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La Casa bianca fa causa alle banche (dopo averle salvate)

Sono passati quasi tre anni dal fallimento di Lehman Brothers (era il 15 settembre del 2008), ma la storia della più grande crisi finanziaria della storia è ancora tutta da scrivere. Dopo il crack sui mercati, ora tocca ai tribunali. Sono già decine le mega-cause di risarcimento intentate a vario titolo e in diversi tribunali americani contro le banche «troppo grandi per fallire».

L’agenzia federale che vigila sul mercato finanziario immobiliare degli Stati uniti (la Fhfa) ha annunciato ieri che è pronta a chiedere almeno 30 miliardi di dollari a una dozzina di banche tra cui giganti come Goldman Sachs, Bank of America, JpMorgan e Deutsche Bank. Gli stessi istituti «salvati» dal governo Bush dovranno ora risarcire almeno in minima parte clienti che hanno perso tutto. Tra questi, Fannie Mae e Freddie Mac, i due enti para-statali nazionalizzati nel 2008 da Bush e dal suo ministro del Tesoro Henry Paulson (ex ad di Goldman Sachs). Due istituti che garantiscono il 90% dei nuovi mutui Usa e hanno nella «pancia» hanno crediti pari a 1,5 trilioni di dollari. Finora il loro salvataggio è costato allo stato federale almeno 135 miliardi di dollari (leggi qui).

La Fhfa è pronta a trascinare le banche in tribunale accusandole di non aver controllato la qualità delle obbligazioni immobiliari basate sui mutui (mortgage securities) che vendevano sul mercato. In sostanza, le banche hanno nascosto la difficile solvibilità dei debitori e «gonfiato» la solidità dei propri prodotti finanziari.

Il meccanismo finanziario era infernale. Fan e Fred (così sono chiamati negli Usa) prestavano denaro a rotta di collo grazie al costo ridicolo dei prestiti. E siccome le leggi federali li obbligavano a diluire i rischi investendo in obbligazioni, nello stesso tempo compravano dalle banche prodotti considerati sicuri ma capaci di dare – sulla carta – immensi profitti. In piena deregulation, si comportavano più come hedge fund che come avvedute banche statali. Quando le rate dei mutui sottostanti sono cominciate a mancare, l’intero castello di carte è crollato e la bolla è scoppiata innescando quella reazione a catena che non è ancora finita.

Il termine per presentare realmente la denuncia scade la settimana prossima. Ma ormai è questione di ore. Già a luglio la stessa agenzia aveva denunciato la banca svizzera Ubs per gli stessi motivi, chiedendo indietro almeno 900 milioni. La strategia del governo in parte sta cambiando, segno che la situazione si fa più seria. Se prima si ipotizzava di far ricomprare alle banche una parte dei prodotti tossici già venduti, l’obiettivo attuale è riavere indietro rimborsi cash.

Sono già 50 le procure statali che stanno cercando di patteggiare con Bank of America, JpMorgan e Citigroup i risarcimenti per i clienti defraudati. Ma non basta, perché le banche continuano a farsi causa anche tra di loro. Aig (la mega compagnia assicurativa Usa salvata poco prima del crollo di Lehman) ha chiesto 10 miliardi di dollari a Bank of America per i danni causati dal non aver ben analizzato le obbligazioni acquistate tre anni fa.

Le banche ovviamente si difendono sostenendo che eventuali risarcimenti affosserebbero il mercato creditizio per decenni, ricordano – non a torto – che quelle obbligazioni erano garantite con la tripla A da tutte le agenzie di rating e affermano che in ogni caso i loro clienti istituzionali e bancari erano sufficientemente consapevoli dei rischi prima di acquistarli.

Lo scontro si fa duro. L’ad di Goldman Sachs Lloyd Blankfein ha appena ingaggiato il re dei penalisti di Wall Street Reid Wiengarten. Il solo annuncio ha fatto crollare le azioni della banca quasi del 5%, perché Weingarten in passato a difeso i «bad boss» di aziende fallite come Enron e Worldcom. Le banche sono sotto tiro anche per aver mentito al Congresso durante le audizioni e le indagini parlamentari successive al crollo dei mercati. Lo stesso Dipartimento della Giustizia si appresta a perseguire i banchieri responsabili della crisi.

La battaglia giudiziaria in effetti si intreccia sempre di più a quella politica. L’8 settembre il presidente Barack Obama illustrerà al congresso il suo atteso discorso sulla crescita e il lavoro. Dopo aver polemizzato con lui per tutta l’estate a causa delle vacanze a Martha’s Vineyard, i repubblicani gli hanno impedito – per la prima volta nella storia – di parlare alla data che aveva richiesto in origine (mercoledì) con la scusa di voti già previsti in aula e di un dibattito tv tra i candidati repubblicani alla fondazione Reagan.

Per Obama la situazione si fa critica. Con la scusa della crescita in pericolo e della Camera ostaggio dei conservatori, la Casa Bianca ha annunciato ieri che non migliorerà la pessima legge sull’inquinamento dell’aria promulgata da Bush (Clean Air Act) prima del 2013 (cioè dopo le presidenziali). L’ennesima delusione per un’elettorato ambientalista che tre anni fa aveva scommesso tutte le sue carte sul primo presidente nero. Le schermaglie tra Casa bianca e Corporate America somigliano ormai a una guerra tra gatto e topo. L’amministrazione Obama ha stoppato la fusione tra At&T e T-Mobile che avrebbe portato a un monopolio di fatto nelle telecomunicazioni. E la Exxon ha raggiunto un accordo da 500 miliardi con la Russia per esplorare i giacimenti di petrolio nell’artico, un chiaro tentativo di spazzare via i residui dubbi di Obama sulle trivellazioni in zone protette mettendolo di fronte al passo compiuto.

Resta il fatto che nessun risarcimento giudiziario, per quanto grande, riuscirà mai a oscurare che per salvare banche, industria dell’auto, settore immobiliare e assicurazioni la Casa Bianca (sia con Bush che con Obama) ha impegnato qualcosa come 12.200 miliardi di dollari (di cui 2.500 già spesi, fonte NyTimes 24 luglio 2011) mentre poco o nulla è stato fatto per la «Main Street» dei piccoli proprietari e dei lavoratori.