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FranciaEuropa

La crisi dei trent’anni del Salon du livre

Il Salon du livre di Parigi festeggia i trent’anni – è nato nell’81 – nella tristezza e tra le polemiche. Intanto, al Salon che apre il 26 marzo (fino al 31) non ci sarà quest’anno nessun “paese invitato”, come voleva la tradizione: avrebbe dovuto essere la Turchia, come conclusione della serie di avvenimenti vari (tra cui la mostra su Costantinopoli/Istambul al Grand Palais lo scorso autunno) dell’anno della Turchia in Francia, ma troppe tensioni hanno impedito di concretizzare questo obiettivo (non è estranea neppure una responsabilità di Sarkozy, che continua a non volere l’entrata della Turchia nell’Unione europea). Poi, ci sono gli effetti della crisi e la discussione sul ruolo del Salon, che per molti editori è un luogo troppo caro per gli stand, costi non compensati dagli acquisti del pubblico (anche se l’anno scorso 204mila persone l’hanno visitato, una crescita del 20% rispetto al 2008). La novità di quest’anno è che non sono solo più i piccoli editori a protestare per il prezzo degli stand. Il gigante Hachette (che controlla Grasset, Fayard, Stock, Latès, Larousse ecc.) ha ridotto il suo stand da 900 metri quadri a 100. Un altro gigante, il gruppo La Martinière (che controlla Seuil), ha diminuito la superficie del 30%. Bayard ha deciso addirittura di non partecipare quest’anno. Comunque, la trentesima edizione vedrà la presenza di un migliaio di editori. Saranno presenti una novantina di autori stranieri, da Umberto Eco a Antonio Lobo Antunes, Paul Auster, Salman Rushdie, Luis Sepulveda. Gli autori francesi saranno una sessantina (Michèle Lesbre, Enki Bilal, Christian Prigent ecc.). Il Salon si terrà ancora quest’anno nei brutti spazi della Porte de Versailles. Ma gli editori vorrebbero che il Salon tornasse, come all’inizio dell’avventura, sotto la navata del Grand Palais, luogo più prestigioso (e più piccolo). Alla Porte de Versailles ci sarà in seguito un salone specializzato sul libro digitale, la sfida a cui deve far fronte l’editoria tradizionale.

Gli editori francesi tagliano sui costi, a cominciare dalle sedi. Saint-Germain-des-près è abbandonato, poco per volta, a favore di sedi più periferiche, meno costose e più funzionali: Seuil ha lasciato la rue Jacob per Montrouge, in banlieue, Hachette da tempo non è più sul boulevard Saint-Michel ma al quai de Grenelle, Flammarion ha conservato in rue Racine (dove aveva la sede dal 1876) solo la comunicazione e ha trasferito gli uffici sul quai Panhard-et-Levassor. Resistono ancora Gallimard, Grasset, Les Editions de Minuit o POL. Anche le librerie chiudono nel quartiere latino (da 231 a 137 tra il 2000 e il 2008 nel 5° e 6° arrondissement). Il comune di Parigi cerca di contrastare questo trend:  una società ad economia mista pubblico-privato compra dei locali, per poi affittarli a delle librerie a prezzi decenti. In due anni, sette librerie o piccole case editrici hanno beneficiato di questa iniziativa, che, dicono al comune, interessa molto il comune di Londra, che vorrebbe copiarla per contrastare l’esodo della cultura dal centro.