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L'urto del pensiero

La fine della sinistra

RENZI LAVAGNA

 

Pare vi siano delle cose che non si possono dire. Proviamo a concentrarle tutte qui, ma con intento costruttivo.

Un prodotto della disfatta

Matteo Renzi è il prodotto di una sinistra, e della sua classe dirigente, che almeno a partire dal 1989 si è rivelata incapace, priva di idee, velleitaria e in non pochi casi correa con quei poteri che avrebbe dovuto contrastare (e che sosteneva di contrastare, ovviamente solo a parole).

Una sinistra che dopo il 1989 ha saputo soltanto dividersi in due tronconi: uno, quello principale e più grande, velocissimo nel rinnegare tutto il proprio passato per poi gettarsi, con lo zelo e l’entusiasmo tipici dei neofiti, fra le braccia di un liberalismo che ormai aveva introiettato la fede neo-liberista. In maniera sostanzialmente acritica, sospinto dal furore entusiastico di poter finalmente occupare qualche poltrona che conta.

L’altro troncone, quello più piccolo in termini elettorali, che non ha saputo fare di meglio che attaccarsi a nomi, idee, riferimenti e pratiche politiche assolutamente velleitari, minoritari, ininfluenti. Buoni per il secolo precedente, a voler essere ottimisti.

Crollato il socialismo reale, venuti meno col 1989 tutti quei riferimenti a un comunismo, per la verità, ormai disinnescato e innocuo da qualche decennio, la sinistra si è divisa fra quelli a cui non pareva vero di poter finalmente veleggiare liberi verso i lidi del potere, e quelli che si arroccavano a difesa di un passato ormai anacronistico. Gli irriducibili di una galassia ormai ridotta a preistoria. Assolutamente non in grado di rappresentare e tutelare minimamente gli interessi di quelle classi sociali più deboli a cui pur sostenevano di rivolgersi.

Eh sì, diciamolo per inciso ma diciamolo: la politica, una politica che voglia fare propria l’idea fondamentale di Gramsci (l’indissolubilità di teoria e prassi), non può appunto limitarsi a rappresentare soltanto un’idea (per quanto suggestiva, foriera di ricordi e conquiste gloriosi), non può baloccarsi sul fatto che la ragione è dalla sua parte e la Storia prima o poi la riconoscerà.

La politica, mai come oggi, è rappresentanza di istanze determinate, tentativo di risoluzione di problemi concreti, portatrice di proposte fattive e realizzabili nell’immediato. Tutto il resto è ideologia nel senso sterile del termine, ineffettualità, inconsistenza, irrilevanza. Nulla!

Da tutto questo background è emersa una figura come quella di Matteo Renzi. Prodotto, certamente radicalizzato, della sinistra (quella rinnegata, più ampia) che si è convertita acriticamente al neo-liberalismo e alla genuflessione ai mercati, ma anche reazione estrema a quell’altra sinistra (tanto nostalgica quanto ininfluente) che si illudeva di poter sopravvivere alla Storia soltanto richiamandosi a termini, valori e ideologie che ormai, appunto, avevano un senso e un valore soltanto sul piano storico.

La fine della sinistra

In questa sua genesi e peculiarità risiede la forza (ad oggi invincibile) dell’attuale capo del governo: egli è l’uomo che fa (leggi, riforme, certamente discutibili, ma le fa).

Sicuramente meno cose di quelle che vorrebbe (e che proclama con eccessivo ardore), ma lui fa.

Chi a lui si oppone, ad oggi, specie a sinistra si rivela come un portatore sano (cioè innocuo) di valori e ideologie in assenza di un progetto serio e credibile nonché di proposte fattive e realizzabili.

L’opposizione a Renzi, in questi termini, risulta scadente e perfino irritante: comparare le cose che egli fa o ha fatto limitandosi a una critica distruttiva e priva di alternative è poco credibile e persino imbarazzante da parte di una sinistra (non solo politica) e di una classe dirigente (non solo politica) che fino ad oggi si è distinta per immobilismo quando non correità palese con i poteri tecno-finanziari.

Stando così le cose, ad oggi emerge un dato su tutti: la fine della sinistra.

Lo sa bene, anche se fa finta di non saperlo, chi si innalza a proclamare il superamento della distinzione destra/sinistra. Infatti a essere superata non è tanto la distinzione, quanto la sinistra stessa.

I valori della destra sono tradizionali e senza tempo (gerarchia, aristocrazia, libero mercato, nazionalismo, xenofobia etc.), e per questo non per forza di cose legati alla contingenza storica.

I valori della sinistra, dall’altra parte, in virtù dell’insegnamento impartitoci dalla vecchia talpa di Treviri, devono emergere continuamente rinnovati sulla base delle contraddizioni oggettive che si rivelano in un dato momento storico. E quindi divenire capaci di rappresentare le istanze di quelle figure sociali che finiscono, di volta in volta, sfruttate, emarginate, umiliate da meccanismi economico-sociali che ignorano la giustizia e l’uguaglianza.

Se la sinistra perde questa capacità di rappresentare il disagio sociale e incidere con proposte chiare e concrete (si veda, a tal proposito, il decalogo contenuto nel Manifesto di Marx ed Engels), cose che ha obiettivamente perduto da troppo tempo, si autocondanna all’irrilevanza storica, alla sparizione in una dimensione nostalgica e anacronistica, a lasciare campo aperto e libero non soltanto a una destra dai valori imperituri e quanto mai potenti (specie in epoca di crisi economica e forte disagio sociale), ma anche a un signore come Matteo Renzi che, volenti o nolenti, ne costituisce l’unica alternativa credibile e tangibile.

Aut-aut

Insomma, dobbiamo trasformare un fattore di estrema debolezza, svuotamento ideologico (e di idee), crisi di rappresentanza e incapacità di incidere sul reale, per concretizzarlo in un momento di rigenerazione di una sinistra che allo stato dei fatti si è condannata all’irrilevanza.

L’alternativa sarebbe continuare a limitarsi ad una sterile opposizione a quello che c’è, in nome di un mondo nuovo e di un uomo nuovo di cui si fatica assai (ad essere buoni) a scorgere anche solo dei contorni sfumati.

Come? Sciogliendo tutti i partiti e partitini che la compongono, liquidando tutti coloro che odorano di vecchia classe dirigente, tutti coloro che hanno ricoperto ruoli dirigenziali e posti di potere. Elaborando un nuovo manifesto programmatico aggiornato ai tempi mutati, con proposte distintive, chiare, praticabili e rispondenti alle contraddizioni effettive del tempo presente.

Su queste basi ricostruire una classe politica e dirigente, ma anche un popolo della sinistra che siano tutti depositari di un nuovo sogno e di obiettivi concreti su cui impostare la propria lotta e le proprie energie.

Perché è bene dirlo una volta per tutte, e con questo concludere: o la sinistra elabora un progetto credibile, concreto e alternativo a questa deriva neo-liberista, oppure, se si tratta di stare all’interno della teologia capitalistica dai dogmi indiscutibili, è opportuno prendere atto che ad oggi Renzi rappresenta il meglio offerto dalla situazione reale.

Tutto il resto sarebbe incline a un liberismo ancora più spinto e senza freni, oppure a derive populistiche e destroidi di cui possiamo e dobbiamo anche fare a meno.