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Poltergeist

La fatica di guardare Game of Thones

Nonostante i notevoli aspetti positivi della serie, seguire Game of Thrones (Il trono di spade) è diventato più un lavoro che un piacere. Alcuni attori sono straordinari, primo fra tutti lo stupefacente Peter Dinklage (Tyrion Lannister)

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che nella scena del processo dà un’interpretazione di un uomo ferito, rabbioso, esasperato e potente nella sua impotenza davvero indimenticabile (una versione in inglese qui) altri decisamente sbagliati, come il pariolino Jon Snow (Kit Harington), che dovrebbe essere il personaggio maggiormente investito del ruolo di eroe da bildungsroman, che non cambia espressione (né capigliatura, del resto, pur trovandosi tra i rigori dell’umidità del nord, continuando a sfoggiare ancora quei ricciolini da spuma L’Oréal invece di un degno, comprensibile afro) neanche quando lo ammazzano.

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Il cosiddetto settore tecnico è anche di prima qualità, da menzionare innanzitutto i superbi costumisti che hanno saputo costruire un vero e proprio mondo con un suo stile e differenziarlo tra le nuance berbere  del popolo della madre dei draghi ai castigati caffetani dell’eunuco di corte, passando per le elaborate pellicce dei barbari nomadi del profondo nord. 

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Anche la direzione della fotografia è di alto livello, sebbene poco creativa: se a uno qualunque di noi venisse chiesto, così, su due piedi, di creare un’illuminazione medievale, quasi tutti si metterebbero a lavorare sui grigi e gli azzurri nebbiosi, contrastati da vivide fiamme di candele. La colonna sonora è in generale un po’ eccessiva, enfatica, e pecca di quel fastidioso ton sur ton che in arte usano gli illustratori e non gli artisti. La sigla, d’altro canto, è il perfetto equilibrio tra il trionfo nerd del gioco di ruolo e la fantasia (o il fantasy, si direbbe oggi) medievale, segnata da una melodia decisamente accattivante, com’è giusto che sia.

La regia, com’è d’uso, ha poca personalità: è estremamente ben fatta, ma non ha spessore, espressione, come dire: non ha direzione.

I problemi nascono quando si comincia a seguire la trama, e in particolare la filosofia, chiamiamola così, dietro alla trama. Questo medioevo pc-compatibile sembra essere abitato da giganti buoni, sadici impenitenti e giovini di sangue blu di specchiato carattere. Non che si voglia invocare una serie che rappresenti la vera vita quotidiana medievale, una sceneggiatura come potrebbe scriverla Jacques Le Goff, dioguardi, ci ha provato Umberto Eco con il suo Nome della Rosa, e basta così. Tuttavia, c’è un intero stuolo di poeti, scrittori, pittori, artisti in generale che hanno affrontato il medioevo creando storie e personaggi che hanno segnato tutta la nostra letteratura occidentale e non tenerne affatto conto è un triste segno dei tempi.

In un momento storico in cui tanto si dibatte sull’identità culturare delle nazioni, o dei gruppi di nazioni, come la comunità europea, e si discute sui valori cristiani, se siano essi la base della nostra cultura, o sulla cultura greca, e quanto influenzi ancora oggi le nostre di culture, insomma, distribuire un prodotto che ha una straordinaria presa, capillare diffusione e grande potere di suggestione su milioni di persone senza tener conto delle straordinarie opere d’arte che hanno permesso la sua nascita, è quasi criminale.

Viene da chiedersi come mai non si facciano serie sull’Orlando Furioso, o il Ruzante, il Roman de la Rose o, per tutti i numi, finanche l’Ivanhoe  se proprio vogliamo scavare nella (quasi) recente produzione anglosassone. Si dirà che la creatività umana produce in ogni epoca le sue opere e che riprodurre quelle del passato è segno di crisi, mancanza di spirito innovativo, si dovrà guardare a quei periodi per buona parte dimenticati – e con buona pace degli studiosi che a loro dedicano intere vite – come il tardo barocco, tra i cui versi più memorabili c’è una stanza di Metastasio: “E’ la fede degli amanti / come l’araba fenice: / che vi sia, ciascun lo dice; / dove sia, nessun lo sa. // Se tu sai dov’ha ricetto, / dove muore e torna in vita, / me l’addita, e ti prometto / di serbar la fedeltà”. Metastasio utilizza una figura mitologica ampiamente trattata prima di lui in modo ammiccante e debole, con versi di rime quasi esatte, le più miserabili tra le rime (fenice/dice, ricetto/prometto).

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E’ un po’ come prendere i draghi, tutta la nostra storia e cultura di San Giorgi alati e non, di paladini indomiti che passano attraverso la gola del drago e ne fuoriescono dall’altra parte come un bambino dopo il parto, ringiovaniti, e ritrarli semplicemente come pipistrelloni usciti da un remake di Jurassic Park, senza alcun riferimento, doppio senso, possibilità di rilettura o di molteplice interpretazione. 

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Semplice, diretto e acquietante è il modus narrativo di Game of Thrones, e c’è un nome per questa cosa: populismo. Tasso lo aveva ben descritto, questo populismo tutto speciale nelle opere a larga diffusione:

“Così all’egro fanciul porgiamo aspersi
Di soavi licor gli orli del vaso:
Succhi amari, ingannato, intanto ei beve,
E dall’inganno suo vita riceve.”

La questione di fondo è, per così dire, di natura sequenziale: la produzione della cultura oggi, invece di precedere la tendenza, tende a seguirla, invece di imporre il gusto, tende a blandire i capricci delle mode. Non si deve andare tanto lontano e pensare a Giotto (e Beato Angelico, peraltro) per fare un esempio di come la creazione artistica abbia preceduto e influenzato la società, la scienza e le altre arti: basti pensare agli Impressionisti e alla lotta che hanno dovuto sostenere per imporre un nuovo stile che è poi diventato la cifra del mondo borghese che si stava imponendo. E certo, gli impressionisti non trattavano argomenti alieni dallo zeitgesit – che la borghesia fosse la classe che stava diventando dominante e dunque aveva bisogno dei suoi cantori è cosa oggi ovvia – così come Ariosto certo non ha inventato l’ottava, i paladini e i romanzi cavallereschi. Quello che però gli artisti hanno fatto in passato, era di strutturare in chiave artistica forme esistenti nella società, la storia e anche la moda.

Sebbene i telefilm abbiano spesso influenzato la società, specie quella americana, e serie come The West Wing hanno fatto ripensare disegni di legge, strutture di potere e hanno addirittura fatto nascere interi movimenti d’opinione, in generale le serie, e specialmente nell’ultimo decennio, non fanno che seguire le tendenze, blandire il pubblico, offrire ciò che ragionevolmente ci si può aspettare che piaccia. Game of Thrones è un perfetto esempio di questo modo di fare televisione: si prenda un vastissimo pubblico già di per sé tendente a forme di dipendenza visiva (i cosiddetti nerd), si prendano delle saghe che hanno avuto molto successo di pubblico (Il signore degli anelli), si intreccino storie scabrose e pruriginose (relazioni sessuali tra fratelli, spose bambine, valkirie nude che partoriscono draghi in diretta) e con un cast tecnico di alta qualità si crea un prodotto che ha il duplice effetto di piacere al pubblico designato e si può anche allargare a un pubblico più raffinato che, con la scusante della buona fattura del prodotto, si gode il piacere proibito di guardare una sanguinolenta soap opera con la coscienza a posto.

Non nego che ci siano tratti di sceneggiatura di un certo interesse: per tutta la prima serie, la biondissima regina in esilio nel regno dei pigmei, Daenerys Targaryen (Emilia Clarke) – degne di nota le varie lingue inventate che ormai dovrebbero avere lo status del klingon tra gli intenditori – è una figura di donna forte e compassionevole, una tiranna illuminata ma senza scrupoli la cui vicenda ha un certo fascino, o l’affascinante storia del nano Tyrion, spiritoso e colto uomo di pensiero in un mondo di bruti d’azione. La questione però resta immutata: se non c’è alcuna forma di sublimazione nel contenuto offerto, l’opera è un feuilleton.