closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Quinto Stato

La diaspora rabbiosa di Silvia Calderoni

silvia calderoni

Silvia Calderoni

Candidata involontaria al premio teatrale “Eleonora Duse Social”, Silvia Calderoni ha rifiutato di partecipare alla gara del voto su facebook. Ma non ha ricevuto una risposta.  Le ragioni etiche, artistiche e politiche di un rifiuto: “Non vogliamo essere inquadrati, incasellati, categorizzati. La nostra è una diaspora rabbiosa”. Intervista all’attrice dei Motus

Silvia Calderoni, una delle attrici più innovative e potenti della scena teatrale italiana, ha rifiutato la candidatura al Premio teatrale “Eleonora Duse social”, organizzato e patrocinato dalla Banca Popolare Commercio e Industria (Gruppo UBI Banca) dal 1986.

Il premio dedicato a Eleonora Duse è composto da tre sezioni: l'”oscar” quest’anno è andato a Emma Dante,  la “menzione d’onore”  a Silvia Pernarella. Dal 2014 è stato creato il premio il “Duse social”. Una Giuria, composta da Anna Bandettini, Maria Grazia Gregori, Renato Palazzi e Magda Poli individua una terna di attrici che sarà sottoposta alla votazione del pubblico sui social network. Silvia Calderoni è entrata nella terna delle attrici prescelte.

Si è votato indicando il nome dell’attrice prescelta inviando una mail al responsabile delle relazioni esterne della Banca Popolare Commercio e Industria o sulle pagine facebook del Premio Duse e di Ubi Banca. Chi ha più commenti, menzioni o tag ha vinto. Sono oltre 400 i commenti a un post del 4 dicembre sul profilo della Ubi banca. La votazione SI è chiusa l’11 dicembre scorso.

UBI 4 DICEMBRE

Questa la risposta dell’artista:

CALDERONI 5 DICEMBRE

 
La risposta è stata postata sulla pagina facebook del premio:

calderoni su duse

Ricevuta la mail della candidatura “social”, con la comunicazione della nomina nella terna, l’attrice della compagnia dei Motus ha rifiutato il meccanismo del voto sul modello Grande Fratello o il televoto al Festival di San Remo. “Non voglio partecipare a una corsa dei cavalli via social network” spiega. Ha anche inviato una mail al responsabile delle relazioni esterne della banca. Non ha ricevuto risposta. Anzi, un comunicato del 12 dicembre dimostra che la sua richiesta non è stata ascoltata. Formalmente ha dunque partecipato al premio.

COMUNICATO 12 DICEMBRE

“Il problema non è la giuria, il problema è il meccanismo – sostiene Silvia Calderoni- Le attrici sono costrette a farsi auto-pubblicità, chiedendo ai loro contatti di votare per loro”.

Che cosa non funziona in questo dispositivo?
Diventa un premio agli uffici stampa, e non alle attrici. È un premio svuotato di senso, non esiste motivazione artistica o critica. Si vuole premiare solo il nome. Chi vota si basa strettamente alla conoscenza e al nome dell’artista.


Con quale motivazione è stata candidata al premio? Forse per il nuovo spettacolo MDSX (Middlesex)?

Non c’è nessuna motivazione in questo senso. Vogliono premiare il nome. Come ho spiegato nella lettera che ho scritto con Daniela e Enrico [Daniela Niccolò e Enrico Casagrande, registi dei Motus, ndr] non abbiamo nulla contro il sistema delle premiazioni, se le scelte arrivano da vere commissioni di studio, imparziali e non connesse a interessi particolaristici, con percorsi di selezione e assegnazione trasparenti. Per me il riconoscimento in teatro non è dato da un premio economico, ma dalla possibilità di fare vedere il proprio e l’altrui lavoro. In fondo noi lavoriamo per questo. Se ci sono 5 mila euro in palio per una cosa del genere è augurabile che il meccanismo funzioni in maniera più sana.

Lei non vuole partecipare al premio, ma dalla banca nessuno le ha risposto. E nemmeno dalla pagina facebook del premio. Come spiega questo atteggiamento?
A parte il fatto che trovo imbarazzante parlare con una banca e non con chi capisce o fa teatro, mi trovo nella condizione di non essere libera di dire no. Non è una cosa da poco. Non posso decidere di non stare dentro una competizione che non voglio e alla quale non intendo partecipare. Mi trovo a ricoprire un ruolo, a rientrare in una categoria che gerarchizza le persone, a correre come se fossi in una hit parade. E io questo non ho alcuna intenzione di farlo.

Nella lettera dei Motus parlate di una “diaspora rabbiosa”. Che cosa intendete dire?

Con questa lettera abbiamo voluto dire innanzitutto che questa non è una questione mia, personale. È diventata una questione etica, artistica e politica. Noi portiamo avanti il discorso che facciamo in scena. Come artisti/registi/attori non siamo gli unici a non volere essere inquadrati, incasellati, categorizzati, a stare dentro i recinti. Come noi ci sono tante altre persone. Noi lo facciamo in teatro, produciamo atti contro queste recinzioni: tra teatro di parola e performance, teatro di ricerca e prosa. Senza contare la dicotomia di maschile e femminile che affronto in MDLSX. Possiamo uscire dalle categorie che ci impongono con una diaspora rabbiosa. È un’espressione bellissima.

MOTUS 13 DICEMBRE