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La discriminazione non è un gioco

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Ricordo che quando Ludovica – figlia numero uno – aveva 5 anni, per Santa Lucia che qui dalle mie parti è ben più generosa di Babbo Natale scrisse una letterina in cui chiedeva ferro da stiro e aspirapolvere. Quando le domandai perché, mi rispose che “le femmine in tivù giocavano a quello”. Non era dunque una pura simulazione di quel che facevo io – che all’epoca ero tra l’altro aiutata nei lavori domestici da un fantastico signore che, come me, imbracciava aspirapolvere e ferro da stiro. La questione stava tutta in quel maledetto automatismo che propone e  replica di continuo stereotipi di genere per cui ci cono cose per soli maschi e cose per sole femmine: le conoscete tutt* e non sto ad elencarle. E le aveva imparate, molto presto, anche Ludovica: le vedeva proliferare ovunque, anche e soprattutto nei messaggi indirizzati direttamente a lei, nelle pubblicità e nei negozi di giocattoli, con sezioni ben divise tra rosa e azzurro.

Il meccanismo – molto difficile da scardinare – è stato analizzato da Un Altro Genere di Comunicazione (quiqui e qui alcuni esempi) che ha realizzato un’inchiesta sui cataloghi di giocattoli dello scorso anno rilevando in particolare quattro caratteristiche comuni a quasi tutta la produzione:

1. Una netta distinzione degli articoli “da femmina” dal resto del mondo maschile o “neutro”.
I giochi da bambina normalmente sono rosa in tutte le sue sfumature, dalle forme arrotondate e poco serie, brillanti e vezzosi.
Ci sono giochi da bambina e giochi da bambino e poi un territorio neutro, comunque caratterizzato al maschile, come se le piccole potessero trovare se stesse solo in un certo tipo di giochi.

2. I giocattoli sono “da femmina” o “da maschio” secondo severe categorie di differenziazione dei ruoli, inculcando una specie di predestinazione biologica: alle bambine sono riservati tutti i giochi di simulazione di cura della casa e della famiglia con tutte le derivazioni volte comunque all’ “istinto di accudimento” ( sempre rosa e con foto di bambine sulle confezioni ), ai bambini i giochi di simulazione del lavoro, prevalentemente virile cioè caratterizzato per successo sociale o forza fisica.

3. I giochi “neutri”, di tipo scientifico tecnologico, sono spesso caratterizzati dalle foto di soli maschisulle confezione. Anche quando invece il gioco è destinato ad entrambi i generi, esiste ancora più spesso una “versione femminile”, dove di nuovo ritornano i colori rosa, si abbassa il livello delle conoscenze richieste, cambiano gli ambiti di apprendimento ( relegati spesso nel mondo dell’estetica: trucco, gioielli, vestiti ).

4. Tra i giochi per bambine, molti veicolano un modello estetico imperante, fatto di make up anche per piccolissime e di canoni estetici fuorvianti e innaturali. Bambole sottili, dalle labbra turgide e gli occhi truccatissimi. Giochi ritenuti creativi che insegnano alle bambine dai 3 anni in su a truccarsi e “farsi belle”.

Nei negozi di giocattoli di diverse città italiane, è stata dunque lanciata una bellissima campagna intitolata “La discriminazione non è un gioco” (qui, il link per partecipare): consiste nell’attaccare degli adesivi sui giocattoli che presentano una di quelle quattro caratteristiche e aiutare chi compra a capire bene cosa sta comprando: sessismo, discriminazione, stereotipi. E ha l’obiettivo, anche se gli adesivi non ci sono, di guidarci nelle scelte. Manteniamo altissimo il livello di attenzione, non è un gioco. Buona Santa Lucia a tutt*.

  • Paolo Scatolini

    che ogni bambina e bambino possa giocare con ciò che vuole: bambole, costruzioni o entrambi