closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
L'urto del pensiero

La generazione fottuta. Sinistra, Movimento 5 stelle, populismo

images

di PAOLO ERCOLANI

 

Se fai parte di quelle persone che hanno visto entrare nelle Università, nelle case editrici, nei giornali e in generale nei posti dirigenziali le menti più inadeguate e improbabili.

O se, non per forza in alternativa (ma magari in aggiunta), ti sei visto scavalcare nella scala sociale da persone non in ragione del merito, dalla deontologia professionale e neppure dalla passione per un lavoro che gli è piovuto sulla testa come un atto dovuto.

Ebbene, se sei tutto questo, è molto facile che tu appartenga alla generazione fottuta.

Che non è quella di cui parlava Gaber, la generazione «sconfitta», perché siamo su un piano ulteriore.

La generazione fottuta

La generazione che oggi ha più o meno fra i 35 e i 50 anni, infatti, è quella che molto spesso non ha potuto neppure giocarla, la sua partita. E anche le generazioni che seguono, stante queste condizioni, non godono di fondamenti rassicuranti.

Persone spinte a ricercare in sé chissà quale forma di inadeguatezza, perché costantemente e sistematicamente superate da competitori inadeguati, mediocri, privi di passione come anche di preparazione.

Da persone che spesso, non sempre ma spesso, ottengono il «posto» di lavoro in ragione dell’essere figli di, raccomandati da (partito, chiesa, massoneria, relazioni castali), o semplicemente a causa di un meccanismo automatico che premia e tutela i cosiddetti «scorrimenti» di carriera (ope legis, per rifarsi a quel «latinorum» che sovente entra in gioco quando la burocrazia sovrana dispensa le proprie nefandezze), ignorando completamente i meriti (e i demeriti).

Inutile girarci intorno: se questo disastro è figlio di un intero sistema socio-culturale, è la Sinistra a portarne sulle spalle la responsabilità più grande.

Il fallimento della Sinistra

Una volta conquistata la democrazia, infatti, che grazie all’intreccio virtuoso di scuola pubblica (non a caso bollata come un prodotto del comunismo, dai liberisti di fine Ottocento) e sistema di «welfare state» (giustizia sociale), garantiva per quanto possibile una «parità di condizioni di partenza» e una ragionevole «mobilità sociale» (per cui chi proveniva da famiglia umile poteva aspirare a migliorare la propria condizione di partenza), ebbene una volta conquistato tutto ciò (perché in qualche modo lo si era conquistato), una Sinistra saggia e sinceramente intenta a difendere le categorie sociali più deboli avrebbe dovuto impegnarsi nella difesa con le unghie e con i denti almeno di questo «risultato minimo».

Il «merito», infatti, frutto di capacità, impegno e passione che una persona mette nel proprio lavoro, dopo la conquista della democrazia rappresentava la vera cartina di tornasole di una «lotta di classe» condotta schierandosi dalla parte dei più deboli.

Una visione meccanicistica e anacronistica (oltre che astratta) della lotta di classe (che oggi si configura come lotta fra coloro che sono «inclusi» o «esclusi» dal campo delle possibilità: culturali, lavorative, dirigenziali, etc.), ha fatto diventare quest’ultima una sorta di bandiera di chi difendeva le posizioni consolidate, i privilegi derivanti dalla nascita o dagli scorrimenti di carriera, i titoli «nobiliari» acquisiti dall’appartenenza a questa o quell’altra ideologia, questa o quell’altra consorteria, questo o quell’altro sistema di potere che ti garantisce il posto in virtù di una tua fedeltà acritica e possibilmente anche servile.

Una «lotta di classe» coerente ed effettivamente tarata sulle condizioni sociali oggettive (e non sugli intellettualismi astratti), cui la Sinistra ha abdicato sostanzialmente in due fasi, cronologicamente vicine e che qui, per comodità, riassumo attraverso due date.

1968 e 1989

Il 1968, che ha segnato la distruzione totale dell’idea stessa di «merito», per cui ci si guadagna una posizione sociale con l’impegno, la preparazione e la passione.

Il 1989, in cui insieme all’acqua sporca dei disastri del «comunismo reale» la Sinistra ha visto bene di rinnegare anche le sue conquiste rispetto al welfare state, alla giustizia sociale, alla parità di condizioni di partenza garantita da un contesto democratico.

La resa incondizionata, con tanto di genuflessione, ai principi del neoliberismo (1989: distruzione della giustizia sociale, non esiste la società ma solo gli individui, le leggi naturali dell’economia dominano su quelle razionali della politica), si è fusa con l’idea nefasta (1968) per cui istruirsi, acquisire competenze e puntare a migliorare la propria condizione sociale è sinonimo di cultura «borghese» e, quindi, per ciò stesso gretta, funzionale al capitalismo, negativa ai fini della rivoluzione e della costruzione della società perfetta. La tanto agognata e utopistica società perfetta in nome della quale troppe volte la Sinistra ha sacrificato il perseguimento di una società anche soltanto giusta.

Con tutto ciò, la Sinistra non ha posto le basi soltanto per la sua sconsiderata auto-distruzione (non rappresentando più le istanze reali delle classi sociali svantaggiate si è condannata all’irrilevanza), ma ha di fatto avallato il disastro totale di un Paese che, più o meno a tutti i livelli, da troppo tempo vede occupare posti di dirigenza da figure mediocri, incapaci, tristi e rancorose perché prive di quella passione che altrimenti gli sbatterebbe in faccia la propria inadeguatezza come un dato insopportabile.

Una Sinistra che rinuncia alla lotta di classe attraverso il criterio del merito, condanna il suo popolo di svantaggiati a perderla inesorabilmente, quella lotta, perché in assenza di merito a decidere le posizioni sociali saranno altri criteri tutti legati al fattore del «privilegio», dell’appartenenza famigliare o castale.

E le classi sociali svantaggiate, per varie ragioni, non sono quelle che possono godere e beneficiare di posizioni di privilegio acquisito.

Una Sinistra siffatta, non ha condannato alla sconfitta soltanto il proprio popolo di appartenenti alle classi sociali svantaggiate. Ma ha condannato tutto il Paese.

Le origini del populismo

Un Paese che da mezzo secolo seleziona le proprie classi dirigenti (nelle università, nel management, nella politica, nelle professioni) attraverso questi criteri di privilegio e di scorrimento automatico, infatti, è quello stesso Paese (il nostro) che oggi si trova a pagarne i frutti avvelenati.

Dovendo patire la mancanza di idee e proposte, nonché i disastri prodotti da personalità e professionalità mediocri, un po’ in tutti i settori messe in ruoli di primo piano.

Dirò un’eresia: la crisi economica, che si aggiunge a quella culturale e professionale, non è soltanto il prodotto dei diktat sciagurati imposti dalla trionfante ideologia neo-liberista, ma anche delle figure incompetenti e mediocri che, ai più vari livelli della scala sociale, con la loro inadeguatezza e mediocrità infestano e bloccano il sistema sociale e produttivo, compresa la produzione di idee serie e percorribili di elaborazione di un sistema alternativo rispetto ai disastri della teologia tecno-finanziaria.

Da qui si evince un’ulteriore eresia: il cosiddetto populismo, la tanto esecrata reazione giudicata dai soloni come furente, irrazionale, smodata e non priva di derive demagogiche pericolose rappresentata, per esempio in Italia, dal Movimento 5 Stelle, è uno dei frutti avvelenati del fallimento sopra descritto.

Un popolo che non trova degna rappresentanza delle proprie istanze nei confronti delle rendite e dei privilegi, che non beneficia di una politica ispirata ai valori della giustizia sociale e del bene comune (in una parola: della democrazia), non è un popolo che ha il dovere e neppure il diritto di affidarsi a quella estrema e rischiosissima opzione che chiamiamo «populismo».

Semplicemente, e drammaticamente, non ha altra scelta!

P.s.: Questo articolo non è esente da una certa generalizzazione (quanto scritto non vale per tutti i privilegiati né per tutti i «fottuti»), come anche da una particolarizzazione (non vale solo per l’Italia).