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La carambola del federalismo

Sfiducia al ministro Bondi e fisco municipale. Terzo polo e Pd sperano nella Lega per evitare le urne e fare insieme un governo tecnico: «Trattate senza Silvio o votiamo contro». In cambio, offrono più tempo per fare le riforme. Si decide tutto il 26 gennaio

Bossi lo dice a modo suo: «Ho visto Berlusconi un po’ gibollato (ammaccato, ndr)», racconta dopo il lungo vertice notturno tra Carroccio e premier. In effetti il Cavaliere sostituisce il cerone con i colori di guerra ma attorno a lui, pretoriani a parte, ci si prepara al diluvio. Alle camere si lavora con i motori al minimo. E negli uffici – il termometro vero della vita politica – di fatto non si lavora più per nulla. Del resto il governo va avanti a strappi da più di un anno, «gibollato» prima dalla scissione di Fini e poi dagli scandali a ripetizione sul presidente del consiglio.

Il Pdl non ha nulla da chiedere a questa legislatura se non un po’ di vitalizi per i peones e la salvezza del suo padrone. La Lega prova a salvare il federalismo prima del naufragio. Il Carroccio conosce bene rischi e vantaggi del voto. E non a caso insiste: «Federalismo o morte», scherza Bossi.

La sicurezza del senatur si infrange sulla forza dei numeri. L’ultima bozza di Calderoli sul fisco municipale viene bocciata dal presidente dell’Anci Sergio Chiamparino in un incontro riservato tra il ministro, il sindaco di Torino e il presidente della «bicameralina» Enrico La Loggia. Il no dei comuni è il segnale che si attendeva: terzo polo e Pd chiedono al governo le modifiche necessarie altrimenti voteranno no. In cambio, prima il terzo polo e poi il Pd offrono alla maggioranza un salvacondotto per la legislatura: la proroga di alcuni mesi alla delega sul federalismo fiscale che scade il 21 maggio. Una mossa clamorosa (e di difficile attuazione) che Calderoli proverà a discutere oggi in consiglio dei ministri.

Sul federalismo dunque si ripete il copione sulla sfiducia a Bondi: il terzo polo rompe gli indugi e annuncia il no al ministro se non farà i cinque interventi a favore della cultura richiesti dai centristi. Il Pd segue a ruota, schiacciato tra Udc, Idv e sinistre e ormai incapace di una linea autonoma.

Bondi e federalismo, due cerini accesi sono meglio di uno. L’incidente parlamentare o l’assenza sospetta sono sempre possibili. Stando al calendario attuale, entrambi i voti potrebbero verificarsi alla camera mercoledì 26 gennaio, che così potrebbe diventare un’altra data chiave della legislatura come il 14 dicembre. A riprova del momento delicato, la riunione dei gruppi Pd di camera e senato che Bersani ha convocato per la sera del 25. Nei fatti, è un invito a Bossi a staccare la spina al governo e a trattare con l’opposizione. Su Bondi, del resto, si vota a scrutinio segreto. E sul federalismo è difficile andare avanti senza il sì delle autonomie (furiose anche al Nord per i tagli di Tremonti).

Pd e centristi devono affondare Berlusconi senza affondare anche la legislatura. E l’accoppiata ministro-riforme è un capolavoro tattico che equivale a un tiro di carambola a tre sponde. Prima di colpire la boccia-premier, infatti, c’è il voto sul federalismo municipale nella «bicameralina» (prima sponda). I numeri dicono 15 pari tra maggioranza e opposizioni. Dunque il decreto sarebbe bocciato. Ma il presidente della commissione (La Loggia-Pdl), che per prassi non vota stavolta avverte che sarà costretto e lo farà. Pd e terzo polo allora prepareranno un testo alternativo. Un documento su cui, hai visto mai, l’altoatesina della Svp potrebbe pure passare con l’opposizione chiudendo la partita.

Sapendo che anche se questa manovra dovesse fallire per la Lega si tratta di attraversare indenne anche la seconda sponda: il voto nelle commissioni Bilancio. A meno di un’epidemia improvvisa, in quella della camera la maggioranza non è più autosufficiente.

Ufficialmente il Carroccio stoppa le manovre con le cattive: se non passa il federalismo si va a votare. Ma in privato Tremonti, come un vero premier ombra, chiama Chiamparino e prova a ragionare su cifre e compensazioni per i comuni tartassati. La trattativa è appesa a un filo ma c’è. Se dovesse naufragare resta infine l’ultima sponda da colpire prima del tocco al premier: il voto su Bondi.

Difficile sparigliare le carte nella maggioranza. Ma certo è che il Carroccio, più di tutti, è consapevole che con questi numeri contro il Quirinale (oltre al Csm, il Vaticano e la presidenza della camera) non si governa a lungo. Bossi non a caso elogia Napolitano, invita tutti tenere i toni bassi.

Anche per questo Casini, Fini e Bersani sono sicuri: se il governo cadesse per un incidente parlamentare un minuto dopo si fa un altro esecutivo di transizione. Il problema è che la guida sarebbe sempre del Pdl.

Pd e terzo polo sperano ancora in un «ribaltone» vecchio stile, che tiri fuori Pisanu dall’ombra. «Ormai Berlusconi e il suo governo sono ai titoli di coda. È clamoroso che i partiti di opposizione si prodighino per salvarlo allungando l’agonia del paese, anziché impegnarsi in modo unitario per cacciarlo seduta stante», commenta con ampie ragioni Paolo Ferrero del Prc.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 21 gennaio 2011