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Poltergeist

La criptonite televisiva

Peaky-Blinders

Forse più di ogni altra forma di espressione umana (eccezion fatta per i romanzi rosa) la televisione è strutturalmente uniformante. La prova sta soprattutto negli episodi girati da grandi registi dalle personalità artistiche particolarmente forti, come Scorsese, che dal pilot di Boardwalk Empire alle puntate di Vynil ha creato delle piccole opere molto deludenti o come Lasse Hallström, l’autore di Chocolat, che ha dato una buona prova di regia nel pilot di New Amsterdam, senza però raggiungere vette particolari. La scarsa qualità della medie degli episodi televisivi è una cifra talmente caratteristica e ritenuta ovvia che il fenomeno più frequente nelle serie è il passaggio alla regia da parte di uno degli attori che, non essendo all’altezza dell’ubiquo Woody Allen, non riescono a produrre niente di significativo tenendosi allo stesso tempo davanti e dietro l’obiettivo.
Negli ultimi due anni il regista che ha raccolto più allori per le regie televisive è Otto Bathurst, che ha firmato tutti gli episodi della serie Peaky Blinders. E’ sintomatico che i suoi episodi siano stati considerati tanto di valore perché in realtà le sue regie non sono che accozzaglie di belle immagini senza una vera razio interna all’opera. Sembra che l’idea che le aspettative che abbiamo per un buon telefilm siano particolarmente basse e gridiamo al miracolo quando qualcuno fa un’inquadratura che mostri una qualche profondità di campo. Sarà perché il formato televisivo è il noioso quadrato mentre quello cinematografico è il più interessante rettangolo, o forse sarà perché la velocità di produzione di un episodio proibisce a priori i tempi di ripresa di un film (le cui lungaggini sono soprattutto dovute al posizionamento delle luci e alla strutturazione dell’immagine), o forse anche sarà perché per ragioni produttive gli episodi sono spessissimo girati da registi diversi (e dunque la coesione della serie è demandata all’uso di uno stile uniformante): di fatto una serie è un prodotto in scatola, un omogeneizzato dell’immagine.
Ci sono state, naturalmente, eccezioni di rilievo (e che confermano la regola), come alcuni episodi di Breaking Bad, di Deadwood, del dimenticato ed eccellente Boomtown e dello strepitoso Wallander – ma queste sono, appunto, eccezioni. Le serie considerate tra le migliori dal punto di vista registico non fanno che schiaffare un bel filtro davanti alla cinepresa e uniformare così in modo piacevole l’immagine, un po’ come in uno dei film di James Ivory che sembra credere che per rappresentare il passato basti ingiallirlo, come fosse un libro vecchio dalle pagine consunte.
E’ questo il motivo per cui la produzione televisiva è più interessata alla qualità della recitazione che a quella della regia: la recitazione non richiede tempi lunghi e grandi preparazioni in fase di ripresa, la regia invece sì.
Ma allora perché non si produce mai una serie che cerchi una cifra stilistica forte? Perché anche quando questo accade, come nel caso di Scorsese, il risultato è comunque deludente? Può essere che un grande regista soffra dei tempi e del budget televisivo (anche se il pilot di Boardwalk Empire sembra sia costato 18 milioni di dollari) o che dentro di sé una voce gli ripeta “è solo un telefilm”. Sia come sia, per ora dobbiamo accontentarci di immagini viste un po’ di scorcio e non banalmente di frontali campo e controcampo se vogliamo vedere in televisione qualcosa di un po’ sopra alla media.