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Lo scienziato borderline

La forma minima della felicità è intervistare Francesca Marzia Esposito

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Esiste l’originalità e la bravura di una scrittrice giovane di nome Francesca Marzia Esposito, da Milano, autrice de “La forma minima della felicità” sua prima opera (Baldini & Castoldi, 2015).

Esiste anche l’insonnia dell’ancora giovane o giovanile o arzillo qui scrivente, che dalla Grecia di sera tardi le scrive per chiederle un’intervista.

Ma l’arzillo ha capito la scrittrice: è molto brava, e l’intervista verrà molto bella. Grazie a lei, alle sue riflessioni/risposta. È pigro, l’arzillo, ma ha buon occhio e sa riconoscere ancora uno scrittore, quando di rado ne vede uno.

Raccontiamo prima un poco il libro, e poi passiamo alla bellezza, cioè le risposte di lei alle domande di lui.

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Luce vive barricata in casa, vegeta sul divano, mastica fette biscottate davanti a un canale monotematico di televendite perenni di gioielli. Ha perso il lavoro e in casa tutto è a terra, le mensole, i libri, i cassetti, e i giorni/notti/giorni/notti passano uguali. Un giorno arriva nella sua vita Bambina, Viola, cinque anni, figlia di Yuri, suo fratello, che non vedeva da tempo. Bambina è muta, ha scelto di non parlare più. «Pensavo mi avrebbe seguita, con i cani succede così, invece era lì, di sale». Bambina, non parla, ma telefonerà alla televendita. Lei non  parla, ma scriverà numeri su post-it fluorescenti. Non parla, ma appiccicherà quadrati colorati sulla porta di Luce e poi giù per le scale e sotto il portico. Bambina creerà tappe di foglietti di carta che Luce, alla fine, seguirà uno dopo l’altro uscendo finalmente dal bozzolo-casa. Bambina sarà il il punto di contatto tra le persone importanti del passato di Luce e quelle che le si avvicineranno in futuro, come Morgan, il ragazzo che risponde in centralino alla televendita. Luce inizierà a lavorare in una libreria e per andarci dovrà prendere la metro, un tram, fare circa settanta passi, e attraversare l’incrocio. È una storia di solitudine ed evoluzione, di tempo che scorre anche se non vuoi e sai, finche Bambina non te lo sostanzia, muta.

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M. – Francesca, nel tuo romanzo  Luce è una persona molto passiva. Molto diversa da te. Inazione. Eppure pare che in alcuni momenti sia autobiografico. Come hai conciliato te stessa con una persona così diversa da te?

F.M. – Ragionare ad alta velocità è ancora una delle attività più dispendiose a livello energetico. E ora noi possiamo stare qui a discutere su cosa definisca un’esistenza passiva o attiva, per quanto ne so, molte persone si muovono continuamente senza spostarsi di un millimetro, da sé, dalle proprie idee, convinzioni, da un certo modo stereotipato di rimanere sedotti dalla realtà, una sorta di pigrizia dinamica permette di confondere il movimento con l’azione. Quali sono gli spostamenti che ha senso fare? Che tipo di azione dobbiamo compiere perché la nostra esistenza sia significativa? Il giro di vite successivo sarebbe Ha senso parlare di esistenza significativa a partire dalle nostre azioni, o forse non è già l’esistenza, in quanto tale, significativa di per se stessa. Del residuo fisso che si deposita dopo una sofferenza fisica, psichica, di quella sorta di pace deformata che attecchisce sulle persone, su un’intera casa, sugli oggetti superstiti di una vita disabitata, di questo parla il romanzo. Di cosa si prova a sentirsi soli in una città come Milano, volevo raccontare alcune fobie, e l’incapacità di sorreggere il carico. La casa come centro di esistenza. Il rifugio. La tregua. Ma che succede se la paura prende il sopravvento? Se l’equilibrio sul quale abbiamo imparato a gestire le nostre nevrosisi sballa e decidiamo di non voler più uscire dalle quattro mura domestiche? Salvaguardiamo le nostre funzioni vitali, non la nostra vita, scambiamo il malessere come forma ridimensionata di benessere.
La verità del romanzo è questione di prospettiva, non di autobiografia, lo dice Zadie Smith, sono d’accordo con lei. Il mio vissuto, le mie predisposizioni personali fanno parte di una cerchia più allargata, esperienze che mi appartengono anche se non inprima persona. Sempre per citare Zadie Smith, quello che lega il testo al proprio autore è la personalità, la sua maniera di essere nel mondo, il suo modo di guardare le cose, una certa sottigliezza o articolazione della propria coscienza, siamo ben oltre il dettaglio autobiografico, le nostre invenzioni non sono scollegate dal nostro io.

M. – Bambina perché non parla? E perché telefona e parla alla radio, invece? E tu, da bambina, eri parlante?

C’è una solitudine che attraversa le parole. I dialoghi mancati, i monologhi a due. Il linguaggio, le parole, l’imperfetta trasmissione di quello che vuoi dire, la difficoltà di far arrivare il messaggio esattamente come lo intendi e l’immancabile sfasatura tra pensiero e suono corrispondente da cui derivano gli inevitabili fraintendimenti. Bambina fa tutto un percorso in questo senso, prima rifiuta di parlare, poi si isola scrivendo numeri su foglietti, cerca una comunicazione virtuale attraverso la tv, sublima, quando riprende a dire, crea parole inesistenti, inventa un suo linguaggio, rinasce attraverso parole nuove. Ero una bambina? Io? Davvero?

M. – il finale della storia è positivo? Perché la storia che inizia buia finisce in Luce? Non ti sembra dovessi tenere lo stesso profilo dall’inizio alla fine?
F.M. – In realtà non c’è completa catarsi della protagonista, c’è solo che stare immobili è un’attività complessa che richiede una serie di microspostamenti, una continua progressiva impercettibile riconfigurazione di se stessi. Il finale della storia fa questo, si sposta inesorabilmente, semplicemente perché a volte la vita va così, ma i problemi non sono stati completamente risolti. I problemi non si risolvono mai, prendono altre forme, ramificano in derivate, sono processi evolutivi, noi siamo il risultato di una serie di modalità sbagliate (o corrette) che abbiamo messo in atto per tentare di adattarci ai momenti di crisi

M. – Senti, qual è stata la sensazione della prima presentazione? Avere le persone che dicono: io non ho letto il libro, ma… Quante volte sei morta, sentendo quel “ma…”?

F.M. – Ho un trascorso da ballerina, un po’ di ansia da palcoscenico, molto tremore prima, però quando sei sotto i riflettori ti tocca gestire e tentare di dare il massimo, è andata più o meno così. Fino al momento in cui mi sono seduta dietro quel tavolo, affianco aMatteo B. Bianchi – che è stato un relatore magnifico e mi ha reso tutto più facile – guardavo la libreria piena di gente, amici e sconosciuti, e pensavo: cosa diavolo potrò mai dire di interessante e fondamentale sul mio libro che non ho già detto nel testo? Forse l’unico modo di affrontare una presentazione sarebbe di parlare di tutt’altro, cosa di per sé un po’ assurda, ma tant’è.

M. – Francesca, il primo libro è facile, il secondo è la vera prova. Come vivi questo intermezzo fra il giovane esordiente e lo scrittore “affermato”?

F.M. – La forma minima della felicità ha avuto un percorso articolato e tutto sommato fortunato, non facile comunque. Rifiuti, romanzi precedenti scritti e smantellati, anni di sconforto supportati da piccole vittorie – quando riesci a piazzare un racconto su una rivista, ad esempio – e la vita nel frattempo, le cose da fare comunque. Il manoscritto a un certo punto è capitato in una catena di passaggi virtuosi, e devo ringraziare Massimiliano Santarossache rimase colpito dal testo e lo passò a Lorenza Dalai, la quale se ne è innamorò e fece in modo che venisse notato in casa editrice, e infine Cristina Lupoli che mi ha portato definitivamente alla pubblicazione prendendo a cuore la storia di Luce e Bambina. Persone speciali, determinanti, tu non sei nessuno, e loro ti prestano attenzione, a volte succede.
Sono un tipo molto disciplinato, sempre il mio approccio da ballerina, faccio sbarra quotidiana, tutte le mattine apro il pc e inizio. La sbarra se non la fai tutti i giorni non serve a niente. Metodo e ritmo. È così che sopravvivo alle tensioni, alle aspettative, alla vita in generale. Quando scrivo non mi chiedo niente, mentre sono alle prese con una storia di carta non penso a nient’altro, scrivo e basta.

M. – Grazie, per aver scritto tu questo mio articolo. (M. sorride, F.M. non è dato saperlo)

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Francesca Marzia Esposito vive a Milano, insegna danza. Si è laureata al Dams di Bologna, ha conseguito un master in Scrittura per il Cinema all’Università Cattolica di Milano. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste: Granta, ‘tina, Colla, GQ e altri.

Francesca Marzia Esposito http://www.fizzshow.com/francesca-marzia-esposito/

Francesca Marzia Esposito
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