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la crisi del manifesto o è un nuovo inizio o è definitiva

Gli ultimi articoli di Valentino Parlato e Rossana Rossanda hanno infiniti meriti e molti di noi concordano su gran parte delle proposte e le critiche che avanzano. Hanno però almeno un difetto, grave, che emerge dalla doverosa doppia risposta della direzione attuale (vedi qui e qui).

Non è una normale e routinaria “sfiducia” alla direzione del giornale o al gruppo che in condizioni impossibili lo manda in tipografia. E’ un messaggio completamente fuori fuoco rispetto alle poche settimane di “vita” che ci aspettano.

Perché definire “che cos’è” il manifesto come chiede Rossana è l’impegno quotidiano di una vita, stabilire “di chi è” il manifesto invece è una missione da compiere in pochi giorni. Per la prima volta la testata non è più nella nostra piena disponibilità. Di chi è il manifesto lo stabiliranno i commissari liquidatori e il tribunale fallimentare, che ne controllano il destino e ne sono responsabili di fronte alla legge.

Finora, infatti, il manifesto è sempre stato proprietà di chi ci lavora. Una condizione unica per un quotidiano nazionale e politico. Che ne ha garantito per decenni l’autonomia e la libertà. Con la liquidazione coatta amministrativa votata all’unanimità dai soci della cooperativa, invece, il manifesto si trova davanti a una cesura, se non alla fine, della sua storia.

Sulle cause e le responsabilità di questo fallimento economico prima ancora che politico ed editoriale andrà fatto, prima o poi, un esame approfondito. Di fatto, tutte le voci “straordinarie” di finanziamento costruite nel corso di decenni sono finite.

Alla crisi di idee, di vendite e di pubblicità che riguarda tutti i giornali del mondo si è aggiunta la cancellazione dei rimborsi pubblici alle testate in cooperativa e, con la liquidazione, vanno elaborate forme nuove e diverse rispetto al passato della sottoscrizione al giornale che fin dal suo esordio il manifesto ha sempre pensato come parte integrante del suo modo di vivere.

Un rapporto di amore/odio straordinario, politico e collettivo, una simbiosi conflittuale con i propri lettori, collaboratori e sostenitori costruita e difesa negli anni deve ora trovare una nuova forma.

Il ricorso all’aiuto dei lettori sulla sola base del valore culturale e storico della testata, che tutti consideriamo il nostro patrimonio più solido, non basta più. La strada che possiamo ancora immaginare per costruire un futuro del manifesto passa piuttosto per una ammissione aperta dei limiti della nostra esperienza e per un tentativo di rilancio.

Rilancio di che cosa? In primo luogo, del desiderio di lavorare ancora a una impresa politica comune di informazione e comunicazione. E’ un desiderio non scontato, non solo per gli evidenti fattori di depressione interna che hanno progressivamente eroso la vita e la vitalità del collettivo, ma anche per l’inflazione di mezzi di informazione e comunicazione in cui viviamo. Questo è il principale, e cruciale, cambiamento di contesto con cui fare i conti rispetto alle origini dell’impresa-manifesto. Allora eravamo un’esperienza pilota e corsara; oggi siamo un medium fra tanti, anzi tantissimi.

Paradossalmente, c’è una nostra vittoria alla base della nostra crisi: la scommessa originaria del manifesto – fare politica con un mezzo di comunicazione – ha vinto e sfondato in tutto il mondo.

Non solo in Italia tutti i grandi giornali sono diventati, di fatto, giornali pienamente politici, quando non giornali-partito. Ma ovunque la moltiplicazione dal basso di strumenti di informazione, comunicazione e mobilitazione via web insidia fortemente, anzi ha già abbondantemente eroso, il nostro vantaggio e la nostra rendita di posizione nel campo della politica alternativa. Insomma, rischiamo lo stritolamento dall’alto della stampa mainstream e dal basso della Rete.

Il desiderio di riprovarci deve accompagnarsi perciò all’individuazione di un ruolo sia politico sia editoriale che rilanci non solo l’unicità, ma anche la necessità, oggi nient’affatto scontata, del manifesto.

C’è in Italia, alla conclusione del ventennio berlusconiano, un gigantesco deficit di cultura politica della sinistra, istituzionale e non, che la stagione dei movimenti non colma da sola. Quello che si prospetta, al meglio, è una forbice sempre più divaricata fra una sinistra istituzionale corrosa dal neoliberismo e una sinistra di movimento anticapitalista e orientata ai beni comuni, ma anch’essa corrosa dall’esaurimento di qualsiasi forma di mediazione politica, o meglio della politica come mediazione (per capirci, il lato ‘antipolitico’ che si esprime oggi in tutti i movimenti).

In questa divaricazione, lo spazio per un lavoro di ricostruzione di una cultura politica utile per leggere il presente e trasformarlo è immenso, e nessuno, ma proprio nessuno, dei media presenti sul mercato italiano lo copre.

Non basta infatti, in una stagione come questa, fare un giornale aperto e plurale: occorre un giornale che sia un cervello collettivo, in grado di reimpostare l’ordine del giorno della sinistra, di suggerire chiavi interpretative nuove, di mescolare campi, saperi, problemi in modo non convenzionale e superando anche gli steccati in cui il mondo viene ‘ordinato’ dalla sintassi mediatica corrente.

C’è in Italia come dovunque, in piena rivoluzione dell’informazione, un cambiamento vorticoso dei tempi di produzione e fruizione degli eventi – degli eventi, non più solo delle notizie – , che rende la carta stampata un mezzo al tempo stesso obsoleto e irrinunciabile. Obsoleto rispetto alla velocità con cui gli eventi si diffondono e si bruciano, irrinunciabile rispetto alla necessità di comprenderli nel loro spessore e non solo in superficie.

Il nuovo manifesto, perciò, sarà necessariamente integrato tra carta e Web e dovrà uscire oltre che in tipografia anche su tablet. Sono progetti su cui da tempo siamo già al lavoro e che possono essere esplicitati e realizzati se e solo se saremo ancora padroni del nostro futuro.

Il manifesto che vogliamo fare, lo sappiamo, deve rifondarsi. La crisi o è costituente o è definitiva.

In questi mesi di liquidazione coatta abbiamo imparato molte cose.

Per la prima volta da anni è emerso un gruppo di lavoro che anche di fronte alla liquidazione ha dimostrato di volere incaricarsi prima della difesa di questa “forma originale della politica” e poi del suo rilancio.

Perché abbiamo capito che il manifesto, di chiunque sarà, molto difficilmente finirà la sua traiettoria.

A quanto ci risulta, sono almeno tre, finora, le manifestazioni di interesse alla testata: quella dei circoli (proprietà diffusa) e quelle di due possibili acquirenti che hanno in cantiere progetti diversi tra loro (uno prevede un editore privato e definitivo, l’altro offre una “soluzione ponte” a una nuova cooperativa che, se ne avrà i mezzi, potrà “riscattare” la testata e ridisegnarne la proprietà).

Concordiamo con la direzione: una proprietà privata del manifesto è inimmaginabile e non ci trova d’accordo. Restano perciò le altre due: come si può procedere all’incontro di una nuova cooperativa editrice con una nuova proprietà diffusa della sinistra che sostituisca l’attuale “manifesto spa”?

Di questo abbiamo parlato a lungo nelle assemblee di questi mesi e Ivano Di Cerbo, del circolo del manifesto di Roma, ha scritto nei giorni scorsi le tappe in cui questo processo può svolgersi:

  1. fondazione di una nuova cooperativa,
  2. riacquisto della testata con tutti i mezzi disponibili,
  3. nuova proprietà diffusa diversa o complementare alla manifesto spa.

Questo è il progetto in cui ci riconosciamo insieme a questa direzione. Non una semplice rifondazione ma una nuova fondazione.

E’ perciò ingeneroso e strumentale contrapporre seccamente il collettivo del manifesto alla parte organizzata (e perfino non organizzata) dei suoi lettori.

Se smettiamo di essere innovatori il manifesto muore: un semplice ritorno alle origini o una caotica palingenesi dal basso sono progetti velleitari ed esiziali. E’ dall’incontro di biografie e generazioni differenti che il manifesto è nato. Ed è nel confronto perenne con tutta la sinistra, dentro e fuori la redazione, che è vissuto e rinascerà.

Matteo Bartocci