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Rovesci d'Arte

La Pietà Rondanini? Sta bene a san Vittore

Michelangelo non poté concludere

il suo lavoro. Vi si dedicò per più di dodici anni, grattando via frammenti di marmo, con numerosi ripensamenti. Alla fine lo colse la morte, nel 1564 e il suo celebre “non finito” questa volta fu radicale. La Pietà Rondanini, opera estrema e incompiuta dell’artista, cui egli stesso affidò, ormai ottantenne, un’innovazione iconografica non da poco – la posizione verticale di madre e figlio – sta per traslocare, schivando i detrattori dell’iniziativa.  Quella che, secondo le fonti, doveva essere la scultura per la sepoltura di Michelangelo (in un primo momento immaginata a Roma, poi divenuta “fiorentina”) finirà dritta dritta in carcere, a san Vittore. Il comune di Milano infatti possiede quella statua fin dal 1952 quando la acquistò al prezzo di 135 milioni di lire, attraverso una raccolta di fondi straordinaria. Eppure la Pietà Rondanini “alberga” da anni nelle sale del Castello Sforzesco, è stata restaurata e ripulita da poco, ma rimane un capolavoro poco conosciuto e ancor meno accessibile ai più. L’idea è quindi quella di spostarla nell’Ospedale Spagnolo (uno spazio di circa 600 mq dentro le mura occidentali del Castello), corredando l’apparizione della scultura con un documentario sulla sua tormentata storia. L’assessore alla cultura di Milano, Stefano boeri, ha però rilanciato: in attesa dei tempi tecnici necessari allo spostamento, la Pietà Rondanini andrà in visita ai detenuti di san Vittore. Un trasloco temporaneo, possibile fin dalla prossima primavera. Una scelta destinata a far discutere, ma che ha un indubbio merito: porre l’attenzione – anche mediatica – su un capolavoro che vive quasi in clandestinità. E in parallelo, porre la medesima attenzione su un luogo drammatico come il carcere e sulle condizioni di chi lì sta scontando la propria pena.

  • Ravecca Massimo

    Il “non finito” è la caratteristica del genio. Come il “non luogo”, il “non nome”, il “non tempo”, ecc… L’astuto Ulisse crea un “non nome”, Nessuno, per ingannare Polifemo, e un “non luogo”, il cavallo di legno, per ingannare i troiani. Queste entità frutto di processi ricorsivi, giochi di specchi, sono state usate, anche da Gesù e Leonardo da Vinci. Michelangelo nella scultura, la sua arte preferita è ancora insuperato. Michelangelo uso “giochi di specchi” anche negli affreschi della Cappella Sistina, e per rimandi tra Volta e Giudizio. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.