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Lo scienziato borderline

Mussolini, ultimi giorni

25 aprile. Ore 20.

Fig. 1. 25 aprile. Ore 20. Una delle ultime foto di Mussolini da vivo, in fuga da Milano. L’ufficiale tedesco è il capo della sua scorta, tenente Fritz Birzer.

Premessa

Fra il 25 aprile e il primo maggio 2015, lavorandoci poi fino ad ora, ho ricostruito cronologicamente, in sedici puntate e alcune appendici, gli episodi principali della fine di Mussolini, in contemporanea più o meno esatta con quello che era successo – ora per ora – esattamente settant’anni prima. Partendo dalla fuga da Milano del 25 aprile per arrivare all’autopsia del 30.

Non credo ci sia nulla di nuovo, dal punto di vista contenutistico, se non un tentativo di fare chiarezza, specialmente su alcuni episodi controversi, che elenco brevemente:
– La tentata fuga di Mussolini in Svizzera
– La condanna a morte di Mussolini e dei gerarchi
– L’esecuzione di Mussolini
– Il ruolo ambiguo del comandante del CVL Raffaele Cadorna
– Il ruolo di Walter Audisio, “colonnello Valerio”
– Perché ci fu Piazzale Loreto
– L’oro di Dongo
– Il carteggio Churchill-Mussolini
Ho attinto a molta storiografia, pubblicistica e memorialistica, non solo di parte alleata o partigiana, inclusa qualche fonte poco nota.

Questa cronaca “momento per momento” si inserisce in un’operazione più ampia, che crediamo sia – in futuro – da estendere necessariamente anche ad altri episodi della Guerra di Liberazione. Abbiamo scelto di usare lo stesso approccio della memorialistica revisionista, ovvero l’insistenza sul dettaglio, con lo scopo – però – di superare il revisionismo, cioè di “revisionare il revisionismo“.

È infatti indubbio che alcune delle versioni di questi fatti che per prime uscirono – e vennero adottate come ufficiali nel dopoguerra e fino ai ’70 – fossero talvolta imprecise, talvolta retoriche e romanzate: la lotta partigiana, d’altronde, si meritava un’epopea, e l’ebbe. Negli anni 60/70, tuttavia, vennero pubblicate ricostruzioni complete del periodo della lotta di Liberazione, adeguatamente integranti la memorialistica di dettaglio in precedenza uscita: si fa riferimento qui per semplicità ai testi in [1-4]. A questa si aggiunge l’ulteriore opera di Giorgio Bocca sulla Repubblica di Mussolini [5], che costituisce, già nel 1995, un esempio di storiografia che tenne anche in conto delle testimonianze di parte repubblichina.
Il luogo comune che “la storia la scrivono i vincitori” è qui fuori luogo. I partigiani furono dei vinti – anzi dei traditi – quando nel dopoguerra si ritrovarono in un’Italia democristiana, diretta erede di quella dei notabili di inizio secolo, nella quale gli ex fascisti si trovavano a loro pieno agio, dimenticato il loro passato e pienamente accolti fra i moderati al potere; per i più estremisti, e che al fascismo continuavano a richiamarsi esplicitamente, c’era il MSI diretto erede della RSI, con una forte rappresentanza in Parlamento. Dopo tre anni dalla Liberazione, non vi era, fra i fascisti sopravvissuti alla Resa dei Conti che avvenne immediatamente dopo, praticamente più nessuno in galera.
Non era quella l’Italia nuova sperata dai partigiani e per la quale essi avevano combattuto: ebbero riconosciuta la loro eredità ideale nella Costituzione, sebbene essa sia stata in parte disattesa negli anni.
I partigiani poterono perlomeno raccontare, e lo fecero ampiamente. Per il nostro argomento, si vedano le opere in [27-32]. Alcuni particolari, però, erano inopportuni da raccontare per mere motivazioni politiche, visto il clima di “guerra fredda” fra quello che era diventato il governo italiano (in mano ai “moderati” della DC, del PSDI, PLI, PRI) e le forze che avevano fatto il maggior sforzo nella guerra di Liberazione (cioè il PCI e il Partito d’Azione, oltre al PSI).
A partire dagli anni ’80, le versioni ufficiali vennero pian piano erose e smentite da nuova memorialistica e storiografia, in parte revisionista, il cui contributo iniziale fu talvolta utile per far emergere particolari e fatti nuovi: si veda nel nostro caso [33-37] . Purtroppo, e questo fu un errore della storiografia “ufficiale”, queste rivelazioni non vennero fatte da chi aveva partecipato alla lotta di liberazione fra i partigiani ed era rimasto fedele agli ideali di allora, inquadrandole in un racconto corretto, come venne fatto in [5], ma spesso da revisionisti di vario genere, mentre troppo raramente da storici professionisti e “non di parte”, ad esempio [34-35]; il risultato ultimo è stato di mescolare l’analisi di nuovi particolari e fatti utili con interpretazioni discutibili, fino ad arrivare ad un quasi capovolgimento delle versioni originali, in favore di un’altra – nuova – vulgata [38-53].

Quest’ultima nuova versione revisionista della guerra di Liberazione ha trovato un certo spazio specialmente fra i giovani, e non soltanto più fra i pochi neofascisti, anche per la popolarità di opere non appartenenti secondo noi alla storiografia, ma al romanzo storico ed alla propaganda politica di parte, ed alle quali non si concede qui neppure il riconoscimento di una citazione. La vulgata che ne risultò si può riassumere così: “Quello che ci ha raccontato la storiografia ufficiale sulla lotta di liberazione è in buona parte falso, e ciò è stato fatto per coprire la realtà vera dei fatti: realtà che è andata molto diversamente, o comunque non si sa bene cosa davvero sia successo in tanti episodi. Fra partigiani e fascisti fu una guerra civile e gli uni non erano poi molto meglio degli altri. Ci sono poi molti misteri insoluti.”

Ebbene, è proprio questa nuova vulgata revisionista che va, appunto, smontata: ma non a parole, bensì con il lavoro sui fatti e anche sui particolari, proprio quello dal quale è partito il revisionismo, per arrivare però velocemente ad altro. Dall’aggiunta di nuovi particolari si è passati infatti – come si è detto – ad un lavoro di interpretazione e di fantasia, fino ad una vera e propria distorsione della realtà, assai peggiore della precedente “reticenza” della storiografia e memorialistica ufficiale.
Riesaminando invece i fatti, ci si accorge che il grosso dellle versioni iniziali di parte alleata o partigiana era rispondente alla realtà, nella sostanza: farebbe specie che – uscendo dal ghetto delle fonti neofasciste – il revisionismo arrivasse a velare la realtà fattuale con una tal cortina fumogena di illazioni da ridurla a mitologia, nella quale partigiani e fascisti sono messi sullo stesso piano. Riteniamo tuttavia che le affermazioni di principio, di tipo ideologico, servano fino ad un certo punto. Occorre invece usare i dettagli nuovi, emersi negli anni, per riesaminare il racconto iniziale, per attualizzarlo arricchendolo delle cose non dette, correggendolo e rendendolo più robusto di fronte al revisionismo. Perché – pur nella realtà di un feroce fine guerra – il comportamento degli antifascisti fu lineare e del tutto spiegabile ed adatto alle circostanze. Con qualche punto nero, che non mancheremo di rimarcare anche nel caso di questo racconto degli ultimi giorni di Mussolini. Ma furono pochi, i punti neri, a fronte di un nero quasi totale (ripetiamo, anche qui, quasi totale) che c’era stato dall’altra parte per oltre un ventennio.

Se è pur vero che i morti meritano, di qualunque parte siano, rispetto, non si può però astenersi dal diritto di critica e condanna delle loro scelte, azioni, crimini commessi da vivi. Da vivi, non si era tutti uguali, durante la guerra di Liberazione. E questo va detto e fermamente mantenuto; questa contestualizzazione nel periodo storico spiega  anche molte delle dinamiche durante la conclusione della guerra, da una parte e dall’altra.

Il tempo passa non invano. Se, per fare soltanto un esempio Walter Audisio (il “Colonnello Valerio”, l’esecutore “ufficiale” di Mussolini)  non potè o non volle – 60 o 70 anni fa – raccontare certi dettagli riguardo quei giorni (si veda la Figura 21, l’appendice 3, e l’opera in [29]), ciò non vuol dire che Audisio abbia raccontato solo una bella favola. Riesaminata, la sua versione è molto aderente ai fatti. Dire questo, al giorno d’oggi, è così poco di moda, da esser ormai divenuto politically incorrect ed  impopolare. Così come era vero il contrario sessant’anni fa: Giorgio Bocca, quando scrisse la sua “Repubblica di Mussolini” sulla storia della RSI [5], fece giustamente notare il fatto che – per almeno un trentennio – la storia della guerra di Liberazione sia stata scritta puntando l’attenzione su una parte sola.
Ed è proprio per questo stesso motivo che ora va fatta chiarezza: i “misteri” di quel periodo non sono poi così insolubili, e la loro persistenza, al giorno d’oggi, non fa più il comodo dei vincitori, ma dei revisionisti.

Chiariamo infine che quest’opera viene pubblicata qui in versione “in progress“. Ovvero con una bibliografia abbastanza completa dei testi consultati, e le necessarie note con le fonti più specifiche per quei giorni, ma in corso di aggiornamento. Inclusi molti testi di chiara matrice neofascista o revisionista: appare appena ovvio ricordare che la citazione di una fonte non ne implica automaticamente la condivisione, né totale né parziale. Sono state anche aggiunte fotografie di reperti e documenti, senza indulgere, quando è stato possibile, in particolari di scarsa importanza che però solleticano la curiosità per il loro essere macabri: se si cercano questo tipo di informazioni, internet o i giornali finto-storici di sensazionalismo ne sono pieni.

Nel testo, CLN è il Comitato di Liberazione Nazionale, (CLNAI è quello Alta Italia), CVL è il Corpo Volontari per la Libertà. PFR è il Partito Fascista Repubblicano, RSI è Repubblica Sociale Italiana.

Venticinque aprile, ore 20.

Nel tardo pomeriggio del 25, falliscono le trattative intavolate fra alcuni membri del CLN (Cadorna, Lombardi, Marazza e altri) e i capi del fascismo (Mussolini, Graziani, Barracu ed altri), durante un incontro presso l’Arcivescovado di Milano con la mediazione del Cardinale Ildefonso Schuster. Mussolini spera ancora in un qualche inesistente margine di accordo; Marazza gli comunica l’unica offerta possibile: resa incondizionata. Correttamente, secondo quanto già deliberato dal CLNAI, l’ultima volta la mattina stessa del 25, non può esserci trattativa, soltanto “Arrendersi o perire”.

Mussolini fa allora un suo ultimo coup de théatre. Viene informato, appena prima della riunione, di quanto già sa, e di cui tutti sono al corrente da settimane: i tedeschi in Italia stanno trattando la resa con gli Alleati. Ovviamente, senza coinvolgere i collaborazionisti della RSI, entità che d’altra parte gli Alleati stessi non hanno mai riconosciuto, non solo come preteso “stato”, ma neppure come interlocutore. Mussolini reagisce indignandosi platealmente davanti ai perplessi membri del CLN e abbandona teatralmente la riunione, dicendo che entro un’ora avrebbe dato una risposta alla richiesta di resa. La risposta non venne mai.

Se la riunione ebbe una qualche utilità – sebbene a ragione i rappresentanti comunisti nel CLN l’avessero disertata, disapprovandola – fu nel mettere in vigore la condanna a morte dell’ex duce e di quanti – seguendolo nella fuga con le armi in mano – erano passibili di esecuzione immediata.

All’incontro del 25 aprile con i fascisti in Arcivescovado, Sandro Pertini – ignaro della sua organizzazione ed informato all’ultimo – giunse in ritardo: incrociò sulle scale dell’Arcivescovado lo stesso Mussolini:

“Lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto” (Avanti! del 6 maggio 1945)

Quando giunse nella Sala dell’arcivescovado, Pertini ebbe, con la delegazione del CLN che aveva trattato, una discussione accesa, appoggiato da Emilio Sereni, nel frattempo anch’egli sopraggiunto: chiese alla delegazione perché non avessero arrestato subito Mussolini. E se Mussolini si fosse arreso al CLNAI, secondo Pertini andava consegnato ad un tribunale del popolo secondo il decreto del CLNAI, e non agli alleati. Secondo Pertini, il suo intervento fu risolutivo per la decisione di Mussolini di fuggire, anche se secondo altri Mussolini già aveva deciso di non arrendersi.  In un articolo sull’Avanti (Resistenza: patrimonio di tutti, Avanti!,16 aprile 1965) Pertini scrisse:

“Da tutto questo appare chiaro che il mio intervento presso il cardinale (intervento appoggiato solo dal compagno Emilio Sereni, ma con molta energia) spinse Mussolini a non arrendersi. E soprattutto appare chiaro che se la sera del 25 aprile il compagno Sereni ed io non fossimo andati all’arcivescovado e se quindi Mussolini si fosse arreso al CLNAI sarebbe stato consegnato al colonnello inglese Max Salvadori, il che voleva dire consegnarlo di fatto agli alleati (ed oggi sarebbe qui, a Montecitorio…)”

Diverso atteggiamento avevano avuto, in quel periodo, alcuni socialisti dirigenti e membri del CLN (ad esempio Corrado Bonfantini, Comandante delle Brigate Matteotti), protagonisti degli ambigui tentativi di compromesso dell’ultimo periodo di Mussolini: egli, spalleggiato dai “moderati” ((i ministri Biggini e Pisenti, il filosofo Cione, il capo della polizia Renzo Montagna, i giornalisti Pini, Manunta, Borsani, il mussoliniano antifascista Carlo Silvestri e altri) tentò a più riprese di contattare i membri del suo ex-partito di un quarto di secolo prima (il Partito Socialista, appunto) proponendo di cedere loro il potere in maniera “morbida” e senza insurrezione, offrendo loro anche di proseguire nella cosiddetta “socializzazione”, vanamente decretata dalla RSI, in cambio dell’impunità (il cosiddetto progetto del “Ponte”). Che i socialisti avessero nella Resistenza partigiana un ruolo secondario (la quasi totalità delle formazioni partigiane era comunista, azionista di GL o autonoma) rendeva il progetto del “Ponte” irrealistico, oltre che un meschino tentativo dei capi fascisti di salvarsi la pelle. Fra i primi decreti del CLN, vi fu proprio l’abrogazione del cosiddetto decreto della RSI sulla socializzazione, visti i suoi contenuti antinazionali, falsamente sociali e la nulla adesione che esso ebbe tra i lavoratori. Gli stessi lavoratori che venivano denunciati dai fascisti e deportati nei lager nazisti se scioperavano. Il fascismo – repubblicano per facciata e dittatoriale fino alla fine – rimase sempre ciò che era: servo dei padroni, industriali e agrari. Se il partito dell’industria, vista l’imminente sua fine, ad un certo punto mollò il fascismo per rivolgersi agli americani e agli alleati, ed i fascisti reagirono con rabbia, questo non fa dei fascisti dei rivoluzionari anticapitalisti, ma solo dei servi messi alla porta perché ormai imbarazzanti e inutili. Così come non fa degli industriali degli antifascisti.

Le ferme mani di Sandro Pertini e di Lelio Basso mantennero, nella primavera 1945, i socialisti fuori da qualunque ambiguità o compromesso. Un’ultima lettera “ai compagni socialisti” venne vergata da Mussolini dopo la fallita trattativa in Arcivescovado e prima della fuga, il 25 sera. Conteneva ancora le citate profferte “pontiste” di accordo. Recapitata da Bonfantini a Sandro Pertini, ebbe questa risposta: “La lettera non sarà presa in considerazione alcuna”.

Mussolini rientra in Prefettura e prepara la fuga. Fugge da Milano dove sta per iniziare l’insurrezione: ha tre opzioni davanti a sé:
1) la fuga in Svizzera;
2) trincerarsi in Valtellina (il “Ridotto Alpino Repubblicano” sul quale si fanno piani fumosi già da mesi) con gli ultimi fedeli per un’estrema resistenza;
3) fuggire in Germania.
L’ordine di partenza, in realtà di fuga, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!“, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande propugnatore/organizzatore del Ridotto in Valtellina, che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina. Pavolini infatti non parte con Mussolini la sera del 25, ma la mattina del giorno successivo con una numerosa colonna di militi fascisti.
Nell’ultima drammatica riunione in Prefettura, il 24 aprile, Pavolini ebbe un violento scontro con Rodolfo Graziani, ministro della guerra e comandante dell’esercito repubblichino, che lo accusò di mentire e di illudere Mussolini sulle possibilità di resistenza in Valtellina: Graziani non partì con Mussolini la sera del 25, ma restò a Milano, decisione che gli salvò la vita. Anche Junio Valerio Borghese, comandante della Xª Flottiglia MAS, disse a Pavolini che la “Decima” non sarebbe andata in Valtellina, ma sarebbe rimasta in caserma a Milano per arrendersi al CLN (come avvenne il giorno 26).
Mussolini parte con i gerarchi repubblichini e con la “scorta” nazista,  capeggiata dal tenente Fritz Birzer. Un lungo corteo di automobili e un camion con i bagagli più ingombranti, camion che avrà un guasto lungo il percorso e sarà recuperato dai fascisti poche ore dopo, già saccheggiato da squadre partigiane.
Vi è un momento storico, nella foto che apre questo articolo (Figura 1 e 2a). Le ultime foto di Mussolini da vivo, mentre sale in macchina nel cortile della Prefettura, con Fritz Birzer, e mentre lascia la Prefettura fra poche braccia alzate. Gli ultimi fascisti milanesi – fra i quali Carlo Borsani – lo implorano di non abbandonarli: invano.
Tre giorni ancora e lo raggiungerà la Giustizia partigiana.

Mussolini a Milano, sera del 25 aprile. Con lui Pavolini (coi baffi al centro) e Barracu (con la benda sull'occhio)

Fig. 2. Mussolini a Milano. Con lui Pavolini (coi baffi al centro) e Barracu (con il cappotto di pelle). La foto – utile per avere un’impressione visuale dell’aspetto dei capi repubblichini negli ultimi mesi – risale alla precedente visita di Mussolini a Milano, appena quattro mesi prima, il 16 dicembre 1944, in occasione del discorso al Teatro Lirico e al giro per le strade di Milano in auto scoperta, fra due ali di folla osannante. L’ultimo grande bagno di popolarità per il dittatore.
Mastalli Pf- Libro Arresto Mussolini...

Figura 2a. Mussolini che esce dalla Prefettura il 25/4 sera: davanti, un motociclista tedesco e poi , con le insegne delle SS (dove probabilmente siede il tenente Birzer). L’ex duce sta su un’Alfa Romeo decappottabile (visibile anche in parte in Figura 1) ed ha come compagno, alla sua destra, Franco Colombo, Comandante della “Muti” (che sarà poi arrestato dai partigiani a S. Fedele Intelvi e fucilato il 28/4/1945 a Lenno). La foto è stata scattata, con altre dello stesso periodo, dal fotografo svizzero di Zurigo Paul-Ernst Aegerter e rintracciata presso la Biblioteca di Lecco. Cortesia dell’autore del volume “L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Pierfranco Mastalli.
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Fig. 3. Percorso della Fuga di Mussolini (in rosso porpora, continuo). In giallo, il percorso più razionale (suggerito il 25 aprile da Pavolini e Fritz Birzer) per raggiungere la Valtellina. In rosso tratteggiato la progettata ed abortita fuga verso la Svizzera del 26 aprile, da Menaggio.
Figura 3a - Schema della distribuzione in zone di competenza delle Brigate Partigiane intorno al Lago di Como, al 25 aprile 1945. Cortesia di Pierfranco Mastalli.

Figura 3a – Schema della distribuzione in zone di competenza delle Divisioni e Brigate Partigiane intorno al Lago di Como, al 25 aprile 1945. Cortesia dell’autore Pierfranco Mastalli, rif: Presenza della I e II divisione “Garibaldi” con relative Brigate secondo un accordo alla casa Pio X in Val Biandino (OdG 3/9/1944) [55].

Ventisei aprile, ore 4 del mattino

Nella giornata del 25 aprile e nella notte del 25/26, a Como, dove Mussolini era fuggito arrivando in serata da Milano, si concentrano numerose formazioni fasciste, provenienti dalle zone circostanti, in buona parte condotte dall’irriducibile Alessandro Pavolini, segretario del PFR. L’afflusso durò tutta notte e continuò nella mattinata del 26. Giorgio Bocca parla di 6.000-7.000 uomini, ampiamente sufficienti per asserragliarsi a difesa di possibili attacchi partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati, ai quali arrendersi, avendo probabilmente salva la vita.
Bastava che il capo del fascismo avesse lo stesso coraggio di un qualsiasi Comandante Partigiano e fosse disposto ad affrontare lo scontro coi partigiani (che erano – nella zona – non molto numerosi, vedi Figura 3a, si stima in poche centinaia il loro numero) e poi la Giustizia degli Alleati, che arrivarono a Como il giorno 28. Iinvece, Mussolini, scartata definitivamente l’opzione Valtellina, volle tentare la fuga in Svizzera, dicendo in contemporanea a Fritza Birzer che invece si sarebbe fatto scortare fino a Merano, e lasciando ancora intendere a Pavolini che Como fosse ancora una “tappa” verso il ridotto in Valtellina.
L’ex duce decise quindi di abbandonare i suoi ultimi fedeli, “sciogliendoli dalla fedeltà al giuramento” e partendo di nascosto con i ministri e gerarchi alle 4:40 del mattino del 26 aprile, direzione Menaggio, e da qui prendendo poi una valle laterale verso il confine svizzero, cercando di ingannare anche i suoi guardiani tedeschi che lo volevano “scortare” , appunto, almeno a Merano e magari in Germania.
Nessuno dei capi fascisti – presenti in folto numero a Como quella sera – ebbe il coraggio o la decisione di restare a Como per organizzare la difesa e affrontare lo scontro coi partigiani: tutti seguirono Mussolini.
Alessandro Pavolini, insieme a Idreno Utimpergher, Comandante della Brigata Nera di Lucca, la mattina del 26 aprile parte da Milano alla testa di una colonna di 178 veicoli, che contava – pare – quasi 5000 militi. Una volta giunto a Como non vi trova però Mussolini, il quale era appunto partito alle 4:40 del mattino per Menaggio e Grandola. Quel giorno 26 aprile, a Como, regna una confusione estrema, I fascisti sono abituati ad avere un “capo” che dia loro degli ordini, ma quel “capo” è ora uccel di bosco.
Così, il 26 aprile, tutti i fascisti arrivati a Como, pensando di fare un’ultima resistenza, in Valtellina o nella città stessa, restarono privi di ordini, abbandonati dall’ex duce e dai loro capi, e alla fine si dispersero, finendo poi a gruppetti in bocca ai partigiani, o nascondendosi. Mussolini fece, come vedremo, entrambe le cose. Pavolini, con un pugno di militi ed un veicolo riconvertito ad autoblindo, partì anch’egli da Como verso Menaggio per cercare di raggiungere l’ex duce.
Mancavano solo due giorni all’esecuzione.

Fuga di Mussolini - Percorso da Como a Moltrasio, 26 aprile 1945.

Fig. 4. Fuga di Mussolini – Percorso da Como a Menaggio, 26 aprile 1945. I tempi di percorrenza non sono esatti, essendo quelli di oggi..

Ventisei aprile, mezzogiorno

Verso le 4 del mattino del 26 aprile Mussolini e i suoi gerarchi abbandonano precipitosamente Como muovendosi verso nord, lungo la “Via Regina”, giungendo a Menaggio verso le sei del mattino, senza incontrare ostacoli. Successivamente in mattinata proseguono da Menaggio lungo una strada che ascende verso il confine svizzero lungo una valle laterale, abbandonando quindi la lungolago: arrivano a Grandola, molto vicino al confine.
Molta pubblicistica, revisionista e non, nega l’intenzione di Mussolini di fuggire in Svizzera, basandosi più che altro sulle dichiarazioni pubbliche che l’ex-duce stesso fece nei mesi e nelle settimane precedenti. Appare invece evidente che Mussolini all’ultimo cambiò idea e – perlomeno – percorrendo la riva occidentale e non quella orientale, come aveva invece suggerito Pavolini la sera del 25 aprile – non si precluse la possibilità di fuga. L’abbandono del lungolago per ascendere verso Grandola e il confine svizzero, poi, mettono in evidenza quali fossero le sue intenzioni, quella mattina del 26 aprile.
Assai significative sono le dichiarazioni dello stesso capo della sua scorta tedesca, Fritz Birzer, in una intervista rilasciata quasi quarant’anni dopo i fatti e della quale riportiamo alcuni stralci:


Quando durante la sosta alla prefettura di Como, riuscii a mettermi in contatto telefonico con un aiutante dell’ambasciatore Rahn che si trovava al consolato tedesco di Milano e gli chiesi istruzioni, temendo un tentativo di fuga di Mussolini in Svizzera, la risposta che ricevetti fu: “Qui non c’è più nessuno, non so cosa dirle. Agisca come meglio crede e se Karl Heinz tenta di fuggire, lo uccida”. Karl Heinz era il nome in “codice” usato da noi tedeschi per riferirci a Mussolini. Dopo la telefonata al consolato mi recai dal comandante del presidio militare tedesco di Como e gli dissi: “Signor Ortskommandant, sono qui col Duce e temo che voglia tagliare la corda. Che cosa mi consiglia di fare?” Mi rispose: “Io ho a disposizione trenta uomini, e lei quanti ne ha?”  “Una trentina anch’io”, precisai. “Bene’ – osservò il capitano – allora insieme abbiamo sessanta uomini e siamo abbastanza forti per trattenerlo. Lo faccia prigioniero!”
Fu a Como che incominciai a capirlo. Per recarsi in Valtellina, da Milano, non si passa da Como, e tanto meno si sceglie la via occidentale del lago. Ma i miei dubbi aumentarono quando Mussolini tentò di partire da Como a mia insaputa, alle 4.40 del 26 aprile. Perché voleva andarsene senza la sua scorta tedesca, da lui tante volte elogiata? E tutti sanno che glielo impedii con i mitra dei miei uomini puntati. A Grandola poi i miei dubbi si fecero più consistenti. Perché Mussolini era salito in quella località, a pochi chilometri dal confine svizzero, abbandonando la litoranea Menaggio Dongo? E perché aveva mandato Buffarini-Guidi e il ministro Tarchi al confine? Soltanto al ritorno da Grandola verso Menaggio, nella sera del 26, Mussolini mi disse: “Birzer, dica ai suoi uomini di prepararsi, partiamo subito per Merano”.


Nella scorta di Mussolini – dal 26 – era presente anche il Capitano Otto Kisnat (Kriminal Inspektor alle dipendenze dei servizi segreti di sicurezza del SD “Sichereits Dienst” e addetto alla persona di Mussolini). Kisnat era partito assieme al convoglio di Mussolini da Gargnano verso Milano, il 18 aprile, ed era rimasto a Milano fino al 24 aprile; aveva poi fatto ritorno sul Garda e si era ricongiunto a Mussolini nel pomeriggio del 26, a Grandola. Kisnat è stato ancor più categorico di Birzer. In una sua intervista del 1968 al giornale “Epoca” (Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935) egli riferisce un particolare riguardante, l’arresto di Buffarini Guidi e Tarchi, del quale si parlerà nel seguito; Kisnat asserisce che Mussolini gli disse all’hotel «Miravalle» di Grandola: «Li ho mandati io a trattare con le autorità di confine la possibilità di passare in Svizzera col mio seguito… ma ora ciò non è più possibile. Partiremo domani, presto, per Merano».
Da queste testimonianze, e da un semplice sguardo ad una cartina geografica, si può quindi capire il motivo della precipitosa partenza di Mussolini, in direzione Svizzera.
L’edizione del 26 aprile del Corriere della Sera, esce dedicando la sua prima pagina all‘insurrezione di Milano contro i nazifascisti e riporta la notizia della fuga di Mussolini da Milano: essa diviene di dominio pubblico e si scatena la caccia all’uomo, da parte di partigiani ed alleati, con lo scopo comune di catturarlo, ma con idee diverse – come vedremo – sulla sua sorte dopo l’arresto.

Prima pagina del Corriere della Sera del 26 aprile 1945. "Mussolini scompare da Milano dopo drammaticghe tergiversazioni". Il proclama del CLN "Arrendersi o perire".

Fig. 5. Prima pagina del Corriere della Sera del 26 aprile 1945. “Mussolini scompare da Milano dopo drammatiche tergiversazioni”. Il proclama del CLN “Arrendersi o perire”.


Mussolini e il suo ampio seguito si fermano a pranzo presso la caserma della Milizia Confinaria con sede all’ex albergo Miravalle. a Grandola. Lì Mussolini è raggiunto da Clara Petacci, ed è sempre presente con lui la scorta tedesca che aveva ricevuto l’ordine da Hitler di dirigerlo verso la Germania. Qui apprende della sua condanna a morte da parte del CLN (vedi in seguito il Decreto) e fa considerazioni sulla presunta ingratitudine del Comandante del CLN, generale Raffaele Cadorna, che ha firmato il Decreto di condanna: “Con tutto quello che ho fatto per riabilitare la memoria di suo padre”. Parla del Generale Luigi Cadorna, famigerato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano durante la Prima Guerra Mondiale, responsabile di sconsiderati attacchi che portarono allo sterminio di centinaia di migliaia di soldati italiani, della disfatta di Caporetto, sostituito dopo questa da Armando Diaz.

Nel pomeriggio, mentre è a Grandola, arriva a Mussolini la notizia che i ministri Guido Buffarini Guidi e Angelo Tarchi, che tentavano per primi l’espatrio forzando la dogana, sono stati invece arrestati a metà strada, a Porlezza, circa 8-10 km più avanti, dai partigiani. Mentre due automobili con i gerarchi in avanscoperta sono state bloccate, una terza è riuscita a tornare indietro e ad avvertire l’ex duce. Nel frattempo la radio annuncia che anche Milano è stata liberata e che i responsabili della disfatta nazionale, trovati con le armi in mano, saranno puniti con la pena di morte.
Mussolini capisce che fuggire in Svizzera non è più possibile, e torna a Menaggio, sperando di mescolarsi ai tedeschi in fuga verso la Germania, o di arrendersi agli alleati.

Il probabile progettato percorso della fuga in Svizzera di MUssolini, 27 aprile 1945. Giunge a soli 15 km dal confine. I tempi di percorrenza non sono esatti, essendo quelli del 2015

Fig. 6. Il progettato percorso della fuga in Svizzera di Mussolini, 26 aprile 1945, partendo da Grandola, a soli 15 km dal confine. I tempi di percorrenza non sono esatti, essendo quelli odierni.

Ventisei aprile 1945, ore 23.

Mussolini ritorna in tarda serata del 26 aprile a Menaggio, lago di Como. L’ultimo tentativo di fuga verso la Svizzera è abortito, dopo essere arrivato, in giornata, a soli 15 km dal confine. Meta della fuga era la tranquilla cittadina di confine Albogasio sul Lago di Lugano, un valico con la Svizzera che si pensava fosse poco sorvegliato, a due passi da Lugano: il percorso, da farsi interamente in automobile, prevedeva di percorrere l’attuale Strada Statale 340 lungo il tratto della sponda nord del Lago di Lugano in territorio italiano, passando da Porlezza, Cima e appunto Albogasio; ma a metà strada, fra Grandola e il confine, a Porlezza, due gerarchi fascisti (Buffarini Guidi e Tarchi), che erano andati in avanscoperta, nonostante i  documenti falsi e la loro non eccessiva notorietà, oltretutto in piccolo gruppo, vengono comunque riconosciuti ed arrestati dai partigiani. Mussolini non aveva alcuna speranza di passare.
Un’altra possibilità che si offriva a Mussolini era quella di salire per la strada secondaria che arriva al paesino di Buggiolo e quindi percorrere un tratto a piedi – di cui la maggior parte in agevole sentiero – per giungere alle reti di confine, per boschi e sentieri ben noti ai contrabbandieri; questa ipotesi è riportata dal dia­rio di don Nemesio Farina, il “parroco dei contrabbandieri”, pubblicato con il titolo “I fioretti del cardinal Schuster”. Si sostiene che, addirittura, l’arci­vescovo di Milano Schuster – alla fine del colloquio del po­meriggio del 25 aprile – avrebbe consigliato all’ex-duce di dirigersi verso quella zona, “una piccola valle ospitale che gli avrebbe offerto una quasi cer­ta salvezza, essendo libera da formazioni partigiane ed affidata a sacerdoti che avevano aiutato in quegli anni molti fuggitivi ad arrivare in Svizzera“. Le affermazioni di Schuster, tuttavia, se vere, non erano tuttavia più aggiornate: anche quella zona era presidiata, sebbene in minor misura rispetto ad altre, dai partigiani.
Inoltre, una fuga del genere può essere tentata da pochi singoli, non da un gruppo di oltre un centinaio di persone, famiglie comprese, in una valle presidiata da partigiani in armi. Le tergiversazioni di Mussolini sono state fatali: ogni via di fuga è chiusa, ed il cerchio si stringe.
Pavolini raggiunge in serata Mussolini e i suoi a Menaggio: ma non con i 5000 militi che erano partiti con lui la mattina; egli giunge con Uttimpergher e appena pochi militi, a bordo di un veicolo convertito ad autoblindo: sono bastati due giorni di indecisa attesa, e le ultime migliaia di “irriducibili” si sono trasformate in unità.
Proprio in quelle ore, a Milano, la X MAS di Junio Valerio Borghese si arrende al CLN senza sparare un colpo, aggrappandosi a un sofisma (“Ammainammo la bandiera e smobilitammo”). Borghese fu poi arrestato, ma, nel dopoguerra, scontò in tutto tre soli anni di carcere. Lo ritroviamo poi molto attivo nella politica dell’Italia repubblicana, fino al famigerato “golpe Borghese” del 1970.
Sopraggiunge a Menaggio, in quelle ore, un convoglio militare tedesco – della contraerea “Flak” – in ritirata verso Merano e la Germania, che si ferma appunto nel paese per la notte: 38 autocarri e 200 soldati ben armati. Fritz Birzer, il tenente tedesco che come abbiamo detto “scortava” Mussolini, senza mollarlo un momento, caldeggia l’idea di aggregarsi tutti alla ben munita colonna tedesca, la mattina seguente, proseguendo per Merano. L’ultima decisione fatale per l’ex duce, che trascorre la sua ultima notte da uomo libero.

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La via di fuga dei contrabbandieri, seguita anche da molti ebrei durante la guerra. Da Grandola Mussolini avrebbe dovuto arrivare in auto fino a Buggiolo, quindi intraprendere un primo sentiero a piedi per circa tre ore di cammino, e successivamente varcare il confine attraverso il Passo.

Fig. 7-8. La via di fuga dei contrabbandieri, seguita anche da molti ebrei durante la guerra. Da Grandola Mussolini avrebbe dovuto arrivare in auto fino a Buggiolo, quindi intraprendere un primo sentiero a piedi per circa tre km di cammino, e successivamente varcare il confine attraverso il Passo San Lucio con un breve tragitto.
L'autoblindo di Pavolini. Dongo, aprile 1945.

Fig. 9. L’autoblindo di Pavolini. Dongo, aprile 1945.

Ventisette aprile, ore 5 del mattino.

Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, circa 100 persone)  partono da Menaggio (Como), aggregati ad una colonna tedesca di militari in ritirata verso Merano e la Germania. La colonna, lunga circa un chilometro, alle 07:15, appena fuori dall’abitato di Musso, poco più a nord, viene fermata ad un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”, commissario politico Michele Moretti “Pietro Gatti”, vice commissario politico Urbano Lazzaro “Bill” e capo di stato maggiore Luigi Canali “Capitano Neri”.

Pier Luigi Bellini delle Stelle "Pedro", comandante della 52a Brigata Garibaldi, al centro con barba e baffi.

Fig. 10. Pier Luigi Bellini delle Stelle “Pedro”, comandante della 52a Brigata Garibaldi, al centro con barba e baffi.

Dopo una breve sparatoria, iniziano le trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio. I tedeschi, in numero e armamento assai maggiore dei partigiani, non si rendono conto di avere innanzi a loro un blocco con un numero assai esiguo di uomini, che potrebbero facilmente sopraffare. Trattano, ed alla fine ottengono il permesso di poter proseguire la ritirata, a condizione che venga effettuata un’ispezione, al posto di blocco partigiano successivo (cioè a Dongo), e siano consegnati tutti gli italiani presenti nel convoglio. L’esito pomeridiano della trattativa, con l’accordo con I tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione, attraverso un prete del luogo, della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna, ed acconsente quindi a lasciar proseguire i tedeschi. I quali, d’altro canto, non faranno molta strada. Riportiamo alcuni stralci dell’articolo citante l’opera in [55], già citata per alcune fonti iconografiche.


La colonna tedesca, dopo la perquisizione nel pomeriggio del venerdì 27 sul lungolago di Dongo, fu lasciata sfilare lungo la strada “Regina” verso Nord, passando per Gravedona. I partigiani poi la bloccarono e ne trattarono la resa con la firma finale il 28 aprile 1945 presso l’Albergo Isola Bella di Colico: due giovani Comandanti partigiani, Iach e Sam, firmarono la resa della colonna tedesca.


Torniamo a Musso, ed al 27 pomeriggio. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta SS, il tenente Fritz Birzer, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco. A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di seguire Mussolini nel convoglio nascondendosi come lui.
La pubblicistica revisionista ha tentato di negare il travestimento dell’ex duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:


«Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della Flak di consegnare a Mussolini il suo cappotto e il suo elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, egli sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani. Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il Duce di ascoltare il mio consiglio. Cosi Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della Flak e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna».


Intanto – durante le convulse ore che seguono l’arresto mattutino della colonna a Musso – alcuni gerarchi componenti la colonna (Ruggero Romano con il figlio Costantino, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, Augusto Liverani, Nicola Bombacci, Luigi Gatti, Ernesto Daquanno, Goffredo Coppola e Mario Nudi) si consegnano al parroco di Musso, don Enea Mainetti, sperando di nascondersi e di scamparla. Essi – tradendo la consegna del silenzio assoluto sulla presenza dell’ex duce – confidano al prete che Mussolini è presente nella colonna. Il prete – però – correttamente consegna i fascisti ai partigiani e avverte il Comandante Pedro di quanto ha da loro saputo: ciò spiega anche – come detto – l’accordo sulla perquisizione con il permesso di proseguire consegnando tutti gli italiani, noché l’accuratezza della successiva ispezione, fino all’individuazione di Mussolini. In quanto ai gerarchi traditori – essendo tutti condannati a morte per decreto del CLNAI del 25 aprile, articolo 5 (vedi in seguito) – saranno fucilati il giorno seguente, a parte ovviamente il giovane  Costantino Romano, che venne rilasciato.

L'intervista del 1981 a Fritz Birzer. Fonte: http://www.larchivio.org/xoom/birzer.htm

Fig. 11. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer. Fonte: http://www.larchivio.org/xoom/birzer.htm
Colonna_dongo

Fig. 12. Uno dei camion della Colonna tedesca a Dongo, 27 aprile 1945

Ventisette aprile, ore 16

Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri. Vi è stata su questo punto una certa diversità di versioni, su chi avesse “riconosciuto Mussolini” e “arrestato Mussolini”, tuttavia praticamente risolta, al contrario della questione sull’esecutore materiale della sentenza di morte.
Risale al 2002 un’intervista a Ivo Bitetti, romano, futuro rugbysta e pallanotista nazionale abbastanza noto, che trovandosi a Dongo e conoscendo il tedesco, da civile venne chiamato dai partigiani a fungere da interprete, durante l’ispezione. Nella sua intervista Bitetti sostiene di aver notato per primo il corpulento soldato tedesco steso sul fondo del camion come se dormisse ubriaco. Ma di Bitetti e del suo preteso ruolo non vi è traccia nella relazione del Maresciallo Di Paola, assai accurata e che riporteremo dopo. Appare tranciante, infine, la dichiarazione da parte del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini (Figura 12a [55]).

Figura 12a - Dichiarazione.

Figura 12a – Dichiarazione del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini [55].

La rivelazione di Bitetti appare quindi non corrispondente a piena verità, sebbene sia accertato da altre fonti la sua effettiva presenza sul posto in quei giorni e la sua collaborazione con la Brigata Garibaldi e al momento della perquisizione. Tuttavia la dichiarazione da parte dei comandanti Pedro e Bill sull’effettivo ruolo di Giuseppe Negri è nota e verificabile da tempo, essendo stata pubblicata sul Diario di un nipote di Giuseppe Negri stesso, e nel volume dell’Anpi e ISSREC di Sondrio a pag.214 dal titolo “Valtellina e Valchiavenna dal fascismo alla democrazia” [55]. Si confronti anche l’articolo che riproduce la dichiarazione in figura sopra, frutto del lavoro di ricostruzione di Pierfranco Mastalli, leggibile in ref. 55 e nella figura qui sotto riportata.

Mussolini fu riconosciuto da Giuseppe Negri. Articolo di Marco Luppi per "La Provincia", 28 maggio 2015. Cortesia di Pierfranco Mastalli.

Figura 12b – Mussolini fu riconosciuto da Giuseppe Negri. Articolo di Marco Luppi per “La Provincia”, 28 maggio 2015. Cortesia di Pierfranco Mastalli.

Tornando al momento nel quale Negri scopre l’ex duce nascosto, viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”.  Bill riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi, lo disarma del mitra e di una pistola, ed arrestatolo e presolo in consegna, lo porta nella sede comunale, dove gli vengono sequestrate due borse di cui era in possesso (v. Appendice, “Carteggio Churchill-Mussolini”). Tutti gli altri componenti italiani al seguito, oltre cinquanta, vengono scoperti ed arrestati. Si tratta di quasi tutti i maggiori gerarchi e ministri della RSI; mancano Buffarini Guidi e Tarchi (già arrestati il giorno precedente), Rodolfo Graziani (ministro della guerra e capo dell’esercito repubblichino), che non aveva seguito Mussolini durante la sua fuga da Milano, il ministro della Giustizia Pisenti (anch’egli rimasto a Milano e salvato grazie all’intervento di Corrado Bonfantini), Colombo (arrestato e giustiziato altrove il 28) e pochi altri. A Dongo, oltre ai gerarchi arrestati, vi sono anche componenti delle famiglie, che non subiscono rappresaglie (eccezion fatta per Marcello Petacci, vedi in seguito).
Un Rapporto dettagliato dell’ispezione è reso dal Maresciallo Capo Francesco Di Paola, comandante della brigata della Guardia di Finanza di Dongo. Nelle giornate dell’insurrezione, Di Paola prestava servizio per il mantenimento dell’ordine pubblico, in collaborazione con la 52a brigata partigiana, e “Bill” lo incaricò di dirigere la ricognizione, effettuata dai partigiani. Riportiamo – letterale – uno stralcio della Relazione:


“Io iniziai la visita per mio conto senza mai stancarmi di raccomandare ai patrioti che mi erano vicino di eseguire le visite minuziosamente, guardando bene tra le valigie e cassette di cui erano cariche le macchine. Nonostante però le raccomandazioni ognuno agiva per proprio conto e non si vide altro che una grande confusione, specialmente quando furono trovati i primi italiani vestiti da tedeschi (come il ministro Romano, Coppola ecc.). Tutti gli armati e borghesi scendevano e salivano sui camion ma senza risultati positivi, appunto perché le  visite venivano fatte superficialmente. Visto tale confusione iniziai per mio conto un servizio di osservazione per studiare le mosse dei tedeschi che occupavano gli autocarri. Giunto presso un autocarro già visitato parecchie volte, notai che l’atteggiamento dei militari tedeschi che vi erano a bordo era sospetto fino al punto di farmi pensare con certezza che su quel automezzo si trovava qualche gerarca nascosto. Allora subito ordinai al partigiano Negri Giuseppe da Dongo di salire su quel autocarro ed eseguire una minuziosa perquisizione indicandogli anche di guardare bene sotto i materiali che si trovavano dietro il posto di guida perché vi era qualche cosa che assomigliava alla figura di un uomo. Il Negri obbedì e salito sul camion iniziava la perquisizione mentre io sorvegliavo sempre le mosse dei soldati tedeschi. Quando il Negri si avvicinò al punto dove io precedentemente gli avevo indicato ed alzate le coperte, mi accorsi che i militari suddetti dichiararono qualche cosa al Negri, ma non mi fu possibile capire le vere parole che poi seppi che gli avevano dichiarato che ivi era un loro camerata ubriaco. Il Negri non si convinse delle dichiarazioni dei militari tedeschi e alzata la coperta vide Mussolini. Fingeva di nulla e continuava la perquisizione fino a guardare bene tutto il camion. Terminata la perquisizione scese ed io subito gli chiesi il risultato della visita da me ordinata, ma il Negri era talmente confuso fino al punto di rispondermi balbettando qualche parola e precisamente “c’è su il bello”. Intanto io ancora insistentemente gli chiedevo che cosa aveva visto, insieme ci portammo verso la piazza. In quel momento appariva Bill – Lazzaro Urbano – ex Guardia di Finanza, al quale il Negri si fece incontro gridando “Bill su quel camion c’è Mussolini”. Io, Bill e alcuni uomini ci precipitammo verso il camion. Bill salì sull’automezzo e scorto Mussolini lo invitò a scendere. Mussolini lo seguì e si portò verso la parte posteriore del camion per scendere. I soldati tedeschi rimasero fermi al loro posto, mentre Mussolini li guardava e quasi con lo sguardo li invitava a reagire, come poi si è saputo che Mussolini era convinto che alla sua scoperta i militari tedeschi dovevano fare uso delle armi.”


Urbano Lazzaro "Bill", il partigiano che arrestò Mussolini. Qui fotografato nell'inverno del 1945 davanti al cancello di villa Belmonte, mentre ricostruisce l'esecuzione di Mussolini, alla quale tuttavia non partecipò.

Fig. 13. Urbano Lazzaro “Bill”, il partigiano che arrestò Mussolini. Qui fotografato nel novembre del 1945 davanti al cancello di villa Belmonte, mentre ricostruisce l’esecuzione di Mussolini, alla quale tuttavia egli non partecipò. Secondo Pierfranco Mastalli [55], questa foto fa parte di una serie di foto scattate dal fotografo Federico Patellani ai primi di novembre del 1945 (data desunta da una foto della serie che riprende una fiera di merci e bestiame detta dei Morti a Sorico, colta nel passaggio per fotografare il Ponte del Passo dove fu bloccata per una notte la colonna tedesca della Flak ancora armata), per un servizio sul giornale “Corriere Lombardo” con la presenza in Alto Lario di Bill e Pedro, che in quel periodo soggiornavano a Como [56].

Alcuni fascisti cercano di fuggire durante le convulse ore del 27 aprile: sperano di nascondersi presso la popolazione locale; a questo scopo tentano di corrompere la popolazione offrendo denaro e gioielli: nessuno accetta di nasconderli.
Pavolini e gli occupanti dell’autoblindo sono gli unici a cercare di resistere: una manovra improvvisa dell’autoblindo, come se cercasse di sganciarsi dal convoglio e fuggire, scatena un breve scontro a fuoco con i partigiani: gli occupanti vengono catturati. Pavolini tenta di fuggire nascondendosi nelle rive del lago, fra la vegetazione, ma viene ripreso e nel tentativo di fuga rimane ferito.
La notizia dell’arresto di Mussolini si sparge rapidamente: inizia una partita a tempo fra coloro che vogliono sia eseguita la sentenza capitale del CLNAI e coloro che invece vogliono consegnare l’ex duce agli alleati, in pratica salvandolo dall’esecuzione.

Figura 16a - Prima pagina del "popolo Nuovo" del 28 aprile 1945. Sotto la notizia della Liberazione di Torino, si legge dell'arresto di Mussolini durante la fuga.

Figura 13a – Prima pagina del “Popolo Nuovo” del 28 aprile 1945. Sotto la notizia della Liberazione di Torino, si legge dell’arresto di Mussolini, con I suoi complici, durante la fuga. Era successo soltanto nel pomeriggio del giorno precedente.

Il comandante Bellini delle Stelle, dopo l’interrogatorio di Mussolini nel Municipio di Dongo, intorno alle 18.30 del 27 aprile, valuta come poco sicuro il luogo di detenzione di Mussolini: lo trasferisce nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino, un paesino sopra Dongo. A fine giornata verrà ivi fatta sottoscrivere da Mussolini una breve dichiarazione autografa, l’ultimo scritto dell’ex duce, su richiesta del finanziere Buffelli [55], dove si attestava l’avvenuto arresto e il trattamento corretto ricevuto dall’ex duce. Altri gerarchi saranno trasferiti a Germasino e trattenuti fino al primo pomeriggio del 28 aprile, per essere poi riportati a Dongo.
Il luogo appare sufficientemente isolato e sicuro, tuttavia “Pedro”, probabilmente contattato nel frattempo dal tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, decide di trasferire nuovamente l’ex duce: Sardagna, su richiesta del Comandante del CVL generale Raffaele Cadorna, gli ha chiesto di trasferire Mussolini in un “luogo sicuro”, ma per poterlo consegnare poi agli alleati. In tarda serata e prima nottata, quindi, Mussolini viene spostato in auto in altri luoghi nei dintorni, in particolare al molo di Moltrasio, dove doveva venire traghettato e posto in salvo. Alla fine, sfumato come vedremo il piano, egli giungerà a pernottare, ricongiunto alla Petacci e sorvegliato da due soli giovani partigiani (Guglielmo Cantoni “Sandrino Menefrego” e Giuseppe Frangi “Lino”), in una casa isolata a Bonzanigo, una frazione di Mezzegra, presso la famiglia De Maria, conoscenti di lunga data del “capitano Neri” e di cui il capo partigiano si fida assolutamente. Il Comandante “Pedro” ritorna a Dongo, mentre “Neri” e gli altri partigiani, fra cui Michele Moretti (“Pietro”, il cui ruolo sarà essenziale l’indomani) vanno a Como.
E’ l’ultima notte di Mussolini, mentre a Milano si decide del suo destino.

L'ultimo scritto di Mussolini, redatto a Dongo il 27 aprile 1945. "La 52a Brigata Garibaldina mi ha catturato oggi venerdì 27 aprile nella Piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto".

Fig. 14. L’ultimo scritto di Mussolini, redatto a Germasino, sopra Dongo, il 27 aprile 1945. “La 52a Brigata Garibaldina mi ha catturato oggi venerdì 27 aprile nella Piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto”.

Ventisette aprile, ore 23

Ricevuta comunicazione dell’arresto dell’ex duce, in serata, il Comitato insurrezionale del CLNAI di Milano, formato da Sandro Pertini, Leo Valiani, Emilio Sereni e Luigi Longo, si riunisce d’urgenza e decide di agire subito, inviando una missione a Como per procedere all’esecuzione di Mussolini, secondo quanto decretato dal CLNAI il 25 aprile. La rapida decisione fu presa anchein modo da aggirare il comportamento equivoco del generale Cadorna, diviso tra i doveri di comandante del CVL e le pressioni degli Alleati, che volevano Mussolini vivo. Si ricordi che il giorno dopo le truppe alleate iniziarono ad occupare la zona di Como, e che quindi il controllo militare da parte dei partigiani era destinato a svanire nel giro di breve tempo.
Importante da segnalare l’atteggiamento fermo, e privo di ambiguità compromissorie, di Sandro Pertini, rappresentante del Partito Socialista (allora PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), in totale accordo con gli altri membri Comunisti (Longo, Sereni) ed Azionisti (Valiani).

Sandro Pertini parla durante il Comizio della Liberazione a Milano, 28 aprile 1945.

Fig. 15. Sandro Pertini parla durante il Comizio della Liberazione a Milano, 28 aprile 1945.

Con il diffondersi della notizia dell’arresto di Mussolini, intanto, era giunto al comando del CLNAI un telegramma degli Alleati con la richiesta di consegnare loro “tutti i membri di governo della RSI“, ex duce incluso, citando la corrispondente clausola numero 29 dell’armistizio di Cassibile, siglato da Eisenhower e Badoglio nel settembre 1943. Appare evidente la pretestuosità del citare quell’accordo, siglato da un’autorità italiana (il Governo del Regno del Sud con a capo Badoglio) che era aliena alla Resistenza; l’accordo era stato sottoscritto in tempi relativamente recenti (soltanto 20 mesi prima), ma lontanissimi, visto quanto era successo in Italia nel frattempo.
Erano invece da applicarsi a tutti gli effetti i Decreti del CLNAI del 25 aprile 1945.
Alle 8 del mattino, via radio, il CLNAI, da Milano (presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani, presenti anche il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani per il Partito Liberale e Achille Marazza per la Democrazia Cristiana,  proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del CVL di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa; il proclama diffuso via radio si conclude con la voce – oggi inconfondibile, allora sconosciuta – di Sandro Pertini:
Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.

Parallelamente il CLNAI emanò appunto dei decreti legislativi a validità immediata.


Proclama del CLNAI (25/4/45). «Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, oggi 25 aprile, in nome del popolo e dei volontari della libertà e delegato del solo governo legale italiano, ha assunto i poteri di governo. (…) Sono istituiti i Tribunali di Guerra in ogni Provincia dal Comando di zona del Corpo Volontari della Libertà designato dal Comando stesso che presiede, da un magistrato in servizio attivo o a riposo designato dal Comitato di Liberazione Nazionale provinciale e da un Commissario di guerra addetto al Comando di Zona e da due semplici partigiani nominati dal Comando di Zona. I Tribunali di guerra hanno competenza a giudicare dei reati contemplati dal presente decreto: essi siedono in permanenza e le loro sentenze sono emanate in nome del popolo italiano ed eseguibili immediatamente.»


Decreto del CLNAI (25/4/45) per l’amministrazione della giustizia. Art.5: “I membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.


Mussolini e gli alti gerarchi e ministri in fuga con lui erano già stati, perciò, condannati a morte. Non restava che eseguire la sentenza, contro l’attuazione della quale agivano gli alleati e il generale Raffaele Cadorna. Occorreva far presto, se si voleva far Giustizia.
Nella notte fra il 27 e il 28 aprile, alle 3 del mattino, il servizio radio del CLNAI trasmette agli alleati un fonogramma in risposta alla loro richiesta di consegna di Mussolini, giunta al CLNAI qualche ora prima: “Spiacenti non poter soddisfare vostra richiesta consegna Mussolini, in quanto già processato dal Tribunale popolare e fucilato nello stesso luogo ove precedentemente fucilati da nazifascisti quindici patrioti“. Il messaggio anticipava di un giorno quanto poi sarebbe successo e aveva lo scopo di depistare gli alleati. Se ne evince anche che l’idea di portare i fascisti, vivi o cadaveri, a Piazzale Loreto, a Milano (dove appunto nel 1944 vi fu la fucilazione da parte dei nazifascisti di 15 partigiani) era già stata decisa dal Comitato Insurrezionale del CLNAI nella riunione del 27 sera.

Prima pagina del "Corriere del Mattino" del 26 aprile 1945

Fig. 16. Prima pagina del “Corriere del Mattino” di Firenze del 28 aprile 1945. L’autorità del CLNAI fu riconosciuta anche dal Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia

Ventisette aprile ore 23 – Ventotto aprile ore 3 del mattino.

Walter Audisio, “colonnello Valerio”, ufficiale addetto al comando generale del CVL e Aldo Lampredi “Guido”, ex combattente della guerra di Spagna e ispettore del comando generale delle Brigate Garibaldi, uomo di fiducia di Luigi Longo, vengono incaricati dal CLNAI, nella sera del 27 a Milano, di andare a prendere l’ex duce e i suoi complici e di riportarli a Milano, vivi o morti, in modo da eseguire la sentenza di condanna a morte.

Walter Audisio, "colonnello Valerio" (Getty Images)

Fig. 17. Walter Audisio, “colonnello Valerio” durante un comizio alla Basilica di Massenzio a Roma nel 1947 (Istituto Luce)

Il generale Raffaele Cadorna, posto a comando del CVL come figura di istituzionale di compromesso fra Alleati, Badoglio e il CLN, ma non un vero partigiano, ha una condotta – in quel frangente – duplice. Da un lato, sotto pressione di Longo, Pertini, Valiani e Sereni, rilascia i salvacondotti necessari ad Audisio e Lampredi per superare i molti posti di blocco fra Milano e Como, e per ottenere collaborazione e eventualmente imporre obbedienza ai partigiani locali, e in particolare la 52a Brigata Garibaldi che aveva catturato e deteneva Mussolini. Salvacondotti che si riveleranno, l’indomani, essenziali per la riuscita della missione di Audisio e Lampredi.
Dall’altro lato, Cadorna contatta il tenente colonnello Sardagna, rappresentante del CVL a Como, chiedendogli di sottrarre Mussolini ai partigiani, trasferirlo in “luogo sicuro” al fine di consegnarlo agli alleati.
Sardagna contatta telefonicamente il comandante “Pedro”  e lo convince a tentare di porre in salvo Mussolini consegnandolo agli alleati. Durante il peregrinare dei trasferimenti notturni dell’ex duce, la notte fra il 27 e il 28, per arrivare infine a casa De Maria, “Pedro” agisce per far riuscire il piano di Cadorna: il comandante del CVL aveva predisposto il traghettamento del prigioniero dal molo di Moltrasio sino alla villa dell’industriale Remo Cademartori a Blevio, sull’altra sponda del Lago di Como. Era questo un luogo sicuro e fortificato, dove l’ex duce sarebbe facilmente stato prelevato dagli alleati. “Pedro”, conducendo il piccolo gruppo di partigiani che sta trasferendo l’ex duce (fra cui Luigi Canali “Capitano Neri”, Michele Moretti “Pietro” e Giuseppina Tuissi “Gianna”), riesce a portare Mussolini e la Petacci sul molo di Moltrasio, ma non viene rinvenuta nessuna imbarcazione e il progetto sfuma.
Intanto, in lontananza, si odono echi di sparatorie: si tratta di una prima avanguardia della 34a Divisione statunitense che sta entrando in Como. Nella notte, una decina di Jeep con soldati alleati perlustreranno la zona di Como per cercare di assicurarsi la consegna di Mussolini.
Fra i partigiani che trasportano Mussolini, nell’allarme e incertezza conseguenti, il  capo di stato maggiore della 52a Brigata, Luigi Canali “Capitano Neri” alla fine convince “Pedro” e gli altri a portare Mussolini e Petacci in un rifugio sicuro e segreto: si lascia Moltrasio e Mussolini è nascosto in casa dei fidati De Maria, a Bonzanigo. Solo “Sandrino” e “Lino” restano a custodire i due, e per oltre 12 ore Mussolini sarà nelle loro esclusive mani: non tradiranno la consegna, lo custodiranno senza maltrattamenti, ma senza neppure accettare le sue profferte per essere lasciato andare.
Ai partigiani – che hanno lottato per 20 lunghi mesi contro I nazifascisti – viene, ovunque in Italia, lasciato poco tempo per la caccia ai fascisti e la Resa dei Conti. In questo caso, poi, vista la massima posta in gioco (Mussolini e I gerarchi) già dal 27 aprile, con ancora gli alleati per strada, si medita di sottrarre loro il controllo, eventualmente anche con l’uso della forza. Si sono ritrasformati – in quelle ore – già da cacciatori nuovamente in cacciati. Da carcerieri possono diventare prigionieri, se non consegnano Mussolini dopo averlo catturato: gli Alleati ed elementi “moderati” della Resistenza si battono per salvare la vita del dittatore, responsabile della rovina d’Italia, dopo averla privata della democrazia, e dell’uccisione di migliaia e migliaia di italiani durante la dittatura e in tempo di guerra. Era il 27 aprile 1945, due giorni dopo la data convenzionale della Liberazione, (25 aprile) già c’erano i prodromi del tradimento.

Bonzanigo di Mezzegra (CO) - Vista dell'epoca di Casa De Maria, dove pernottò Mussolini con la Petacci la notte fra il 27 e il 28 aprile 1945

Fig. 18. Bonzanigo di Mezzegra (CO) – Vista dell’epoca di Casa De Maria, dove pernottò Mussolini con la Petacci la notte fra il 27 e il 28 aprile 1945

Ventotto aprile 1945, ore 7 del mattino

Walter Audisio “Valerio” e Aldo Lampredi “Guido” partono da Milano, con un plotone di 14 partigiani agli ordini del comandante Alfredo Mordini “Riccardo” e di Orfeo Landini “Piero”. Giunti a Como, Audisio e Lampredi esibiscono il lasciapassare di Cadorna al nuovo prefetto nominato dal CVL, Virginio Bertinelli, e al colonnello Sardagna, che erano entrambi dalla parte di chi voleva salvare Mussolini consegnandolo agli alleati, secondo le istruzioni di Cadorna.

Valerio e Guido debbono mentire per ottenere collaborazione, assicurando loro che avrebbero trasferito i prigionieri a Como e, in un secondo momento, a Milano, dove gli Alleati stavano prendendo il controllo. Trattenuto a Como fino alle 12.15 in cerca di un camion per il trasporto, Audisio si sposta infine a Dongo, dove giungerà alle 14.10.

Nel frattempo, giungono a Dongo da Como Oscar Sforni, segretario del CLN comasco, ed il maggiore Cosimo Maria De Angelis, responsabile militare del CLNAI per la zona di Como, inviati dal CLN comasco: anch’essi  col compito di trasportare Mussolini a Como, consegnarlo agli alleati e  salvargli la vita.

E’ un momento cruciale: Audisio è solo, perché Lampredi è momentaneamente assente, allontanatosi per andare alla sede del locale Partito Comunista nella ricerca del camion per il trasporto dei prigionieri.”Valerio” procede allora ad un atto estremo: i due (Sforni e De Angelis) saranno fatti imprigionare da “Valerio”, in modo da non intralciarne la missione, e verranno rilasciati solo ad operazione conclusa.
A Dongo – quindi –  “Valerio” trova un ambiente difficile ed ostile: si incontra con il comandante Pier Luigi Bellini delle Stelle e gli rivela la verità, comunicandogli di aver avuto l’ordine di fucilare Mussolini e gli altri prigionieri.

“Pedro”, pur comandante di una Brigata Garibaldi, è un moderato, di origini nobili, e non un comunista o un azionista; protesta vivamente, ma dopo aver preso visione delle credenziali di Cadorna, e ritenendole sufficienti, correttamente ubbidisce ad un ufficiale di grado superiore e, pur disapprovando, muta atteggiamento rispetto alla notte precedente.
Il dittatore intanto, ignaro che per salvargli la vita si stanno battendo gli americani, gli inglesi, i badogliani, e una parte dei comandi partigiani “moderata”, passa una notte e una mattinata relativamente tranquille a casa De Maria a Bonzanigo di Mezzegra, con la Petacci. Non subiranno, da vivi, alcun maltrattamento.
Sembra quindi che, in quelle ore, fra i protagonisti diretti, solo i due giovani partigiani “Lino” e “Sandrino” che sorvegliano Mussolini, oltre al “capitano Neri” e “Pietro” e quelli della 52a Brigata, e massime il pugno di partigiani di “Valerio” e “Guido”, si battano per fare Giustizia. Molti altri, già sono pronti a delegarla ad un esercito straniero.

La camera di Casa De Maria dove Mussolini e Petacci pernottarono la notte fra il 27 e il 28 aprile.

Fig. 19. La camera di Casa De Maria dove Mussolini e Petacci pernottarono la notte fra il 27 e il 28 aprile.
Fotografia di dubbia autenticità, ma utile come ricostruzione. Mussolini seduto sul letto della stanza di casa De Maria, 28 aprile 1945. Riconoscibile sul capo un inizio di fasciatura. L'altro corpo riverso sul letto corrisponderebbe a quello della Petacci, ma l'abbigliamento non corrisponde a quello di Piazzale Loreto. Se fosse autentica sarebbe l'ultima foto di Mussolini da vivo.

Fig. 20. Fotografia di dubbia autenticità, ma comunque utile come ricostruzione. Rappresenta Mussolini seduto sul letto della stanza di casa De Maria, 28 aprile 1945. I dettagli della stanza da letto corrispondono al vero. Riconoscibile sul capo un inizio di fasciatura, posta per mascherarne la riconoscibilità, al momento del trasporto verso il luogo dell’esecuzione. Il viso di Mussolini appare però più grasso di come era l’aspetto del’ex duce negli ultimi giorni. L’altro corpo riverso sul letto corrisponderebbe a quello della Petacci, con la pelliccia. Se fosse stata autentica, sarebbe stata l’ultima foto di Mussolini da vivo: ma ripetiamo, il viso del Mussolini degli ultimi giorni non aveva la pinguedine nella zona del sottomento presente in questa foto, che è tuttora un mistero.

Ventotto aprile, fra le 15 e le 16:30

Walter Audisio “Valerio” si trova a Dongo, con la sua squadra di partigiani, incaricato dal Comitato insurrezionale del CLNAI a Milano di eseguire la condanna a morte di Mussolini e dei gerarchi. Ha perduto tutta la mattina per vincere le resistenze dei partigiani e delle autorità locali, e in attesa di un camion per il trasporto.

Non fidandosi ancora completamente di lui, Audisio chiede al Comandante “Pedro” di andare a prelevare i gerarchi  prigionieri a Germasino, in modo da riunirli tutti a Dongo, in vista del loro trasporto. A questo punto “Pedro” conosce già la sorte che li attende, ma come abbiamo già precisato obbedisce pur disapprovando agli ordini di un ufficiale superiore (Valerio), munito di un lasciapassare firmato personalmente da Cadorna. Valerio ha infatti già fatto compilare personalmente la lista dei fucilandi  (v. in seguito).

Alle 15:15 – allontanatosi Pedro verso Germasino – “Valerio” rompe gli indugi e parte da Dongo in auto, in direzione di Bonzanigo, dove l’ex duce è prigioniero. Per essere più veloce e meno intercettabile, non si fa seguire neppure dalla sua esigua squadra, che lascia di presidio a Dongo, ma solo da Aldo Lampredi “Guido”, che condivide con lui il comando della missione da Milano, e da Michele Moretti “Pietro”, che conosceva i carcerieri ed il luogo, essendoci già stato la notte prima insieme a “Pedro” e “Neri”; con loro l’autista e partigiano Giovanni Battista Geninazza. Senza Michele Moretti, Audisio e Lampredi non avrebbero mai potuto individuare dove fossero stati nascosti Mussolini e la Petacci.

Vi sono molte versioni contrastanti su come andò, da quel punto in avanti; nella sostanza, si può dire che gli esecutori giungono a casa De Maria, sempre sorvegliata da “Sandrino” e “Lino”, prelevano Mussolini e la Petacci, raccontando loro di essere venuti a liberarli per ottenere collaborazione dall’ex duce nel trasferimento, e li portano in auto nel luogo precedentemente scelto per l’esecuzione, poco distante: un vialetto, via XXIV Maggio a Giulino di Mezzegra, in posizione riparata davanti alla cancellata di una villa, Villa Belmonte. Fatti scendere i due, Moretti e Lampredi sono inviati da Audisio a bloccare la strada nelle due direzioni, mentre a Mussolini viene fatto cenno di dirigersi verso il cancello. “Valerio” sospinge Mussolini verso l’inferriata e pronuncia la sentenza: “Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano“. Mussolini e Petacci sono paralizzati contro il muretto a sinistra, vicino al cancello. Audisio tenta di procedere all’esecuzione, ma il suo mitra si inceppa; Lampredi si avvicina, estrae la sua pistola, ma anche da questa il colpo non parte; chiama allora Moretti che, di corsa, sopraggiunge con il suo mitra. Con tale arma il “colonnello Valerio” – oppure Lampredi o più probabilmente Moretti stesso, secondo altre versioni – scarica una raffica mortale di cinque colpi su Mussolini. La Petacci non si muove dal fianco di Mussolini, supplica di lasciarlo stare, e nonostante i solleciti a spostarsi, vuol seguirlo fino all’ultimo istante. Viene accontentata, muore colpita dalla raffica. Viene poi inferto un colpo di grazia al cuore di Mussolini, con la pistola, da Lampredi. Sono le ore 16.10 del giorno 28 aprile 1945.

Figura 22a - La pistola Beretta di Lampredi che inferse a Mussolini il colpo di grazia, 28 aprile 1945.

Figura 20a – La pistola Beretta di Lampredi, che inferse a Mussolini il colpo di grazia, 28 aprile 1945.
Figura 20b - Fucile mitragliatore di produzione francese mas 38, l'arma del "Colonnello Valerio", Valter Audisio.

Figura 20b – Fucile mitragliatore di produzione francese Mas 38, l’arma del “Colonnello Valerio”, Valter Audisio, 28 aprile 1945.

Alcune versioni danno come esecutore materiale Lampredi, altre ancora Michele Moretti, che era in quel periodo l’unico partigiano combattente sui luoghi, mentre Audisio e Lampredi operavano con ruoli dirigenziali presso i vertici del CVL a Milano. Ci paiono, alla fine, dettagli, difficili da appurare: i referti autoptici (si veda in seguito) confermano che i proiettili che colpirono Mussolini da vivo, incluso quello ritenuto mortale, partirono effettivamente da queste due armi.

Da più parti si sostenne poi che Audisio – figura abbasta secondaria nel Partito Comunista fino ad allora – prese, su indicazione di Longo e Sereni, sulle sue spalle il merito (e il peso) di diventare “il partigiano che aveva giustiziato Mussolini”, in quanto Lampredi aveva un ruolo pubblico più delicato nel Partito e non era opportuno attribuirgli l’uccisione dei due. Michele Moretti, anch’egli del Partito Comunista, si contraddistinse sempre per una certa discrezione sull’accaduto, in osservanza probabilmente ai dettami del Partito, che tesero ad accreditare una sola “versione ufficiale”.

Il relativo mistero sugli ultimi istanti di vita di Mussolini generò, nei decenni successivi, una ridda di versioni alternative. Vi sono ad esempio delle ricostruzioni che datano la morte di Mussolini al mattino, la più documentata delle quali resta secondo noi quella del giornalista, di parte neofascista, Giorgio Pisanò, autore di una inchiesta notevole, molto dettagliata e di prima mano, condotta nell’arco di decenni di lavoro [33]. Ma le ricostruzioni che datano la morte di Mussolini al mattino contrastano con molti dati di fatto, soprattutto i migliori referti autoptici: i più affidabili e recenti [36], ad opera del dott. Baima Bollone, noto medico legale, che riesaminò tutti i referti redatti a suo tempo dal prof. Cattabeni in occasione dell’autopsia del 30 aprile (vedi in seguito), datano la morte di Mussolini a non prima delle ore 16:00 del 28 aprile;  inoltre, l’argomento principale a sostegno di una morte “prima di pranzo”, cioè al mattino, ovvero la mancanza di residui di cibo nello stomaco dell’ex duce, viene smontata dalla stessa fonte [36], venendo spiegata essere compatibile con le sue caratteristiche fisiologiche.

“Valerio”, il partigiano che giustiziò Mussolini, era veramente con ogni probabilità proprio Audisio, insieme a Lampredi e Moretti, come abbiamo visto. Non era – come sostenuto da alcune ricostruzioni di parte revisionista – Luigi Longo “Gallo”, dirigente del CVL e futuro segretario del Partito Comunista, che nel primo pomeriggio del 28 partecipava alla sfilata della Liberazione a Milano, come testimoniano fotografie (vedi sotto).

Il primo resoconto di Walter Audisio, ancora anonimo, apparve sulla prima pagina dell’Unità del 1 maggio 1945. Pur carente e in alcuni punti romanzato, risulterà poi sufficientemente aderente ai fatti. Una ricostruzione più completa, questa volta firmata da Audisio, apparve in cinque puntate sulla stessa “Unità” del 25-26-27-28-29 marzo 1947 (v. Appendice 3).

Il primo resoconto di Walter Audiso, ancora anonimo, sulla prima pagina dell'Unità del 1 maggio 1945

Fig. 21. Il primo resoconto di Walter Audisio, ancora anonimo, sulla prima pagina dell’Unità del 1 maggio 1945

Al di là delle discrepanze nel suo racconto, è invece certo che senza la ostinata e spiccia determinazione di Audisio ad eseguire la sentenza, a vincere le resistenze locali, causate da quelle ai vertici del CVL, e soprattutto a far presto, battendo sul tempo gli Alleati che stavano per prendere militarmente sotto controllo la zona, Mussolini si sarebbe salvato, sarebbe stato sottratto – volenti o nolenti – ai partigiani e consegnato agli alleati. Visto il poco o nulla che scontarono anche alti gerarchi superstiti, responsabili diretti o indirietti di molti crimini di guerra e non, come Rodolfo Graziani, o il già citato Borghese, e la ondata di amnistie del dopoguerra, di sicuro Mussolini avrebbe avuto salva la vita. E – magari – come disse Sandro Pertini nella già citata sua intervista all’Avanti del 1965, avrebbe avuto nell’Italia del dopoguerra un ruolo politico e sarebbe stato eletto in Parlamento con il Movimento Sociale, sedendo grazie all’immunità parlamentare sugli stessi banchi di Pertini, Parri, Longo. E di Giacomo Matteotti.
Giustizia – invece – fu fatta.

Lista dei condannati a morte compilata personalmente da Walter Audisio, Dongo, 28 aprile 1945. Si noti il nome "Mussolini Vittorio" cancellato, e sotto "Petacci Marcello"

Fig. 22. Lista dei condannati a morte compilata personalmente da Walter Audisio, Dongo, 28 aprile 1945. Si noti il nome “Mussolini Vittorio” cancellato, e sotto “Petacci Marcello”
Fig. 23. Giulino di Mezzegra (CO) - Cancello e vialetto innanzi a Villa Belmonte, in un immagine precedente l'esecuzione di Mussolini

Fig. 23. Giulino di Mezzegra (CO) – Cancello e vialetto innanzi a Villa Belmonte, in un immagine precedente l’esecuzione di Mussolini
Giulino di Mezzegra (CO) - Cancello di Villa Belmone, in un immagine del dicembre 1945, dopo l'esecuzione di Mussolini. Visibili due croci nere.

Fig. 24. Giulino di Mezzegra (CO) – Cancello di Villa Belmonte, in un immagine del dicembre 1945, dopo l’esecuzione di Mussolini. Visibili due piccoli croci nere.
Giulino di Mezzegra (CO) - Cancello di Villa Belmonte, oggi. Visibile la croce in legno "Benito Mussolini, 28.4.1945"

Fig. 25. Giulino di Mezzegra (CO) – Cancello di Villa Belmonte, oggi. Visibile la croce in legno “Benito Mussolini, 28 APRILE 1945”

Ventotto aprile, fra le 16:30 e le 18:00

Audisio, Lampredi e Moretti lasciano sul luogo dell’esecuzione i cadaveri dell’ex duce e della Petacci e tornano velocemente a Dongo: occorreva completare l’incarico e sovrintendere anche all’esecuzione dei gerarchi fascisti, che nel frattempo erano stati radunati in Municipio. La lista con i nomi era già stata fatta compilare personalmente da “Valerio” prima di partire per Giulino di Mezzegra: con sono 15 nomi, tanti quanti i partigiani, che, per rappresaglia, il 10 agosto 1944, i tedeschi avevano fatto fucilare dai fascisti ed esporre al pubblico in Piazzale Loreto a Milano per l’intera giornata, senza consentire ai familiari di raccoglierli. Il riferimento a Piazzale Loreto come una strage da vendicare spiega poi gli avvenimenti del giorno dopo.
La lista comprendeva:
1) Alessandro Pavolini, segretario nazionale del Partito Fascista Repubblicano
2) Paolo Porta, federale di Como e comandante delle Brigate Nere
3) Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla presidenza del consiglio
4) Nicola Bombacci, tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia nel 1921, poi fervido ideologo e propagandista del fascismo
5) Augusto Liverani, Ministro delle Comunicazioni
6) Ruggero Romano, Ministro dei Lavori Pubblici
7) Ferdinando Mezzasoma, Ministro della Cultura Popolare
8) Paolo Zerbino, Ministro dell’Interno
9) Goffredo Coppola, Rettore dell’Università di Bologna e Presidente dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista
10) Ernesto Daquanno, giornalista, direttore della Agenzia Stefani
11) Mario Nudi, comandante dei Moschettieri del Duce
12) Luigi Gatti, segretario personale di Mussolini
13) Pietro Calistri, ufficiale dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana
14) Vito Casalinuovo, ufficiale di collegamento fra Mussolini e la GNR
15) Idreno Utimpergher, comandante delle Brigate Nere di Lucca.

Il sindaco del paese, Giuseppe Rubini, cerca di opporsi. La determinazione di “Valerio” non gli consente alcun risultato: Rubini dà le dimissioni, ritira dalla finestra del municipio la bandiera esposta e si rinchiude in casa.
I condannati vengono allineati contro la ringhiera metallica del lungolago del paese; dopo aver ricevuto l’assoluzione, vengono giustiziati alle ore 17:48. Il plotone di esecuzione è comandato da Alfredo Mordini “Riccardo”, già combattente garibaldino nella guerra civile spagnola, Comandante del gruppo partigiano partito la mattina da Milano.

Marcello Petacci, fratello di Clara, spacciatosi invano per diplomatico spagnolo e smascherato, fu poi scambiato per Vittorio Mussolini; successivamente identificato, fu comunque fucilato, anche se venne ucciso dopo gli altri, perché i gerarchi non lo consideravano dei loro e chiesero un’esecuzione separata, richiesta che venne accettata. Però, arrivato il suo turno, riuscì a fuggire e a gettarsi nelle acque del lago dove venne raggiunto da una pioggia di proiettili che lo finirono. Il cadavere venne ripescato e posto insieme ai fucilati.

Alla maggior parte dei sedici fucilati appare direttamente applicabile, viste le loro cariche e responsabilità, la condanna a morte secondo l’articolo 5 del già citato decreto del CLNAI del 25 aprile. Oltre a Marcello Petacci, appare discutibile l’esecuzione dell’ufficiale dell’Aeronautica Pietro Calistri. Walter Audisio passò attraverso, nel dopoguerra, un processo per giudicare i suoi atti del 28 aprile 1945: la Giustizia italiana, d’altra parte così prodiga di amnistie ed assoluzioni per i fascisti rimasti in vita, non potè che riconoscere che quanto fece Audisio quel giorno era da configurarsi all’interno di un’operazione di guerra, e pertanto – date le circostanze – non era perseguibile.

Dongo, 28 aprile. Corteo dei condannati a morte in Piazza, innanzi si distingue Pavolini con braccio fasciato

Fig. 26. Dongo, 28 aprile. Corteo dei condannati a morte in Piazza, innanzi si distingue Pavolini con cappotto lungo e braccio fasciato
Alcuni condannati a morte prima dell'esecuzione a Dongo, 28 aprile 1945. Da sinistra: Nicola Bombacci, Francesco Maria Barracu, Idreno Utimperghe, Alessandro Pavolini, Vito Casalinuovo, Paolo Porta, Fernando Mezzasoma, Ernesto Daquanno.

Fig. 27. Alcuni condannati a morte prima dell’esecuzione a Dongo, 28 aprile 1945. Da sinistra: Nicola Bombacci, Francesco Maria Barracu, Idreno Utimperghe, Alessandro Pavolini, Vito Casalinuovo, Paolo Porta, Fernando Mezzasoma, Ernesto Daquanno.
I condannati a morte ricevono l'assoluzione. Dongo, 28 aprile 1945.

Fig. 28. I condannati a morte ricevono l’assoluzione dal frate francescano Padre Accursio Ferrari. Dongo, 28 aprile 1945.
Il momento della fucilazione dei gerarchi fascisti, Dongo, 28 aprile 1945. Di schiena il comandante del plotone di esecuzione, Alfredo Mordini "Riccardo".

Fig. 29. Il momento della fucilazione dei gerarchi fascisti, Dongo, 28 aprile 1945. Di schiena il comandante del plotone di esecuzione, Alfredo Mordini “Riccardo”.
Milano, 28 aprile 1945. Parata della Liberazione. In prima fila riconoscibile Luigi Longo "Gallo".

Fig. 30. Milano, 28 aprile 1945, pomeriggio. Parata della Liberazione. In prima fila (terzo da destra) riconoscibile Luigi Longo “Gallo”.

Ventotto aprile, ore 18 – Ventinove aprile, ore 3 del mattino

A Dongo, sul Lago di Como, alle 18 del 29 aprile, i 16 fucilati vengono caricati su un camion, coperti da un telone dove si issano e viaggiano dei partigiani del drappello venuto la mattina stessa da Milano.  Una piccola colonna con il veicolo e auto parte per Milano, fermandosi nelle vicinanze per recuperare i corpi di Mussolini e della Petacci, sul luogo dell’esecuzione. Durante il viaggio di ritorno la colonna è costretta a fermarsi in diversi posti di blocco partigiani per controlli; rifiutandosi sempre di rivelare – per prudenza – il contenuto del camion, in alcuni casi “Valerio” ed i suoi passano i controlli dopo molte difficoltà. Il camion arriva a Milano alle tre del mattino seguente, 29 aprile. Viaggiare in quei giorni fra il lago di Como e Milano (120 km circa, nelle strade in precarie condizioni, di allora) non è facile, il camion di “Valerio” ci mette nove ore: questo rende improbabile che Luigi Longo possa esserci andato e tornato il giorno prima, in poche ore, per compiere di persona l’esecuzione di Mussolini.

“Valerio” si dirige con il camion verso Piazzale Loreto, teatro di un eccidio nazifascista l’anno prima.

Nel frattempo, tutti i beni sequestrati dalla 52ª Brigata Garibaldi, tra quelli in possesso di Mussolini e i gerarchi al momento della cattura (il così detto “Oro di Dongo”), vengono parzialmente inventariati quello stesso giorno nel Municipio di Dongo, dalla partigiana Giuseppina Tuissi “Gianna” e dall’impiegata comunale Bianca Bosisio. Nel tardo pomeriggio, il capo di stato maggiore della brigata, Luigi Canali, “Capitano Neri”, firma un ordine di consegna temporaneo di tutti i beni recuperati ed inventariati alla federazione comunista di Como, di cui è responsabile Dante Gorreri, figura centrale nell’aver causato le molte ambiguità e misteri della vicenda dell’Oro di Dongo.
Enrico Mattei, futuro protagonista dell’economia italiana, responsabile amministrativo di tutte le formazioni partigiane durante la Resistenza, testimonierà in seguito – al processo di Gorreri – che “il bottino delle azioni di guerra apparteneva alle formazioni che lo catturavano, e poteva essere messo a disposizione dei comandi“. Appare probabile quindi che quel bottino, appartenente alle Brigate Garibaldi, sia stato consegnato da Gorreri al suo partito, il Partito Comunista.

I misteri che riguardano “l’oro di Dongo” sono essenzialmente dovuti non tanto al bottino stesso, pare non così ingente come si favoleggia, ma alle dispute che seguirono, nei giorni del maggio-giugno 1945, fra Gorreri e altri dirigenti locali del Partito Comunista ed ex partigiani, e sull’incertezza su dove esattamente finirono quei denari. Inoltre, proprio in seguito a queste dispute, vi furono  successive morti violente e sparizioni, anche di alcuni dei protagonisti della vicenda, fra i quali lo stesso “Neri” (scomparso dal 7 maggio 1945) e “Gianna” (uccisa il 22 giugno dello stesso anno), fatti per i quali vi furono indagini e processi a carico di Gorreri e altri, ma che esulano da questo racconto.

Gorreri – nel processo a suo carico – fu poi scagionato – per quanto riguardava l’oro di Dongo – dalla citata testimonianza di Enrico Mattei ed alla fine i reati penali dei quali era imputato furono prescritti: fu deputato all’Assemblea Costituente e nella III, IV e V Legislatura alla Camera.
Gorreri stesso fu poi probabile protagonista – in maniera tutt’altro che limpida – della vicenda della sparizione del Carteggio Churchill-Mussolini, documenti in possesso di Mussolini al momento dell’arresto e ben più importanti dal punto di vista storico (vedi in seguito).

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Luigi Canali, "capitano Neri" e Giuseppna Tuissi "Gianna"

Fig. 31. Luigi Canali, “capitano Neri” e Giuseppna Tuissi “Gianna”

Ventinove aprile, ore 3:40, fino a mezzogiorno

La colonna col camion e i 18 cadaveri giunge in Piazzale Loreto, a Milano; Walter Audisio scelse quel luogo, probabilmente su indicazione del Comitato Insurrezionale del CLN, proprio dove le vittime partigiane della strage del 10 agosto 1944 erano state abbandonate in custodia ai militi fascisti della Muti, che li avevano oltraggiati e lasciati esposti al sole per l’intera giornata, impedendo ai familiari di raccogliere i loro resti. Si veda ad esempioil resoconto in prima persona del Comandante Giovanni Pesce in “Senza Tregua” [16].

I cadaveri dei capi fascisti vennero scaricati nel centro della Piazza e i partigiani – tranne pochissimi lasciati di guardia, che si addormentarono – si allontanarono. Verso le 7 del mattino, i primi passanti si accorsero dei cadaveri. Vi fu un passaparola fulmineo e la piazza si riempì velocemente. Non era stata incautamente prevista alcuna misura di contenimento: nella calca le prime file di folla vennero spinte verso i cadaveri dalle persone retrostanti, tutti curiose di vedere il cadavere di Mussolini, calpestando e sfigurando i cadaveri. Molti insultavano, sputavano, orinavano e prendevano a calci i cadaveri stessi. Una donna sparò al cadavere di Mussolini cinque colpi di pistola, per vendicare i propri cinque figli morti in guerra: la traccia dei proiettili inflitti post-mortem fu poi rilevata dall’autopsia.

Alle 11 del mattino la situazione non era più governabile neanche con le scariche di mitra in aria. Una squadra di Vigili del Fuoco, giunta sul posto, intervenne: ripulì i cadaveri con gli idranti, lì trasse via dal centro della piazza, issando i sette cadaveri più noti alla pensilina del distributore di carburante Standard Oil (poi Esso) che si trovava all’angolo fra la piazza e corso Buenos Aires e lasciandoli lì appesi per i piedi, a testa in giù: non vi era altro modo, la rigidità cadaverica impediva di appenderli per le braccia, che si sarebbero spezzate rischiando di farli cadere.

Questo gesto, compiuto nel marasma dai Vigili del Fuoco e dai partigiani presenti, riportò un minimo di calma nella Piazza, in quanto tutti potevano vedere i cadaveri (essenzialmente, quello di Mussolini) senza accalcarsi. La zona del distributore era poi laterale al piazzale e meglio difendibile: da quel momento, infatti, un cordone di partigiani e vigili del fuoco riuscì a tenere la folla inferocita, ed a tratti in attitudine di linciaggio, a debita distanza dai cadaveri, mentre Piazzale Loreto era letteralmente stracolmo di cittadini milanesi. Appesi furono: Mussolini, Claretta Petacci, Alessandro Pavolini, Paolo Zerbino, Ferdinando Mezzasoma, Marcello Petacci e Francesco Maria Barracu, il cui cadavere però cadde a terra e verrà sostituito poi con quello di Achille Starace.
Era presente sul luogo – già prima che i cadaveri venissero appesi – una nutrita pattuglia di soldati americani assieme ad una troupe di cineoperatori militari USA, che filmò la scena; scena che successivamente sarà inserita in uno dei Combat film prodotti nel corso del conflitto: i soldati statunitensi, del 91st Recon Squadron (squadra di ricognizione, un’avanguardia), non intervenero su quanto stava accadendo. Si era fatto mezzogiorno circa.

Milano, Piazzale Loreto, 29.4, mattina. I cadaveri dei gerarchi ancora a terra.

Fig. 32. Milano, Piazzale Loreto, 29 aprile, mattina. I cadaveri dei gerarchi ancora a terra.
Milano, Piazzale Loreto, 29.4 ore 11. I cadaveri dei gerarchi vengono spostati sotto il distributore di benzina e lavati sommariamente.

Fig. 33. Milano, Piazzale Loreto, 29.4 ore 11. I cadaveri dei gerarchi vengono spostati sotto il distributore di benzina e lavati sommariamente.
Milano, Piazzale Loreto, 29 aprile dopo mezzogiorno. I cadaveri appesi

Fig. 34. Milano, Piazzale Loreto, 29 aprile dopo mezzogiorno. I cadaveri appesi.
Milano, Piazzale Loreto, 29.4 dopo mezzogiorno. I soldati americani sono ben visibili e numerosi fra la folla, ma non intervengono.

Fig. 35. Milano, Piazzale Loreto, 29.4 dopo mezzogiorno. I soldati americani (del 91st Recon Squadron) sono ben visibili e numerosi fra la folla (8 soltanto in questa foto), ma non intervengono.
Prima pagina del giornale USA "Stars and Stripes". 1 maggio 1945. SOtto l'articolo "How a dictator dies" una foto di Mussolini e Petacci a Piazzale Loreto, tratta probabilmente da quelle che i cineoperatori americani dei Combat Film fecero quel giorno

Fig. 36. Prima pagina del giornale USA “Stars and Stripes”. 1 maggio 1945. SOtto l’articolo “How a dictator dies” una foto di Mussolini e Petacci a Piazzale Loreto, prima di essere appesi, tratta da quelle che i cineoperatori americani dei Combat Film fecero quel giorno.

Ventinove aprile, fra le 9 e le 20

Achille Starace, ex segretario generale del Partito nazionale fascista, caduto in disgrazia durante la RSI, viene riconosciuto la mattina del 29 aprile mentre passeggia, alcuni dicono fa “footing“, per le vie di Milano, in zona ticinese; viene arrestato, immediatamente giudicato e condannato a morte da un tribunale partigiano in un’aula del vicino Politecnico. Condotto in Piazzale Loreto, vede l’ex duce appeso, viene fucilato e issato sul distributore insieme agli altri cadaveri.

Nel primo pomeriggio una squadra di partigiani del distaccamento “Canevari” della 87ª Brigata Garibaldi “Crespi” (dell’Oltrepò pavese), su ordine del comando del CVL, entrò in piazza e rimosse i cadaveri, trasportandoli nel vicino obitorio di piazzale Gorini.
In serata, il CLNAI riunito emanava una comunicato con il quale si assumeva la responsabilità dell’esecuzione di Mussolini, quale conclusione necessaria di una lotta insurrezionale.

La “macelleria messicana” (definizione di Ferruccio Parri) in Piazzale Loreto fu quindi il risultato di una serie di concause, fra le quali la principale fu la decisione di Walter Audisio di portare, come contrappasso della strage nazifascista di agosto 1944, i cadaveri in Piazzale Loreto e non direttamente all’obitorio. Da ricordare anche la fatale decisione di lasciare i cadaveri per terra al centro della Piazza quasi privi di scorta ed allontanarsi per andare a riposare; decisione probabilmente dovuta – oltre ad un atto di sfregio e di liberazione – alla comprensibile stanchezza conseguente ad una giornata – diciamo – assai impegnativa e ad una notte insonne di viaggio e controlli. La decisione di appenderli, con il macabro risultato che tutti conoscono, fu dettata al momento da motivi di ordine pubblico e fu presa dai Vigili del Fuoco in accordo con i partigiani presenti.

Il comportamento della folla – infierire su dei cadaveri – fu un brutto episodio che potrebbe anche spiegarsi come un atto liberatorio e di sfogo: tuttavia non è da dimenticare che gli stessi milanesi, soltanto 4 mesi prima, il 16 dicembre 1944, osannarono Mussolini plaudendo al suo passaggio in auto scoperta dopo il discorso al Lirico di Milano. Il comportamento della folla, se mai, fa di Piazzale Loreto un episodio non limpido.
Giorgio Bocca definì Piazzale Loreto “atto rivoluzionario, sul quale si sono fatte eccessive polemiche“. Chi ha visto o conosce gli infiniti orrori della guerra in Italia, può anche concordare con la sua lapidaria opinione.

Piazzale Loreto, Milano, 28 aprle 1945. Achille Starace al momento della fucilazione.

Fig. 37. Piazzale Loreto, Milano, 28 aprle 1945. Achille Starace al momento della fucilazione.

Trenta aprile, ore 7 del mattino

Al civico obitorio dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Milano in via Ponzio, il professor Caio Mario Cattabeni, sotto la sorveglianza del partigiano prof. Pietro Bucalossi (generale medico “Guido”) effettuò l’autopsia sul solo corpo di Mussolini, mentre non venne toccata la Petacci. L’autopsia riscontrò sul cadavere sette fori di proiettile in entrata e sette fori in uscita sicuramente prodotti in vita e sei fori successivi alla morte. Individuò come causa mortis la recisione dell’aorta da parte di un proiettile. L’autopsia, scrisse poi Cattabeni, fu eseguita, “in condizioni di tempo e di luogo del tutto eccezionali, entro una sala anatomica dove facevano irruzione ogni tanto, per l’assenza di un servizio armato d’ordine pubblico, giornalisti, partigiani e popolo“.

Alcuni estratti del Referto autoptico:


La salma è preparata sul tavolo anatomico priva di indumenti. Pesa kg. 72. La statura non può misurarsi che per approssimazione in m.l. 1,66, data la cospicua trasformazione traumatica del capo (l’ex duce risultava alto m. 1,69, ndr). L’enecefalo, asportato nelle parti residue, è stato fissato in liquido formolico per successivo esame anatomico ed istopatologico. Un frammento di corteccia è stato concesso su richiesta dell’Ufficio di Sanità del Comando della V Armata (Calvin S.Drayer) al Dr. Winfred H Overholser dell’Ospedale Psichiatrico di S. Elisabetta a Washington.”


Prima e dopo l’autopsia furono scattate numerose fotografie. Esse non sono qui riportate, tranne una, in quanto non necessarie a questa cronaca. I corpi vennero poi deposti entro casse di legno, usate come bare: anche su questo vi è ampia documentazione fotografica in rete.

Il 9 giugno il colonnello Charles Poletti, Governatore Militare della Lombardia per l’Amministrazione Militare Alleata, richiese due copie autenticate del referto dell’autopsia da consegnare al console americano a Lugano, incaricato di redigere un rapporto ufficiale sugli ultimi giorni di vita di Mussolini.

I rilievi autoptici più affidabili, fatti in riesame completo a posteriori, partendo dall’autopsia del prof.  Cattabeni e basati anche sulla rigidità del corpo dell’ex duce in Piazzale Loreto [36], indicano un orario del decesso non anteriore alle 16.00-16.30 del giorno precedente, e non al mattino, confermando la versione dei fatti di Walter Audisio e le altre simili.

Quando, dopo molte traversie, la salma venne tumulata a Predappio nel 1957, anche il cervello, che era stato prelevato durante l’autopsia e conservato in formalina nell’Istituto di medicina legale di Milano viene restituito e tumulato con gli altri resti.

Documenti riguardanti l'autopsia di Mussolini, in particolare la richiesta da parte degli USA di un campione del cervello.

Fig. 38. Documenti riguardanti l’autopsia di Mussolini, in particolare la richiesta da parte degli USA di un campione del cervello.
Istituto di Medicina Legale, Milano. I medici si accingono all'autopsia di Mussolini, 30 aprile 1945.

Fig. 39. Istituto di Medicina Legale, Milano. Ci si accinge all’autopsia di Mussolini, 30 aprile 1945.

Appendice 1 (Carteggio Churchill-Mussolini)

Il “carteggio Churchill-Mussolini” era costituito da lettere e documenti, in originale o “brutte copie”, scambiate nel 1940 fra i due, che Mussolini aveva portato con sé fuggendo da Milano il 25 aprile e che custodiva personalmente al momento della cattura il 27: due borse di cuoio, con i 350 documenti più riservati, fra cui il carteggio.
Nell’immediato dopoguerra, Churchill in persona e i servizi segreti britannici riuscirono con successo a recuperare gli originali e gran parte delle copie del carteggio. Pertanto, tale documentazione è tuttora inaccessibile.
La sera del 27 le borse furono depositate presso la filiale della CARIPLO di Domaso dal partigiano Urbano Lazzaro “Bill”. Successivamente furono affidate al parroco di Gera Lario, don Franco Gusmeroli, che li nascose nella cripta della chiesa. Infine, pervennero al comando del CVL di Como. Il 4 maggio 1945 tutto il materiale, a cui erano stati uniti altri documenti di Mussolini provenienti da una terza borsa sequestrata a Marcello Petacci e consegnati da Aldo Lampredi al comando comasco, furono esaminati da una commissione formata, tra l’altro, dal segretario della Federazione comunista locale, Dante Gorreri e dal nuovo prefetto di Como, Virginio Bertinelli. Il carteggio constava di 62 lettere, di cui 31 a firma Churchill e 31 a firma Mussolini. Dopo la visione degli stessi, fu commissionata la fotoriproduzione di tutti i documenti alla Fototecnica Ballarate di Como, che ne effettuò due copie: l’originale rimase in possesso di Dante Gorreri.
Altre copie dell’originale pare siano state fatte da Mussolini nei mesi precedenti la disfatta e consegnate a diverse persone. Non seguiamo le vicende di queste copie: è una cosa oziosa, visto che neppure una è mai stata rinvenuta.
Il 2 settembre 1945,Churchill si recò sul lago di Como, a trascorrere una breve vacanza a Moltrasio, sotto il falso nome di colonnello Waltham. L’ex premier britannico si recò nella sede del comando della 52ª Brigata Garibaldi e poi incontrò il direttore della filiale CARIPLO di Domaso, che aveva custodito le borse contenenti il carteggio; infine, fece contattare Dante Gorreri dal capitano dei servizi segreti britannici Malcolm Smith. Il 15 settembre, Gorreri consegnò gli originali delle 62 lettere del carteggio Churchill-Mussolini al capitano Smith, in cambio della somma di due milioni e mezzo di lire in contanti. Una delle due copie del carteggio era già stata recuperata da Smith il 22 maggio.
L’altra copia, riposta nella cassaforte della federazione comunista di Como, fu trafugata nel 1946 da Luigi Carissimi Priori e consegnata ad Alcide De Gasperi, che avrebbe – anche se non appare plausibile – trasferito l’intero carteggio in una cassetta di sicurezza in Svizzera.
Luigi Carissimi Priori asserì di aver sommariamente letto le lettere: le datò al periodo antecedente all’entrata in guerra dell’Italia (maggio 1940). L’oggetto del carteggio riguardava, in sostanza, delle trattative con l’Inghilterra per impedire che l’Italia partecipasse attivamente al secondo conflitto mondiale, non entrando in guerra a fianco della Germania. In compenso, all’Italia sarebbero state offerte delle gratificazioni territoriali. In questa forma, visto il periodo di cui si tratta (1939/40), l’intavolarsi di una tale trattativa segreta appare non impossibile.
Ma – questo è il punto sostenuto da Mussolini e dalla pubblicistica neofascista o revisionista – gli inglesi avrebbero anzi chiesto a Mussolini proprio di entrare in guerra a fianco della Germania, in modo che il duce potesse influire su Hitler per moderarne le richieste, come già fatto a Monaco nel 1938, in caso di trattative di pace con l’Inghilterra sconfitta. I compensi territoriali sarebbero stati promessi quindi in cambio della mediazione. Questa interpretazione – invece – non è suffragata da alcuna prova o dato fattuale, ed appare chiaramente ex-post, autoconsolatoria e giustificatoria, per la “pugnalata alla schiena” inferta dall’Italia alla Francia nel maggio 1940 con la dichiarazione di guerra e per la responsabilità davanti alla Storia dell’ex-duce di essere entrato in guerra e aver causato la rovina dell’Italia.
Negli ultimi mesi di vita, pare, il dittatore fascista cercò poi di intavolare una trattativa segreta con gli inglesi: vi potevano quindi essere ulteriori carteggi risalenti al 1945, anche se si trattò, nella sostanza, di tentativi di ricatto di Mussolini a Churchill, fatti probabilmente menzionando il carteggio di 5 anni prima, tentativi cui il primo ministro inglese rispose evidentemente picche. Altro da offrire, nel 1945, Mussolini non aveva agli alleati: le pretestuose profferte di utilizzo dell’inesistente esercito della RSI in una supposta guerra contro l’URSS fanno il paio con le altrettanto deliranti profferte simili, fatte dai nazisti assediati a Berlino nell’aprile 1945, e ricevettero – se mai furono fatte – la stessa accoglienza di chiusura totale. Mussolini, fra il settembre 1944 e l’aprile 1945, accennò per iscritto, a voce, per telefono, con diverse persone, dell’esistenza dei carteggi, sostenendo la sua tesi della “richiesta di mediazione” da parte di Churchill,  e dell’essere stato quindi “costretto” ad entrare in guerra, come accennato sopra: queste fonti sono in alcuni casi dimostrabili, come per tre lettere a Rodolfo Graziani, ministro della guerra della RSI, o anche le intercettazioni di varie telefonate di Mussolini, fatte dai servizi segreti alleati. Ma nulla più provano – sul contenuto reale del carteggio – che non la parola di Mussolini stesso e la sua versione.
L’interesse inglese a far sparire il carteggio – dato esso per esistente – non ha nulla di misterioso e si spiega facilmente, contenendo esso diverse lettere probabilmente imbarazzanti di Churchill a Mussolini, per convincerlo appunto a NON entrare in guerra durante i primi mesi del 1940.
Se per assurdo i compensi territoriali promessi fossero stati poi, come asserito da fonti revisioniste, l’intera Dalmazia, il possesso definitivo delle isole greche del Dodecaneso, di tutte le colonie italiane, della Tunisia, e addirittura della Corsica e di Nizza, essi – se pur concepibili, anche se non in tal misura, visto il frangente nel quale vennero scritte e la usuale spregiudicatezza delle trattative diplomatiche – potevano essere fonte di serio imbarazzo degli inglesi con la Francia, con la Grecia e con la Jugoslavia.
Anche se questi compensi – che appaiono improbabili ed esagerati – non fossero mai stati offerti, o fossero stati assai più modesti (possesso delle colonie, Dodecanneso, compensi in Dalmazia), lo scambio stesso di missive con l’ex duce non poteva non imbarazzare Churchill, dato che era probabile – come d’uso in diplomazia – che le lettere contenessero anche – ad inizio e fine lettera – espressioni formali di cortesia o di apprezzamento, che – avulse dal contesto come è solita fare la pubblicistica revisionista – potevano essere spiacevoli ed imbarazzanti da leggere, nel dopoguerra.
In conclusione, il carteggio probabilmente esisteva, ed era assai imbarazzante “di per sè” per il Primo Ministro inglese nel 1945. Appare però assai improbabile che Churchill promettesse seriamente all’Italia compensi territoriali molto vasti. Appare assurdo poi che pregasse l’Italia di entrare in guerra per fare la mediatrice, sicuro della propria sconfitta: Churchill ebbe notoriamente sempre atteggiamento opposto.
L’insipienza militare italiana provocò certamente alla Germania dei seri danni durante la guerra: in particolare, è un fatto che l’anteposizione dell’intervento nei Balcani, nella primavera del 1941, all’invasione dell’Unione Sovietica – intervento reso necessario anche dalla situazione degli italiani messi alle corde dall’esercito greco – fece perdere alla Germania un paio di mesi di tempo prezioso per arrivare a Mosca prima dell’inverno. Ma tutto ciò non fu assolutamente “voluto” dall’Italia, né tantomeno concordato con gli Alleati.
Tornando al carteggio, è assai probabile che invece le affermazioni “misteriose” di Mussolini a riguardo, ampiamente riportate da molta pubblicistica neofascista o comunque revisionista, non fossero altro che – avendo egli in mano un reperto segreto e comunque scottante – una sorta di autoinganno per sé ed i suoi, o un estremo tentativo ambiguo di giustificare le proprie responsabilità davanti alla Storia, cercando di schizzare un poco del fango nel quale la memoria del personaggio Mussolini stava affondando, ed è immersa, su Churchill e gli alleati.


Appendice 2 – La ricostruzione in due minuti di Gianni Bisiach


Appendice 3 – La ricostruzione di Walter Audisio

La ricostruzione della morte di Mussolini, scritta da Walter Audisio “Colonnello Valerio”, dopo il primo articolo apparso in forma anonima sull’Unità del 1 maggio 1945, apparve in cinque puntate sulla stessa “Unità” del 25-26-27-28-29 marzo 1947.

Fig. 40 - Prima pagina dell'Unità, 25 marzo 1947

Fig. 40 – Prima pagina dell’Unità, 25 marzo 1947

Qui sono disponibili i link all’archivio storico del giornale, con le dieci pagine che riportano la ricostruzione completa.


Bibliografia – Testi sugli ultimi giorni di Mussolini

La pubblicistica e gli studi sulla Resistenza sono numerosissimi. Citiamo alcuni testi che sono stati consultati e risultano utili, esclusivamente restringendoci a quelli utili o specifici per la storia di questi pochi giorni.

Testi generali che contengono riferimenti e dati sugli ultimi giorni di Mussolini

  1. Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana (Laterza 1966)
  2. Battaglia R., Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1964
  3. Paolo Emilio Taviani, Breve storia della Resistenza italiana, Museo storico della Liberazione, Edizioni Civitas, Roma 1995
  4. Piero Calamandrei, Uomini e città della resistenza, Roma-Bari, (Laterza 1955, 1977, 2006)
  5. Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini (Mondadori, 1995)
  6. Pietro Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, in “Annali”, Istituto Giangiacomo Feltrinelli, anno tredicesimo, 1971
  7. L. Cavalli, C. Strada, Nel nome di Matteotti. Materiali per una storia delle Brigate Matteotti in Lombardia, 1943-1945, FrancoAngeli, Milano, 1982
  8. Luigi Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera: le Brigate Garibaldi a Milano e provincia (1943-1945), FrancoAngeli, 1985
  9. Gabriella Nisticò, Giampiero Carocci, Le Brigate Garibaldi nella Resistenza: documenti, Milano, Feltrinelli, 1979
  10. Luigi Longo, Pietro Secchia, Storia del Partito comunista italiano, Torino, Einaudi, 1975
  11. Pierangelo Lombardi, L’illusione al potere. Democrazia, autogoverno regionale e decentramento amministrativo nell’esperienza dei Cln (1944-1945), Milano, FrancoAngeli, 2003.
  12. Democrazia al lavoro. I verbali del CLN lombardo (1945-1946), 2 volumi, Firenze, Le Monnier, 1981.
  13. Storie della Resistenza, a cura di Domenico Gallo e Italo Poma (Sellerio 2013)
  14. Paolo Aatri, Il prezzo della libertà. Episodi di lotta antifascista (Tipografia Nava 1958)
  15. Mario Bonfantini, Un salto nel buio (Feltrinelli 1959; Einaudi 1971)
  16. Giovanni Pesce, Senza tregua (Feltrinelli 1967)
  17. Nuto Revelli, Mai tardi (1946)
  18. Nuto Revelli, La guerra dei poveri (Einaudi 1962)
  19. Nuto Revelli, Le due guerre (Einaudi 2003)
  20. Alfredo Pizzoni, Alla guida del CLNAI, Bologna, Il Mulino, 1995.
  21. Adolfo Mignemi (a cura di), Storia fotografica della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 2002
  22. Rendina M., Dizionario della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Funo 1995
  23. Legnani M. – Vendramini F., Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, FrancoAngeli, Milano 1990
  24. Giorgio Luti – Romagnoli S., L’Italia partigiana, Longanesi, Milano 1975
  25. Quazza G., La Resistenza italiana. Appunti e documenti, Giappichelli Editore, Torino 1966
  26. Salvadori M., Storia della Resistenza italiana, Neri Pozza, Venezia 195

    Fonti specifiche sugli ultimi giorni di Mussolini

  27. Giovanni Pesce, Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano, Milano, Feltrinelli, 1977 (ultima ed. 2009)
  28. Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Milano, Mondadori, 1962
  29. Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Milano, Teti, 1975
  30. Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, Torino, SEI, 1989
  31. Claudio Pavone (a cura di), Le brigate Garibaldi nella Resistenza: documenti. dicembre 1944 – maggio 1945, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Istituto Gramsci, vol. 3, Feltrinelli, 1979
  32. Giusto Perretta, La 52a Brigata Garibaldi Luigi Clerici attraverso i documenti, Como, Istituto comasco per la storia della liberazione, 1991
  33. Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Milano, Il saggiatore, 1996
  34. Oliva G., I vinti e i liberati 8 settembre 1943-25 aprile 1945, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1994
  35. Oliva G., La resa dei conti. Aprile-maggio 1945: Foibe, Piazzale Loreto e giustizia partigiana, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1999
  36. Pierluigi Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Milano, Mondadori, 2005
  37. Vittorio Roncacci, La calma apparente del lago. Como e il Comasco tra guerra e guerra civile 1940-1945, Varese, Macchione, 2003
  38. Urbano Lazzaro, Dongo: mezzo secolo di menzogne, Milano, Mondadori, 1993,
  39. Urbano Lazzaro, L’oro di Dongo: il mistero del tesoro del Duce, Torino, Mondadori, 1995
  40. Antonio Spinosa, Mussolini, il fascino di un dittatore, Mondadori, 1989,
  41. Franco Giannantoni, L’ombra degli americani sulla Resistenza al confine tra Italia e Svizzera, Edizioni Arterigere, 2007
  42. Giorgio Cavalleri, Ombre sul Lago, Varese, Arterigere, 1995, 2007.
  43. Giusto Perretta, Dongo 28 aprile 1945. La verità, Como, ACTAC, 1997
  44. Giorgio Cavalleri, Franco Giannantoni, Mario J. Cereghino, La fine. Gli ultimi giorni di Benito Mussolini nei documenti dei servizi segreti americani (1945-1946), Milano, Garzanti, 2009
  45. Giorgio Cavalleri, Anna Giamminola, Un giorno nella storia. 28 aprile 1945, Como, NodoLibri, 1990
  46. Franco Giannantoni, “Gianna” e “Neri”: vita e morte di due partigiani comunisti : storia di un “tradimento” tra la fucilazione di Mussolini e l’oro di Dongo, Mursia, 1992
  47. Luciano Garibaldi, La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?, Ares, 2002
  48. Bruno Giovanni Lonati, Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità, Milano, Mursia, 1994
  49. Franco Bandini, Le ultime 95 ore di Mussolini, Milano, Sugar, 1959
  50. Alessandro Zanella, L’ora di Dongo, Milano, Rusconi, 1993
  51. Pierre Milza, Gli ultimi giorni di Mussolini, Milano, Longanesi, 2011
  52. Sergio Luzzatto, Sparami al petto!, Trento, Edizioni del Faro, 2012
  53. Sergio Luzzatto, Il corpo del duce. Un cadavere tra immaginazione, storia e memoria, Torino, Einaudi, 1998.
  54. Scoppola P., 25 aprile. Liberazione, Einaudi, Torino 1995
  55. Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico),  aprile/giugno 2011 (Ed.Cattaneo)
  56. Gianni Oliva, Il tesoro dei vinti, Mondadori, 2015.

NB – Quando una fonte viene qui citata ed elencata, non significa necessariamente che l’autore ne condivida i contenuti, ma solo che è stata consultata e contiene informazioni utili.


Fonti iconografiche

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2. http://www.iljournal.it/2013/lultimo-arresto-di-mussolini-27-aprile-1945/462197%20/epilogo

3. http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Lago_di_Como33.PNG

4. Elaborazione dell’autore, da googlemaps

5. http://www.corriere.it/gallery/cultura/11-2011/storia-corriere/1/storia-corriere-sera_7d297e8e-1522-11e1-9140-38f81e7faa5e.shtml?title=26%20Aprile%201945Il%20Nuovo%20Corriere%20dopo%20la%26pos=13

6. Elaborazione dell’autore, da googlemaps

7. Elaborazione dell’autore, da googlemaps

8. Elaborazione dell’autore, da googlemaps

9. http://3.bp.blogspot.com/-7Bh9A6FX370/Usnpii3LZ-I/AAAAAAAAKos/tMI1ho627VM/s1600/autoblinda.jpg

10. http://www.rp.pl/galeria/1195863.html

11. http://www.larchivio.org/xoom/birzer.htm

12. http://www.ilpostalista.it/tramonto_013001.htm

13. Foto di Federico Patellari. http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-3g010-0017318/

14. http://www.gdf.it/GdF/it/Chi_siamo/Museo_Storico/Visita_virtuale_del_Museo_Storico/Piano_Superiore_del_Museo_Storico/info934188716.html

15. http://www.ilpost.it/2015/04/25/25-aprile-liberazione-2/

16. http://www.ilpostalista.it/tramonto_013002.htm

17. http://senato.archivioluce.it/senato-luce/scheda/foto/IL3000012379/12/Walter-Audisio-il-colonnello-Valerio-ripreso-durante-il-comizio-tenuto-alla-basilica-di-Massenzio.html

18. http://www.museofineguerradongo.it/en/mezzegra-2/

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20. http://www.prolocodimezzegra.it/28-aprile-1945-mussolini.html

21. http://lavocedeisenzavoce.altervista.org/wp-content/uploads/2014/07/104506_1338295_Senza_tito_9262815_medium.jpg

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24. http://www.prolocodimezzegra.it/28-aprile-1945-mussolini.html

25. http://www.ilpostalista.it/tramonto_013002.htm

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27. http://www.ilpostalista.it/tramonto_013002.htm

28. http://www.ilpostalista.it/tramonto_013002.htm

29. http://www.museofineguerradongo.it/piazza-paracchini-lungolago/

30. http://www.forodesterrados.org/viewtopic.php?t=89154

31. http://www.insmli.it/parrimilano/pubblicazioni-on-line/25-aprile-liberazione-di-milano-742/

32. http://www.milanofree.it/milano/personaggi/gianna_e_neri_amore_e_misteri_della_resistenza.html

33. http://archiviofoto.unita.it/index.php?f2=recordid&cod=4685&codset=BIO&pagina=526

34. http://archiviofoto.unita.it/index.php?f2=recordid&cod=4685&codset=BIO&pagina=526

35. http://www.custermen.com/ItalyWW2/ILDUCE/Mussolini.htm

36. http://www.qomefarda.ir/news/63799

37. http://enhancedwiki.altervista.org/?title=Morte_di_Benito_Mussolini#/media/File:Starace_fucilazione.jpg

38. http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mussolini_us_autopsy_documents.jpg

39. http://www.qomefarda.ir/news/63799

40. http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1947_03/19470325_0001.pdf

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