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La bordata del Colle al “metodo Bossi”

Irricevibile. Non è durato nemmeno una mattinata il decreto sul federalismo municipale firmato Bossi-Berlusconi. Il Quirinale l’ha rispedito alle camere senza nemmeno leggerlo. Tali e tante le violazioni procedurali che il governo ora dovrà ripresentarsi in parlamento e difendere il testo giustificando il mancato accordo in commissione Bilancio alla camera e nella «bicamerale». Un passaggio ai box che per Pdl e Lega è una mazzata dura da digerire.

Ad aggravare un quadro istituzionale già difficile ci si è messa anche la pessima idea di Tremonti e Calderoli di convocare una conferenza stampa mattiniera per annunciare al popolo padano la «svolta storica» di una riformadata per fatta. Spente le telecamere della propaganda però, a palazzo Chigi è arrivato il «postino» del Colle.

Con una lettera di accompagnamento di Napolitano a Berlusconi (pubblicata sul sito del Quirinale) che smaschera tutti i cavilli agitati dagli apprendisti stregoni della maggioranza. A cominciare dal presidente della «bicameralina» La Loggia: non è vero – scrive Napolitano – che un parere respinto dalla commissione per voto pari è un parere «non espresso» e non è vero che si può andare avanti col nuovo testo come se nulla fosse. Ergo il governo deve tornare sia davanti alle camere sia alla conferenza unificata degli enti locali per difendere da capo il suo provvedimento.

«Tanto premesso sul piano strettamente procedimentale – affonda il colpo Napolitano – sento il dovere di richiamare l’attenzione del governo sulla necessità di un pieno coinvolgimento del Parlamento, delle Regioni e degli Enti locali nel complesso procedimento di attuazione del federalismo fiscale». Il Colle guarda soprattutto al futuro e chiede di ritrovare quel «clima di larga condivisione» registrato sulla legge delega e sui tre decreti precedenti. Conclude a scanso di equivoci: «Non posso sottacere che non giova a un corretto svolgimento dei rapporti istituzionali la convocazione straordinaria di una riunione del governo senza ordine del giorno e senza averne preventivamente informato il Presidente della Repubblica, tanto meno consultandolo sull’intendimento di procedere all’approvazionedefinitiva del decreto legislativo». Insomma il governo ha fatto una cosa sbagliata e pure di nascosto.

In altri tempi una simile bordata del capo dello stato avrebbe sgretolato i palazzi della politica. Ma lo stato comatoso della maggioranza è tale che quasi non ci si stupisce più. Solo Bossi (che pur previsto in scaletta aveva disertato lo show di Calderoli e Tremonti) aveva detto che il federalismo «ora è fatto», e «la Lega mantiene le promesse» si profonde in scuse telefoniche al Colle. Ai cronisti si limita a dire che le elezioni «sono più lontane».

Lo scontro definitivo e il possibile affossamento del governo tramite un «incidente parlamentare» è rimandato al federalismo regionale, il cuore della riforma leghista. Fino ad allora Bossi e Berlusconi sono costretti a marciare uniti pur avendo due obiettivi divergenti. La lettura più facile di questa sconfitta della destra è che Berlusconi è più forte (per i voti dei «peones» racimolati alla camera) e Bossi più debole perché la Lega ha dimostrato di abbaiare tanto e di mordere punto. Ma due pilastri incrinati non rendono l’impalcatura di un governo più forte, anzi.

Il Carroccio deve vedersela con una base furibonda e con un Cavaliere sputtanato da mesi. Insieme stanno e insieme cadranno. Con i suoi, Bossi ha dovuto ammettere a malincuore che «ogni volta che Berlusconi ha detto di avere i numeri poi ce li ha avuti». La Lega non può più staccare la spina. Ne aveva l’occasione e non l’ha fatto. Era un bluff. O un calcolo che spera in una spallata giudiziaria vista l’impossibilità di muoversi diversamente in parlamento. Che la Lega sia in tilt lo dimostra un Calderoli in crisi di nervi che parla di semplice «interpretazione» da parte del Quirinale e afferma che il vero «sfregio» non l’ha fatto il governo ma la «bicamerale».
Cosa farà Berlusconi invece lo dice dal 14 dicembre in poi: per prima cosa cercherà la «leggina» che lo garantisca definitivamente dai processi. Del resto il gruppo dei «responsabili» gli consente di nuovo di controllare la commissione Giustizia della camera: Pd, Idv, Udc e Fli hanno 22 membri più la presidente Bongiorno. Pdl, Lega e «peones» sono a quota 24. Più i 2 voti dell’ex Udc Mannino e della lib-dem Melchiorre (che il Cavaliere conta di arruolare come prossimi acquisti).

Fatto questo, userà le poltrone di governo come un bancomat per la campagna acquisti e per quella futura elettorale. Per sostituire i 4 finiani dimissionari si parla di 12-18 nuovi sottosegretari. Non a caso sono tutti politici del Lazio e del Sud, i punti deboli del Cavaliere in caso di ritorno alle urne. Serve un decreto legge ma se il Colle non si mette di traverso è già cosa fatta. I fedelissimi del premier parlano di quota 320 deputati a portata di mano. Raggiunti i suoi scopi potrà decidere se votare a maggio o più avanti. Poi la finestra per tornare al voto quest’anno si chiuderà e chissà, nel 2012 ci sarà la ripresa e Tremonti potrà aprire un po’ il portafoglio prima della partita finale.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 5 febbraio 2011