherese si rivolge alla storia, in particolare alle vicende di un mercenario dei Carpazi che diviene capo, per le sue capacità di stratega militare tento temerario quanto di successo, di una crociata contro l’Islam, ma che poi volge le armi contro i nobili. La domanda del perché il condottiero abbia fatto questo, nonostante l’accumulo di informazioni, rimane avvolto nel mistero. O più banalmente può essere cercata nel fatto che gli abitanti dei Carpazi era i paria dell’Ungheria e vedevano i nobili come i responsabili della loro misera condizione.
Nonostante gli esempio siano molti, le conclusione sono sempre le stesse: i comportamenti umani sono prevedibili nella loro imprevedibilità. Possono erto essere ricostruite mappe e successioni statistiche per le consuetudini sociali, ma nulla più. Da qui la tesi che Internet non fa che rispecchiare stili di vita, relazioni sociali già esistenti. Getta luce certo su aspetti che l’ordine del discorso dominante ritiene non rilevanti, ma è un ribaltamento di prospettiva che dura il tempo, appunto, di un lampo seguito a un fulmine o a un’esplosione. Con buona pace della visione liberista della natura umana, l’acquisizione di informazione non conduce necessariamente a scelte razionali formalizzabili secondo formule matematiche, come sosteneva il premio Nobel per l’economia Herbert Simon. Né che il libero mercato sia il sale della terra, come affermano boriosamente alcuni suoi discepoli.
Barabási ritiene che il capitalismo sia la forma migliore di organizzazione sociale, ma invita ad abbandonare il sogno in una matematica capace di spiegare con formule una realtà sociale e scelte individuali che possono essere certo interpretate e trasformate, senza però riuscire mai a prevedere cosa accadrà in futuro. Con buona pace di chi, ammalato di positivismo e scientismo, vede nella scienza il deus ex machina per risolvere i problemi esistenti nella società.
Articolo apparso su il manifesto il 14 settembre