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Quinto Stato

La bolla dei giornalisti precari è esplosa

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Quinto rapporto Lsdi: il lavoro autonomo senza diritti è aumentato di 327 volte in 10 anni. Esplodono le diseguaglianze, diminuiscono i dipendenti, testate tradizionali in crisi

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Dieci anni di crisi, pre-pensionamenti e precariato di massa hanno trasformato quella del giornalista in una professione da freelance sottopagato e senza diritti. Secondo il quinto rapporto 2013, realizzato da Libertà di stampa diritto all’informazione (Lsdi) su dati forniti da Casagit, Fnsi, Inpgi e ordine dei giornalisti, è cresciuto il divario tra il lavoro dipendente e il lavoro autonomo. Il primo resta il più tutelato, il secondo affonda in una zona grigia dove non è più possibile svolgere una professione a tempo pieno.

La diseguaglianza tra i redditi domina l’industria dell’informazione italiana e coinvolge due terzi dei giornalisti attivi: pubblicisti e autonomi guadagnano redditi tra il 5,6 e il 6,9 volte in meno dei colleghi salariati. Questo accade in un panorama dove diminuiscono le possibilità di lavoro nei quotidiani e periodici, Rai e agenzie stampa, mentre crescono le posizioni «spurie» da addetti stampa o alle pubbliche relazioni negli enti pubblici e privati. Nel primo caso, l’occupazione è diminuita dal 2000 dall’83,2% al 64,9% a fine 2013. Nel secondo è cresciuta dall’8,1% al 16,1%.

Dal 2000 al 2013 il lavoro autonomo ha registrato un boom del 327,7%. Al 31 dicembre 2013 gli iscritti all’«Inpgi 2», la cassa dei freelance, erano 38.988, con un aumento del 7,1% rispetto al 2012 (36.414). Di questi 7.890 hanno un rapporto di lavoro subordinato e sono iscritti anche all’«Inpgi 1». Alla fine del 2013 gli autonomi «puri» erano 31.098 (+9,5% rispetto al 2012). Un andamento che corrisponde all’aumento degli iscritti all’ordine 113.620, contro i 112.046 dell’ anno precedente. Poco meno della metà sono «attivi».

Il rapporto Lsdi definisce quella dei precari una «bolla» strutturale. L’informazione è una piramide retta da una moltitudine di senza diritti che svolge, occasionalmente, il lavoro da giornalista. Sette autonomi su 10, il 68,7%, hanno dichiarato redditi inferiori a 10 mila euro annui. Sei su dieci (8.673) si sono fermati sotto i 5 mila euro.

La retribuzione media è scesa da 11.278 a 10.941 euro lordi annui. Quella dei Co.co.co – 8.832 euro – è 6,9 volte inferiore, mentre quella del «libero professionista» è 4,7 volte inferiore. La situazione migliora nelle fasce di reddito superiori tra i 10 e i 25 mila euro, passate dal 15,9 al 16,7%, mentre quella fra i 25 e i 50 mila è scesa dal 10,1 al 9,4%. Nel 2013 solo 206 freelance hanno sfondato il tetto dei 100 mila euro di reddito. Tutti gli altri fanno parte di un proletariato dove sono le donne a guadagnare meno (11.466 euro lordi contro 14.285 degli uomini).
In queste condizioni il lavoro giornalistico si è trasformato da produttore di contenuti in fornitore di servizi intercambiabili. Il giornalista è costretto a svolgere più attività. L’esclusività viene meno, mentre il lavoro diventa un’occupazione tra le tante. Questa situazione incide sullo status dei dipendenti. Le aziende tagliano l’occupazione e comprimono i loro salari ricorrendo ai contratti di solidarietà e inasprendo le condizioni di lavoro sugli orari notturni, i festivi o gli accordi integrativi.

In tre anni gli incentivi all’occupazione adottati dall’Inpgi con gli sgravi contributivi alle imprese hanno prodotto solo 360 nuove assunzioni. Nella prima metà del 2014 sono stati persi 634 posti senza che ne sia stato creato nessuno. Nel frattempo la disoccupazione cresciuta del 47,6%; la cassa integrazione del 21,1%, la solidarietà del 51,1%. La precarietà è un’arma a doppio taglio e ha travolto gli organi di una professione super-protetta che poco, o nulla, hanno compreso di una condizione che riguarda tutti. Lo conferma il presidente dell’Inpgi, Andrea Camporese, secondo il quale quella in corso è «una crisi senza precedenti». L’autosostentamento del sistema è a rischio perché aumentano i pensionati, diminuiscono i salariati (con redditi che aumentano da 61.180 a 65.903 euro) mentre i freelance lavorano troppo poco per contribuire a sostenere le speranze di tutti. Per chi, tra loro, riuscirà a chiudere una «carriera» avventurosa ci sarà una pensione che oggi è in media di mille euro lordi. All’anno.