closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Popocatépetl

La diplomazia dei fucilieri

Con la sottrazione fraudolenta dei due marò alla giustizia indiana, il governo Monti esce dal rigor mortis e fa toccare fondo alla politica estera italiana.

I due fucilieri di marina

I due fucilieri di marina
 

Ai due fucilieri della Marina militare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sotto processo in India per aver ucciso due pescatori, era stata concessa una licenza speciale di quattro settimane per poter tornare in Italia a votare. Era il secondo permesso di questo tipo; il primo, da cui erano rientrati, era stato per le vacanze di Natale. Un permesso davvero atipico per degli imputati di omicidio sotto processo e che dimostra, almeno per questo caso, la clemenza della giustizia indiana. Anche questa seconda licenza era stata ottenuta grazie a una dichiarazione giurata alla Corte Suprema indiana con cui il nostro ambasciatore in India, Daniele Mancini, si impegnava a nome del governo italiano a far rientrare i due militari a New Delhi prima del 22 marzo, perché il processo riprendesse il suo corso.

Ed ecco che lunedì 11 marzo, con una giravolta scandalosa, il governo Monti, anziché starsene buono nel suo sarcofago, alza la testa a sproposito e notifica al governo indiano che i due marò non faranno ritorno in India. Gesto spergiuro e suicida, che trascina nel fango la parola d’onore del nostro paese, complica la vicenda giudiziaria invece di risolverla e porta l’Italia ad una innecessaria rottura – non solo diplomatica – con un partner economico di estremo interesse. Tutto per un accesso di maldigerito suprematismo. Un po’ come, si passi l’espressione volgaruccia, tagliarsi le palle per far dispetto alla moglie. A parte l’indignazione che provoca vedersi rappresentati da un governo spergiuro e fedifrago – e spero che le autorità indiane prendano nota di quanti italiani disprezzano il governo Monti e questo suo atto in particolare – chi non deve essere molto contento è il gruppo di imprese nostrane presenti in India: sono più di 400, fra cui Fiat, Eni, Pirelli, Piaggio, Italcementi, Techint, Tecnimont, Generali e molte altre.

Lo sdegno del governo indiano è più che giustificato e la proibizione di lasciare il paese (fino al 14 marzo) rivolta all’ambasciatore Mancini dal Tribunale Supremo appare perfettamente legittima, visto che era il garante del ritorno dei marò e potrebbe essere accusato, oltre che di “oltraggio alla corte”, di complicità nell’evasione di due detenuti.

Mentre la destra viscerale, attraverso media come Il Giornale, affila le spade e fa titoli bellicosi – “L’India ci dichiara guerra”,“Questo è un atto terroristico” – affiorano da tutte le parti i segni del furbettismo italico intrecciato a un nazionalismo da paccottiglia, come quello che ha fatto ricevere i marò dalle massime autorità italiane, e perfino al Quirinale, e li ha visti trattare come veri e propri eroi. Orbene, si può girare la questione quanto si vuole, restano sempre due imputati di omicidio in fuga dalla giustizia.    

La Enrica Lexie

La Enrica Lexie

      

Ma ripassiamo i fatti. E’ il 15 febbraio dell’anno scorso. La ‘Enrica Lexie’, una petroliera di 58mila tonnellate che batte bandiera italiana, proprietà della società armatrice F.lli D’Amato, in rotta fra Singapore e l’Egitto naviga al largo della costa del Kerala, nell’India sudoccidentale. A bordo della nave c’è un equipaggio di 34 uomini, fra cui sei fucilieri della marina militare italiana, scorta armata contro possibili assalti dei pirati, una minaccia frequente nel Mar Arabico e nel Golfo di Aden. Anche se manca qualche giorno di navigazione per costeggiare la Somalia, vero punto rovente della  traversata, i due marò di turno, Latorre e Girone, sono nervosi e vigilanti.

Il peschereccio ‘Saint Antony’, con 11 pescatori a bordo, è salpato all’alba dal porto di Neendakara per pescare tonni. Nel primo pomeriggio, la controra, mentre quasi tutto l’equipaggio fa la siesta, Valentine Jelestine (45 anni) e Ajesh Binki (25 anni) stanno al timone e conversano. Quando si accorgono che la petroliera è in rotta di collisione con il ‘St. Antony’, rallentano i motori del peschereccio per lasciarla passare. Sulla ‘Enrica Lexie’, intanto, al vedere nel radar un’imbarcazione che si avvicina, è già scattato l’allarme: il comandante si è rinchiuso con l’equipaggio in una parte inaccessibile della nave e lascia ai due fucilieri il compito di affrontare la “minaccia” che si avvicina.

Quando il peschereccio, ignaro e disarmato, arriva a un centinaio di metri dalla nave, i due marò, in preda a un chiaro attacco di paranoia e sicuri che si tratti di un tentativo di arrembaggio dei pirati, azionano i loro fucili d’assalto. Dei quindici colpi che raggiungono il peschereccio, due sono mortali per Valentine e Ajesh. Quando un terzo pescatore, svegliato dagli spari, si accorge che Valentine butta sangue dalla bocca, afferra istintivamente il timone e inverte la rotta, allontanandosi dalla petroliera.

Pescatori del Kerala

Pescatori del Kerala

Su questo lamentevole incidente, costato la vita a due innocenti pescatori, ma ancora superabile se affrontato con la dovuta buona fede e con l’assunzione delle proprie responsabilità, comincia a ingarbugliarsi la matassa della negazione vigliacca e del furbettismo di berlusconiana scuola.

Per cominciare, il comandante della ‘Enrica Lexie’, capitano Umberto Vitelli, resosi conto dell’accaduto, si allontana tangenzialmente dal luogo del duplice omicidio senza avvisare nessuno, come un classico pirata della strada. Sarà solo tre ore più tardi, a 40 miglia di distanza, che tre motovedette e un aereo della marina indiana intimano alla petroliera di fare scalo nel porto di Kochi per accertamenti. Quella stessa sera comincia una vicenda giudiziaria che è ancora lontana dalla sua conclusione. (Per chi volesse seguirla in dettaglio dall’inizio: http://en.wikipedia.org/wiki/2012_Italian_shooting_in_the_Arabian_Sea)

Un primo tentativo italiano di far passare l’incidente per la risposta a un attacco dei pirati naufraga contro l’evidenza: sul peschereccio non c’è neanche l’ombra di un’arma, sullo scafo della ‘Enrica Lexie’ nessun foro di proiettile, mentre dai due fucili dei marò, che vengono subito arrestati, sono partiti inequivocabilmente i colpi (5.56mm NATO) che hanno ucciso i due pescatori.

I parenti delle vittime

Il secondo tentativo è quello di negare la giurisdizione indiana, reclamando che l’incidente è avvenuto in acque internazionali. Cosa non vera, visto che secondo il diritto marittimo internazionale, alle 12 miglia nautiche dalla costa, che è l’estensione media delle acque territoriali, vanno aggiunte altre 12 miglia di “zona contigua” su cui lo stato costiero conserva sovranità e giurisdizione. Visto che il punto di incontro delle due imbarcazioni è stato rilevato a 20,5 miglia dalla costa del Kerala e che le due vittime erano cittadini indiani, la giurisdizione dell’India in questo caso è indiscutibile. E la ricerca di un arbitrato internazionale, che è l’attuale posizione italiana, non ha ragion d’essere.

Va detto che l’atteggiamento delle autorità indiane, in tutto quest’anno, è stato esemplare: fermo ma non rigido. Ai reclami italiani di sottrarre il processo al tribunale del Kerala, dove il duplice omicidio ha provocato un forte risentimento, il governo indiano ha risposto assegnando il caso alla Corte Suprema di New Delhi, per una maggiore garanzia di imparzialità.

Nel loro anno di detenzione i due marò hanno ricevuto un trattamento di favore: hanno passato pochissimo tempo in una prigione  – e, anche lì, separati dai detenuti comuni, con diritto a un’ora di visita giornaliera e cibo italiano – e il resto del tempo in guest houses con obbligo di firma o addirittura nell’ambasciata italiana. Se si aggiungono le due licenze concesse dal supremo tribunale indiano, si vede che non sono poi stati trattati così male.

E’ da parte italiana, invece, che le cose puzzano (“C’è del marcio in Montimarca”). Perché si è pompato per mesi su questa vicenda, che ha visto uniti come un sol uomo Monti Terzi Di Paola e Napolitano, presentandola come la liberazione dei “nostri ragazzi” dalle grinfie di un’oscura ingiustizia, quando si tratta semplicemente di due omicidi in divisa, due fucilieri dal grilletto facile? Perché si è ricorso allo stratagemma di far votare i due marò in Italia, approfittando dell’ingenuità e della buona fede degli indiani, quando potevano benissimo votare per corrispondenza come hanno fatto tutti gli italiani all’estero? Perché, venendo a un tema più generale, dei militari italiani devono fare da scorta – il termine tecnico è “nucleo di protezione” – a mercantili privati, riducendosi al ruolo di portavalori pagati con i soldi dei contribuenti? Gli armatori e i petrolieri non possono permettersi delle guardie private? E’ per assicurare loro immunità che Monti ha chiesto recentemente all’Onu di considerare i militari di scorta alle navi come dei caschi blu in missione di pace?

In questa vicenda il governo italiano ha giocato sporco ed è molto dubbio che ne esca vincente. A meno che non consideri un successo il risveglio delle masse acefale e abbrutite che la destra cavernicola sta già lanciando contro le rappresentanze indiane. E come giudicare, se non come una provocazione studiata, il gesto di mettere la bandiera della Marina militare sulle Ferrari al Grand Prix di formula1 che si è corso in India in ottobre? Il ministro degli esteri Terzi, in quell’occasione, dichiarò: “La bandiera della Marina mostra l’appoggio di tutto il paese ai nostri marinai”. E ora? “Tutto il paese” dovrà anche appoggiarne la proditoria evasione e la mancanza di parola?

Ambasciata d'Italia a New Delhi

Ambasciata d’Italia a New Delhi

Tra l’altro, un effetto secondario per noi ma primario per l’India è che quest’ultima “trovata” italiana sta creando grandi difficoltà a Sonia Gandhi, leader del Congress Party, e destabilizzando il governo di Manmohan Singh.

A parte la figura da peracottari che questa storia ci sta facendo fare a livello internazionale – non bastavano le erezioni del Cavalier Banana! – tanto che l’Unione Europea ha rifiutato di prendere partito nella controversia, a parte il danno che ne subirà l’economia italiana, a parte l’indignazione per avere rappresentanti così spocchiosi e imbecilli da suonare la trombetta del suprematismo, la cosa che più fa cascare le braccia è che il caso sarebbe di facilissima soluzione e si potrebbe evitare lo scontro con la potenza amica, se solo ci fosse la volontà. Basterebbe semplicemente che i due marò tornassero in India prima del 22 marzo, si dichiarassero soggetti al giudizio della Corte Suprema e invocassero la non intenzionalità del duplice omicidio, per ottenere una sentenza lieve – anche con l’aiuto di una diplomazia effettiva, e non quella delle cannoniere – e per veder tornare a casa i due italian marines, come li chiama la stampa indiana, questa volta sì come veri eroi, perché si sono assunte le proprie responsabilità.           

india