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La manovrona e le «manovrine»

Sì del senato al decreto di agosto. La fiducia passa con 165 sì e 141 no. Nel Pdl Pisanu rompe il tabù Berlusconi e propone un governo di larghe intese. Sì di Pd e Udc, no dell’Idv. La maggioranza tiene ma conta i giorni per le intercettazioni «catastrofiche» del premier. Alla camera cani sciolti, ex finiani e «sudisti» ex Pdl superano quota 15. E i frondisti vogliono «spacchettare» il super ministero di Tremonti

L’idea di un passo indietro di Berlusconi e di un «governo del presidente» Pdl-terzo polo-Pd rilanciata da Beppe Pisanu su Repubblica è uno sparo nel buio. Com’era prevedibile, infatti, dal partito di Berlusconi le reazioni sono state tutte negative. Come quelle dell’Idv. Pronti a discuterne solo D’Alema e Letta del Pd, oltre ovviamente a Pier Casini e all’Udc. Guardinga la Lega, perché ingestibile senza Bossi.

Certo, nel giorno in cui il decreto di agosto ottiene la fiducia del senato (165 sì, 141 no, 3 astenuti), il timore di un crollo di credibilità del governo sottolineato perfino dall’ex ministro del Pdl indica che il Palazzo si interroga già sul dopo-manovra. Mentre la «mazzata» da 54,2 miliardi passa all’esame della camera senza alcuna enfasi né solennità, nei corridoi del senato (e anche nei capannelli in aula) ci si interroga sul contenuto delle intercettazioni pugliesi che imbarazzerebbero il presidente del consiglio e che lo stesso Tarantini descrive come «catastrofiche».

Si ipotizzano commenti tanto volgari da imbarazzare l’Italia a livello internazionale.

E’ soprattutto a questo scenario – mai dichiarato apertamente – che pensano i non pochi sostenitori del governo bipartisan che sotto traccia la pensano come Pisanu. Sarebbe il crollo etico-giudiziario, prima ancora che politico ed economico, del ventennio berlusconiano.

Un’araba fenice che torna ad agitare il Palazzo con puntualità svizzera, dalle presunte intercettazioni riguardanti ministre e poi il caso Noemi Letizia, quello D’Addario, quello Ruby, fino alle «olgettine», alle trame oscure delle varie P3 e P4, le «bombe verbali» del pentito Spatuzza, le giravolte dei lenoni Tarantini-Lele Mora taglieggiati dai Lavitola-Emilio Fede. Il «sexgate» come parola fine alla parabola del Cavaliere di Arcore.

Anche se finora mancano le prove, gli indizi ci sono tutti. Di certo, e non da oggi, il premier è il primo a mescolare pubblico e privato, l’impegno politico a quello contro i pm. Fu da un vertice parigino che chiamò la questura di Milano per liberare la giovane «nipote di Mubarak». Nel pieno della crisi economica, Berlusconi è rimasto chiuso ad Arcore per giorni a discutere con gli avvocati dei suoi processi. Perfino ieri ha disertato il senato che discuteva la manovra preferendo ricevere nella sua casa romana il responsabile del Pdl all’estero Esteban Castelli. Il senatore argentino che nelle conversazioni intercettate con Lavitola lo stesso premier definiva un tipo «pericolosissimo» da cui stare «alla larga».

Dopo l’exploit parigino contro l’opposizione «criminale», del Berlusconi pubblico si sono perse le tracce. Domani pomeriggio dovrebbe rompere il silenzio ad Atreju, la festa romana dei giovani del Pdl organizzata da Giorgia Meloni e Anna Grazia Calabria.

Attorno a lui tutto crolla eppure resta lì. A questa manovra-monstre, come tutti sanno, ne seguirà un’altra tra poche settimane. E la riforma fiscale promessa da anni ormai è carta buona per i coriandoli, come certifica la commissione Bilancio del senato e il suo presidente Azzollini (Pdl) nel parere al maxiemendamento del governo.

Sulla politica economica, di fatto, il governo è commissariato da Bce e Quirinale. Per tirare a campare punta a riforme costituzionali (dimezzamento parlamentari, abolizione province, pareggio di bilancio, art. 41) tirate fuori a casaccio, che sembrano più espedienti per guadagnare tempo e dividere l’opposizione che progetti ambiziosi di un governo che ha lo spirito del tempo sulle spalle. Non a caso, Rosi Bindi del Pd dice che l’unico risultato della proposta di Pisanu è di aver avvicinato almeno in parte le opposizioni.

Il finale di partita del Cavaliere è anche quello più pericoloso: in dirittura d’arrivo alla camera il «processo lungo», la Rai post-Santoro è completamente «normalizzata», il diritto del lavoro pubblico e privato scardinato dal tandem Sacconi-Brunetta. Tuttavia lo schema del Cavaliere: «partito ad Alfano, il governo a me» non regge più. Se non altro perché al governo siede – e con un certo potere – Giulio Tremonti. Alla vigilia della discussione del decreto alla camera, i sudisti di Micciché sono usciti dal Pdl, imitati ieri dal deputato calabrese Giancarlo Pittelli. Nonostante «responsabili» e Scilipoti, Montecitorio è sempre off limits per la maggioranza. La museruola della fiducia per ora blocca tutti: Lega, «moderati» e Tremonti stesso.

Ma la resa dei conti è rinviata solo dall’emergenza economica. Non a caso, i frondisti del Pdl hanno presentato ieri alla camera un disegno di legge che spacchetta le competenze del ministero dell’Economia in Finanze e Tesoro, con il Bilancio affidato direttamente al premier. Moral suasion o un’offerta che leghisti e superministro non possono rifiutare?

dal manifesto dell’8 settembre 2011