closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

La Destra Contro Machete

Machete, passato qualche giorno fa al festival di Venezia, ha guadagnato $11 milioni ed un terzo posto nella classifica box office americana, numeri relativamente modesti (il film e’ programmato i 2670 sale) ma tutto sommato rispettabili dato l’oggetto, una satira grindhouse adatatta dal finto trailer che precedeva il Planet Terror di due anni fa. Robert Rodriguez definisce il suo film – un mexploitation, omaggiando la blaxpolitation che negli anni settanta riempiva i cinema di periferia con poliziotteschi da ghetto, in gran parte davvero sfruttamento di un pubblico emarginato ma anche rifugio coatto di una generazione di autori black (anche loro emarginati: dagli studios) che riuscivano a sovvertire il genere ai loro scopi politici (vedi Ganja and Hess di Bill Gunn o l’impagabile Foxy Brown con Pam Grier, poi recuperata da Tarantino in Jackie Brown). L’immigrazione, clandestina e non – il soggetto di Machete – e’ destinata ad essere, tanto per cambiare, tema incandescente delle prossime elezioni di novembre, in cui i repubblicani in odore di riconquista faranno forte perno sulla paura, le divisioni, le pulsioni piu’ retrograde di un elettorato in recessione. Le dinamiche sono simili, per certi versi speculari, a quelle europee e italiane. Soprattutto nella retorica nativista – la differenza sono le condizioni storiche e geografiche che fanno dei latinos americani una popolazione regionale autoctona e rendono piu’ difficle la pulizia etnica auspicata dai Minutemen.In questo contesto e rifacendosi alla exploitation piu’ “sociale” – come il Super Fly di Gordon Parks – Rodriguez ha fatto del film un oggetto contundente lanciato nella mischia della recrudescenza xenofoba sul confine, riattizzata dalla legge anti immigrati dell’Arizona. Un clima che come ha scritto Roberto Silvestri su queste pagine obbliga a “riesumare dagli archivi il clima rivoluzionario dei film explotation anni 70”. L’idea e’ geniale e il tempismo impeccabile ma l’ esecuzione lascia qualcosa a desiderare; il film infatti e’ un “pamphlet” abbastanza monocorde e malgrado il cast di prim’ordine e la carica satirica e’ quasi, come dire, troppo didascalicamente  militante.  Si colloca piu’ vicino a Day Without a Mexican, la parabola fantapolitica che immaginava un paio di anni fa la sparizione soprannaturale di tutti gli ispanci dalla California e le cataclismiche conseguenze. Per i nostri gusti avremmo preferito una comedy alla Cheech Marin (lui, decano del cinema chicano, recita anche in Machete) e il suo Born in East LA con la memorabile scena dell’invasione in massa da Tijuana sulle note di Neil Diamond. Ma tant’e’; forse di questi tempi la semplice provocazione e’ piu’ efficace dell’ironia. Lo dimostra la reazione della “controparte”: da una settimana la blogosfera conservatrice attacca con la bava alla bocca Rodirguez e il suo film per incitamento alla “guerra razziale” e minaccia boicottaggi e manifestazioni all’arma bianca.