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losangelista

La Pistola y El Corazon

Sergio Adrian Hernandez Huereka e’ morto sei metri dentro il suo paese, colpito in volto da una pallottola del border patrol partita da “el Norte” meta ogni anno di decine di migliai di suoi connazionali emigrati. E’ successo sotto un cavalcavia sul letto cementato del Rio Grande, fra El Paso e Ciudad Juarez. Un ennesimo triste asterisco nella squallida cronaca della citta’ piu’ violenta dell’emisfero se non fosse che il proiettile fatale ha attraversato, nei pochi metri che separano i due paesi,  anche il secolo e mezzo di storia che legano i due mondi in un abbraccio spesso mortale. L’assassinio del quindicenne che transitava  nella terra di nessuno sul confine ha riaperto le ferite dolorose  di 150 anni di conflitto, conquista e discriminazione,  dalla guerra del 1846 alla lotta dei campesinos in California, sullo sfondo di un atmosfera gia’ incandescente per via della legge “anti-clandestino” varata in Arizona, provocando una crisi diplomatica fra i due governi. Le autorita’ americane sostengono che il ragazzo lanciava sassi contro gli agenti – e l’autodifesa e’ la giustificazione standard di una cultura poliziesca che prevede l’omicidio preventivo come dato di fatto – le stesse “regole di ingaggio” applicate come su scala internazionale da Usa e Israele. Nella guerriglia a bassa intensita’ fra immigrati, contrabbandieri e sentinelle di confine la sporadica “intifada” di ragazzi che tirano sassi oltre il muro di frontiera e’ cosa normale. La reazione dell’agente federale che ha ammazzato Sergio invece e’ conseguenza oltre che dell’uso delle pistole come strumento di ordine pubblico,  anche dell’inasprirsi della demagogia xenofoba e populista lungo il confine. Benzina su una linea gia’ di per se infiammabile.