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Poltergeist

La glorificazione dello spreco

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Se un tempo le vite sprecate erano materia per tragedie, oggi sono una miniera per gli autori di commedie. La rappresentazione di queste vite diverte e tranquillizza un pubblico che, in fondo, sente di stare sprecando anche la sua stessa vita. Non si tratta, naturalmente, di drammi alla James Dean, sprecate vuole indicare che sono vite di chi si accontenta di esistere senza lasciare alcuna traccia sulla terra. Il cinema ha per decenni rappresentato storie miliari, vicende da cui trarre ispirazione (in senso positivo o negativo) e individui eccezionali, spaventosi, fuori dagli schemi. Anche la televisione aveva cominciato così, cioè rappresentando storie di coraggio e abnegazione (da quei primi episodi di Lassie all’eroismo di Radici) per poi convertirsi e votarsi alla commedia e alla normalità, quest’ultima ricercata come un valore supremo. Se infatti dalle nostre parti definire una persona come “normale” è un’affermazione che rasenta l’insulto, che indica una persona qualunque, in America è un complimento e un’osservazione di valore.
Le sitcom in particolare sembrano essere la voce di questa tendenza (non trattano dunque di vicende con tratti eccezionali come Il trono di spade o Once, racconti favolistici e miracolosi) concentrandosi sull’uomo qualunque con un lavoro qualunque, con moglie e figli, che vive una vita qualunque che ruota intorno alla sua famiglia e a piccoli accadimenti quotidiani. I piccoli dissapori con la suocera e i sotterfugi con la moglie, la coda al supermercato e il costo di un cappuccino, la fila in macchina durante le ore di punta e il microscopico scatto di carriera.
Da qualche anno, questa normalità ha preso la forma del grottesco ritratto di vite sprecate – normalissime perché tanto diffuse tra la popolazione dei ventenni. Alcune serie ritraggono infatti giovani uomini che passano la giornata nei bar a bere e ridere di sciocchezze, giovani e giovanissime donne che fumani marijuana e tracannano superalcolici agli angoli delle strade in pieno giorno come se questo non fosse una vera e propria tragedia, un supremo spreco della propria vita, ma come materiale di commedia.
Si potrebbe dire che la tragedia si è trasformata in commedia per un processo di anestetizzazione generale nei confronti dell’eccezionalità: essere eccezionali non è più un valore ma un fastidioso e pericoloso processo di allontanamento dall’appartenenza alla società, da questo comune deisderio di nascondersi tra le pieghe del sistema, invisibili e innocui. Ed è dunque un inno ai nulla facenti, a coloro che, letteralmente, non fanno nulla per lasciare un segno, a chi evita con successo di diventare un Uomo nel senso pieno e proprio del termine.
Come bestioline delle tenebre, i personaggi di Broad City, di Girls, di The Middle e innumerevoli altre commedie inseguono il nulla a rotta di collo, precipitando nel baratro dell’inesistenza con una vuota, perpetua risata.