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Lo scienziato borderline

La Battaglia Partigiana del Monte Soglio, dicembre 1943

di Massimo Zucchetti (ANPI – Sezione “Dante di Nanni” – Torino)

Costituzione del gruppo “Monte Soglio”.

Dopo l’armistizio dell’otto settembre, il giorno successivo nasce in Italia il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.), che chiama la popolazione italiana alla resistenza contro i tedeschi. Questo organismo è formato dall’unione dei partiti antifascisti, con il compito di promuovere e coordinare la lotta insurrezionale nell’Italia occupata. Il C.L.N. si estenderà in quasi tutti i comuni e fornirà l’inquadramento politico alla lotta di Liberazione.

Per quanto riguarda la zona delle Valli di Lanzo e del Canavese, possiamo individuare un inizio dell’organizzazione resistenziale nei giorni immediatamente successivi l’otto settembre: Battista Goglio (“Titala”, poi Comandante partigiano caduto il 12.8.1944) il 12 settembre organizzò una prima riunione ad Alpette (bassa Val Locana, provincia di Torino), con alcuni antifascisti di Alpette e del Canavese e con i primi militari sbandati. Le azioni dei primi giorni consistettero nel recupero di armi nelle Caserme dell’Esercito Italiano in sfacelo: dapprima presso la Caserma di Cuorgnè e poi presso la polveriera di Lombardore. Nel frattempo Battista Goglio radunò alcuni sbandati dell’esercito italiano, andò a Locana, dove erano concentrati ex prigionieri jugoslavi, inglesi, ecc. e li convinse a fuggire[1]. Una parte di quei prigionieri jugoslavi fuggiti, patrioti catturati durante l’invasione nazifascista della Jugoslavia nel 1941, decisero di unirsi alla nascente lotta partigiana contro lo stesso nemico, e alcuni li ritroveremo come componenti del gruppo partigiano “Monte Soglio”.

Quasi all’indomani dell’8  settembre in molte  località del Canavese, Forno, Pont, Corio,  Pian Audi,  Alpette, Filia di Castellamonte, si formarono spontaneamente gruppi  di sbandati  che  dovevano  essere  il primo  nucleo  delle  future   formazioni partigiane.

Nel settembre si trasferisce a Piano Audi (Corio) un gruppo di armati, in gran parte militari sbandati del V Regg. di artiglieria di stanza a Venaria, comandati dal maggiore Michelangelo Musso (“Colonnello Milo”, poi partigiano della Divisione C di “Giustizia e Liberta”) che si collega, tramite il Comitato antifascista dì Ciriè, con Paolo Braccini membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Torino. Di questo gruppo fanno parte numerosi ufficiali tra i quali i sottotenenti  Giovanni Burlando, Azzarelli «Padre Walter», il cappellano della Div. Julia Don Ottorino Squízzato, i tenenti Bologna, Terracini «Rossi», Gasperíni, Giardino, l’ufficiale di complemento Peppino Rje, il sottufficiale di marina Alfonso Prospero Nicola, il sergente maggiore Giovanni Picat Re e numerosi valligianí sbandati oltre ad ex prigionieri di guerra di varie nazionalità. Alcuni dei nomi appena citati diventeranno notissime figure partigiane, come Giovanni Burlando, “Primula Rossa”, comandante dell’80a Brigata Garibaldi e Giovanni Picat Re, “Perotti”, comandante della III zona  Divisioni Garibaldi. La formazione passa poi sotto il comando del colonnello degli alpini Mirti. Il 3 di ottobre 1943 i tedeschi l’attaccano a Piano Audi. Gli uomini vogliono combattere ma gli ufficiali danno l’ordine di ritirarsi a causa dell’assoluta insufficienza dell’armamento e per evitare una carneficina: decisione sagace se confrontata con altre situazioni in quei mesi, nelle quali una “difesa rigida”, ereditata probabilmente da una mentalità militare non ancora abituata ai dettami della guerriglia, portò allo sterminio di molte nascenti bande partigiane. Tutti i magazzini e gli automezzi vengono abbandonati e cadono nelle mani del nemico. Dopo il rastrellamento nascono i primi contrasti e la formazione si scinde in diversi gruppi. Il colonnello Mirti e il magg. Musso con un nucleo di una decina di uomini si stabiliscono ad Alte Piane, frazione di Corio. Peppino Rje con una trentina prende contatto con il gruppo comunista di Nicola Grosa e di «Massimo» (Vassallo Demilsie). Altri si spostano nelle valli di Lanzo. La parte più consistente che rimane da questa scissione si trasferisce a Forno Canavese al comando di Nicola Alfonso Prospero e prende il nome di « Gruppo Soglio » o “Gruppo Monte Soglio”. I componenti pattugliano la zona Rivara-Forno-Pratiglione.

Uno dei gruppi più  consistenti e, relativamente meglio   armato,  fu appunto quello  che si costituì  a Forno, nella  zona Bottini- Cimapiasole. e che poi si acquartierò ai Boiri.  Ne  facevano  parte  molti militari   cui  la  guerra  e la  divisione dell’Italia   in due  impedivano di  raggiungere le  proprie famiglie, ex prigionieri  di guerra,  fuggiti dai   campi  di  concentramento, e da  giovani antifascisti della zona che sentivano la necessità di organizzarsi per combattere  e  cacciare  tedeschi  e  fascisti.

Mentre  le  altre  bande  canavesane, sparse  e poco  armate,  non  attirarono subito l’attenzione dei  tedeschi, contro questo  gruppo  che, per organizzazione, consistenza  numerica  ed  appariscenza  poteva  rivelarsi molto pericoloso, non solo  sul piano bellico, ma anche su quello  propagandistico, fu diretto il primo  dei numerosi e durissimi rastrellamenti con i quali i nazifascisti tentarono invano  di stroncare  la  guerriglia  partigiana.

Il “gruppo monte Soglio” si stanziò dapprima in località “Giacoletti” e poi ai “Boiri”, sulle pendici del monte Soglio, dove si acquartierò nelle varie baite del luogo utilizzate solamente nel periodo del pascolo in montagna.

Si era nel periodo iniziale della Resistenza, quello che Giorgio Bocca nella “Storia dell’Italia Partigiana” definisce “il periodo dei Gruppi”. Un’epoca “eroica ed avventata” sulla quale vi sono relativamente poche informazioni rispetto agli altri periodi resistenziali del 1944 e 1945, e durante la quale la Resistenza si organizzò per acquisire poi la conformazione che ci è nota.

La banda partigiana “Gruppo Monte Soglio” (o Solio), si formò quindi per aggregazione spontanea di diversi resistenti, e non aveva, in quel ottobre-novembre 1943, una chiara colorazione politica. Era infatti il tempo in cui molte delle bande in formazione raggruppavano al loro interno, come per il caso della “Monte Soglio”, uomini con diverse tendenze politiche, che però passavano in assoluto secondo piano rispetto alla necessità di organizzare la lotta, procurarsi armi, basi e viveri, e di compiere le prime azioni contro gli occupanti. Appartenevano a questa banda giovani antifascisti del luogo, militari del disciolto esercito regio, molti impossibilitati a raggiungere le proprie case nell’Italia centro-meridionale, come ad esempio quello che diventerà una delle due medaglie d’oro al Valor Militare del gruppo, il militare-studente Saverio Papandrea, calabrese) prigionieri di guerra jugoslavi fuggiti dai campi di detenzione: condividendo tutti le difficoltà di una vita difficile e pericolosa quale era quella delle bande partigiane. [2]

In seguito, dopo lo sbandamento seguito all’attacco tedesco del 7-8 dicembre di cui si parla qui, la formazione si ricostituì trasferendosi in Val di Lanzo, a Chiaves, a partire dal 27 dicembre 1943 e prendendo successivamente il nome del caduto “Carlo Monzani”, primo caduto della formazione originaria[3]. La formazione, inizialmente sotto il medesimo Comandante, Nicola Alfonso Prospero, si inquadrò successivamente nella Brigate Garibaldi operanti in Val di Lanzo, con Comandante Claudio Borello (Moro). Da qui, l’inquadramento ex-post dei combattenti del “gruppo Monte Soglio” dell’ottobre-dicembre ‘43  alla IV Divisione Garibaldi “Piemonte”[4], pur senza specificare l’appartenenza ad una singola Brigata, come si può evincere consultando il data-base dei ruolini dei partigiani piemontesi[5]: ciò risulta perfettamente comprensibile e non deve essere fonte di alcuna polemica, allo stesso modo con il quale non vi alcuna polemica nell’autunno del 1943 fra i partigiani della formazione “Monte Soglio”, che decisero di mettere da parte divergenze politiche per pensare alla lotta contro il nemico. La formazione della 47° Brigata Garibaldi “Carlo Monzani” è avvenuta nel maggio 1944, dopo i tragici fatti che videro la morte di Nicola Prospero il mese precedente[6]. Quanto qui precisato è per pura ricostruzione storica.

La brigata “Monte Soglio” dell’ottobre-dicembre ’43, cui d’ora in avanti si farà riferimento, era comandata da Nicola Alfonso Prospero, che aveva quartiere sia nel paese di Forno Canavese, che alla frazione “Milani”. Comandante di Distaccamento  del gruppo “Boiri” e vicecomandante di Brigata, Bartolomeo Grassa, il quale aveva Comando del “Campo”, come era chiamato il suo Distaccamento, a “L’Aquila”, in una casa concessa ai partigiani dall’Avv. Davito-Gara, sul pianoro dei “Boiri”, a 1200m, sul Monte Soglio.[7] Secondo alcune testimonianze (op.cit. Nota 7), una divergenza sorta “fra i due tenenti” (Bartolomeo Grassa e Peppino Rje) sull’inquadramento “politico” della formazione venne composto da Nicola Prospero, che lascio Bartolomeo Grassa ai Boiri, comandante di Distaccamento e vicecomandante di Brigata, mentre Peppino Rje con un discreto numero di partigiani scese nel Basso Canavese dove prese contatto, come già accennato prima, con Nicola Grosa (notissima figura del partigianato piemontese) per inquadrarsi nelle Brigate Garibaldi. Stando al ruolino ufficiale di servizio del Comandante Grassa, questo componimento dovrebbe essere avvenuto intorno al 20 novembre 1943 (figura 7).

Prima della Battaglia

Il 7 novembre 1943, due partigiani del gruppo Soglio su ordine del comando si recano da due industriali di Forno per invitarli  per comunicazioni ma vengono accolti a fucilate. Muore il giovane Carlo Monzani di anni 20 e rimane ferito il compagno. A Carlo Monzani sarà intitolata la Brigata Garibaldi nella quale evolverà il “Gruppo Monte Soglio”, nel maggio 1944. Si trattava del primo caduto partigiano del Canavese.[8]

Nonostante la discreta consistenza numerica[9] il “gruppo Soglio” difettava di equipaggiamento bellico, ed  iniziò le prime azioni dirette a procacciarsi armamenti: il 6 dicembre 1943 riuscì a portar via con un’azione, dal campo di Lombardore: quattro mitragliatrici (due Saint Etienne, due FIAT 35 mm), un mortaio e diversi fucili con relative  munizioni. Parte del bottino venne lasciato  alla  Cappella  dei Milani, gentilmente concessa dal Cappellano  Don  Felice Pol.[10]

Nello stesso pomeriggio del 6, un aereo da ricognizione tedesco, detto “Cicogna” sorvolò a lungo la zona dov’era acquartierata la banda partigiana: il candore della neve abbondantemente caduta nei giorni passati rendeva più facile l’identificazione degli obbiettivi. Il fatto mise in allarme le formazioni [11]

7  dicembre 1943

All’alba del 7 dicembre una colonna di mezzi motorizzati tedeschi – cui si erano aggregati miliziani della GNR, Guardia Nazionale Repubblicana[12] – mosse da Cuorgnè in due direttrici: le rotabili Prascorsano-Pratiglione-Forno e Rivara-Forno.

La colonna, forte di circa 1900 uomini, muniti di 8 pezzi di artiglieria da 149mm, 6 pezzi da 75mm, 2 mitragliere da 20mm, armi automatiche moderne fra cui mortai da 81mm, e circa 140 automezzi di vario genere, raggiunge Forno Canavese in mattinata.

Questo nonostante i tentativi di ostacolarne la marcia facendo saltare alcuni ponticelli: in uno di questi tentativi perse la vita, colpito da fuoco nemico, il partigiano Luciano Monzani, 20 anni, fratello del caduto Carlo Monzani.[13]

Mentre nel paese, ormai accerchiato, tedeschi e fascisti perquisivano le case alla ricerca di partigiani e renitenti alla leva, gli uomini della banda prendono posizione secondo i dettami dell’arte militare: in linea frontale, vicino alla palazzina dei “Boiri”; sul lato verso Pratiglione la postazione di mitragliatrici comandata dal tenente Bartolomeo Grassa (al suo fianco il sergente ed allievo ufficiale Francesco Canella, suo nipote) e sul canalone che dava su Cimapiasole, a destra, la postazione “dei Serbi”, con armi leggere, così denominata dal gruppo di ex-prigionieri di guerra Jugoslavi che si erano uniti ai partigiani (da alcune fonti definiti “gli Slovacchi”).[14]

Di seguito alcune testimonianze di abitanti del paese di Forno Canavese (op.cit. Nota 3):

 

La  mattina  del  7 dicembre, aprendo   il negozio mi accorgo che c’era un movimento insolito: tutti erano  spaventati e·in apprensione perché stava arrivando,  dalla  strada   di  Pratiglione, una colonna di soldati tedeschi di circa  300  automezzi, – si  diceva – cannoni, mitragliatrici e si parlava anche   di  carri  armati, partiti  da  Verona.

Dopo  un furtivo accordo  con  gli  altri negozianti  per tirare  giù le  serrande, ci siamo chiusi  in  casa   spiando attraverso le persiane. Non abbiamo tardato  a vedere arrivare soldati sui  camion e a piedi  con fucili spianati , elmetti   in testa, un  po’  curvi, che scrutavano da tutte lparti come  avessero avuto incontrare partigiani ovunque.

Dopo essersi accertati che nessuno muovesse,· hanno disposto tutti gli automezzi in fila lungo la  strada.

(Paolo Data-Blin)

Lavoravo allora alla  Bertoldo. La mattina del 7 dicembre  i padroni improvvisamente ci invitarono ad uscire: stavano arrivando i tedeschi  e i repubblichini. La porta principale era già chiusa; corremmo verso  il retro  della  fabbrica, saltammo  la cinta e  scappammo  per  i prati.  Volevo  andare a casa , ma,  arrivato in quella  che  ora  si  chiama  Piazza Costituzione, mi accorsi che  non  si poteva neanche passare:  era piena  zeppa di tedeschi e di fascisti. Uno  di loro mi parlò, ma  non  riuscii a capire: sopraggiunse  un interprete che,  dopo avermi  intimato di non  correre, mi  consentì  di passare. lo, invece, cominciai a correre verso  casa. mentre  loro, da Cimapiasole,  già  sparavano. Alla frazione  Bosume,  mentre  vi  passavo  su, vidi  levarsi, dai ponte  Piulin, del fumo. Mio fratello, piangendo,  mi raccontò a casa che  egli stesso aveva minato il  ponte  ed acceso  la miccia  per non consentire ai mezzi tedeschi di proseguire. Senza saperlo, aveva rischiato di ammazzare  me, proprio sua sorella. Per fortuna  mia , il ponte  non era saltato.

(Sandrina  Opinaitre)

Facevo  allora il muratore e, quando  occorreva, il becchino  municipale. Il 7 dicembre  lavoravo alla  Fopa:  era  una  giornata   nebbiosa  e fredda. In montagna c’era  molta neve.

Ad un tratto vidi uscire la gente  dalle  case e sentii  gridare: “Arrivano i tedeschi!”

Si sentiva già  sparare dappertutto e si vedeva di lì una lunga colonna di  uomini e di  automezzi provenienti  da  Pratiglione. Decisi allora di  avviarmi verso casa.  Per istrada incontrai dei giovani fornesi, e qualche  partigiano, che  scappavano verso  la  montagna. A  casa mia  c’erano già i  tedeschi, che  chiedevano dove  fossero i ribelli. Lo chiesero anche  a me,  ma  risposi che  non  avevo  incontrato nessuno…

(Giovanni  Domenico  Ricca)

…A  mezzogiorno ci siamo preparati per  mangiare qualche cosa,  senza averne tanta  voglia. La  mia famiglia  era  composta da  mia  moglie, dalla prima  figlia, dal  figlio e da me. Avevamo con  noi  una  signorina che  ci  aiutava  in  casa  e abitava vicino. Mentre eravamo a tavola, la  ragazza  si  alza per andare  a vedere come  stavano i suoi, tanto più  che  doveva  attraversare solo  il cortile interno che  dà  sulla piazza.

Proprio in  quell’istante tre tedeschi  fanno  saltare con  la  baionetta il lucchetto a catena  che  chiudeva  il  cancello in  fondo  al giardino. In  un attimo entrano in casa  e, vedendo sulla tavola un piatto  in  più, ci chiedono – così  come  abbiamo potuto capire – a chi  apparteneva quel  piatto. Noi  abbiamo  fatto di tutto per  spiegarci, ma  loro, dubitando che  fosse di qualche partigiano, senza  aspettare altro, mi  presero e  mi portarono con  loro  fino alla  presenza  di  alcuni  ufficiali che  stavano davanti al  negozio  di Escosse. Dopo  aver par lato  tra di loro, mi  spinsero sulla piazza  davanti a Giacoletto, dove  si  trovavano già  altre persone. Ci  fecero  star   lì  in  piedi, piantonati, fino  alla  sera,  poi  ci  condussero nelle  cantine della Casa  del Popolo,  dove adesso  c ‘è  la Scuola  Media. Ci obbligarono a stare,  sempre piantonati  da un  soldato armato,  seduti uno  vicino all’altro, su delle panche…

(Paolo  Data  Blin)

…A casa, io  accesi  il fuoco; faceva  molto freddo. Mio  fratello, invece, andò  ai  Boiri  per  avvertire  i partigiani che  vi  si  trovavano. Riuscirono a salvarsi tutti coloro   che  il  giorno 8  lo  seguirono  verso  Corio…

(Sandrina Opinaitre)

8 dicembre 1943: la Battaglia

Alla  mattina   dell’8 le truppe tedesche si mossero verso la località “I Milani”, dove erano i partigiani.

Essi si erano disposti a difesa nel modo seguente: postazione centrale con mitragliatrici (Grassa e Canella), a lato le postazioni con i Serbi e quella tenuta da Saverio Papandrea alla mitragliatrice. Dietro agli avamposti con le mitragliatrici, il grosso della formazione, che comprendeva anche partigiani ancora privi di armamento bellico (si ricorda che su un centinaio di partigiani, soltanto circa la metà possedevano un’arma, vedi Nota 9).

I tedeschi incominciarono a  martellare  con mortai  da  75/13 la  montagna,   colpendo  le postazioni  centrali  e battendo con  intenso fuoco   di  artiglieria tutta la zona.

Dopo aver inflitto diverse perdite ai tedeschi, e resistendo per diverse ore, i difensori si accorgono che la situazione sta precipitando: i tedeschi  stanno per circondarli lungo  i due canaloni laterali.

In quel momento, partono all’attacco i Serbi, divisi in due gruppi, con un assalto alla  baionetta, inneggiando alla  loro patria. I tedeschi, visto  questo inatteso attacco, prudentemente si  ritirarono e sospesero il fuoco  per  circa un’ora.

Verso  le  ore  12 dell’otto dicembre ricominciò il martellamento di artiglieria. I molti partigiani disarmati venivano  fatti ritirare verso  località “il Bandito” che era ancora  libera dall’accerchiamento.

Il Comandante, visto l’accerchiamento quasi compiuto, diede l’ordine di ritirata: il numero preponderante di tedeschi ed il loro armamento nettamente superiore non poteva lasciare scampo ai difensori, se si fossero attestati a difesa rigida.

Bartolomeo Grassa in accordo con il Comandante esortò i suoi uomini a ritirarsi verso il Monte Soglio: diciassette di loro – fra cui il nipote Francesco Canella – scelsero di resistere fino all’ultimo per permettere agli altri – fra i quali ricordiamo molti disarmati – di potersi sganciare con una marcia verso il Monte Soglio. Analogamente fece Saverio Papandrea, “l’avvocatino” (questa era il suo nome di battaglia) venuto dal sud. Nella sua postazione di mitragliatrice decise – lui lontano da casa e privo di notizie della sua famiglia – di immolarsi per cercare di salvare la vita ai compagni che lottavano vicino alle proprie case e alle proprie famiglie: “Fuggite, salvatevi! Sono solo, so nulla dei miei: venderò cara la pelle!” così incitò i compagni.[15]

I partigiani in ritirata marciarono nella neve fino al torace verso  il Monte  Soglio,  dalla  parte  di  Corio.

Dopo  quattro  ore di marcia, quando  furono sulla  cima  del  monte,  non sentirono più  sparare  la mitragliatrice di Papandrea e le  armi  di Grassa e Canella.[16]

I partigiani superstiti scesero a Piano Audi, dove pernottarono in alloggiamenti di fortuna, stalle e casupole di proprietà dei fratelli Balma.

Nel frattempo, esaurita l’ultima cartuccia, completamente accerchiati, i diciotto partigiani al comando di Bartolomeo Grassa vennero catturati.

Saverio Papandrea aveva spostato la sua mitragliatrice in posizione più favorevole, e aveva aperto larghi vuoti nelle file nemiche; consumata fino all’ultima munizione venne sopraffatto e gravemente ferito: anziché arrendersi, si lanciò in un sottostante burrone, avvinghiato alla sua mitragliatrice. I tedeschi gli furono addosso e lo percossero selvaggiamente al capo con uno sgabello da stalla, fracassandogli la testa e lasciandolo sul posto, rabbiosi per come un uomo solo avesse causato loro così tante perdite.[17]

Verso le 17 la battaglia si concluse  e i 18 prigionieri  superstiti vennero portati nelle cantine della Casa Littoria dove furono picchiati e torturati.

Nella sera e nella notte, i partigiani catturati vennero sottoposti a tortura da parte dei tedeschi, affinché rivelassero le informazioni di cui erano in possesso sui compagni. Nessuno di loro parlò. I civili tenuti in ostaggio erano rinchiusi in un altro locale della cantina della Casa del Fascio dove venivano torturati i partigiani, e poterono udire tutto quanto succedeva, nonché parlare anche con i partigiani durante la mattinata del 9 dicembre, quando la sorveglianza si fu un poco allentata e le torture erano cessate, vista la loro inutilità.

Ecco la testimonianza di due di loro, Domenico Milano e Aldo Milano, di Forno.

Siamo stati presi in ostaggio dai Tedeschi, e rinchiusi nella cantina della Casa Littoria di Forno Canavese. Posso assicurare di aver visto giungere nella sera del 8 dicembre 1943 il Tenente Bartolomeo Grassa ed i suoi compagni fatti prigionieri. Siccome sia noi ostaggi che loro prigionieri abbiamo passato (nelle stesse cantine, ndr) tutta la notte ed il giorno 9, fino alle 3 pomeridiane, abbiamo potuto così vedere e sentire le torture sofferte da quei poveri martiri, dalla porta di comunicazione delle due cantine.

Il seviziatore, un tenente delle S.S. tedesca alto e quadrato, furibondo di trovare un ufficiale (il tenente Grassa, riconosciuto dal cinturone, ndr) gli tolse il cinturone e lampadina e con quello percosse tanto tanto ferocemente sulla testa e sul viso, da lasciarlo, il ten. Grassa, pesto e stordito.

In seguito, il seviziatore spesso scendeva e lo sbatteva a terra, e contro il muro, e lo feriva con ferri, e lo percuoteva sulla faccia, sì da rompergli i denti o lo torturava in altri modi.

Non ricordo di aver sentito il povero Tenente dire altro che chiedere pietà per i giovani suoi soldati, e invocare i suoi bambini che non avrebbe rivisto più; mai ho sentito una parola di rabbia, di odio, e di rivolta, benché fosse torturato più di tutti.

Verso le tre del giorno 9-12-43 ci fecero uscire tutti da Casa Littoria e venimmo condotti al Municipio dove io, e mio fratello, siamo stati caricati sul camion e portati alle carceri di Torino, di dove venimmo liberati il sabato 11 dicembre 1943.

 Altre testimonianze affermano come la frequenza di tortura – che tutti i diciotto prigionieri subivano – andava da una volta ogni due ore fino ad una volta ogni ora o più – con metodica ferocia – per coloro che i tedeschi ritenevano essere “i capi banda” (Grassa e Canella).

Alle fasi finali della Battaglia partecipò anche il Comandante Giovanni Burlando. Ecco la sua testimonianza: “Il giorno dell’attacco ero  partito con  la  corriera da  Levone, diretto  a Torino,   per   ritirare delle  armi   che   Franco, un  partigiano della Barca,  era riuscito a rastrellare. Sulla  strada del  ritorno, e precisamente a Ciriè, ebbi notizia dell’attacco  tedesco alla  formazione di Forno, l’unica della  zona  che avesse   dato  allora segni di organizzazione d’un certo livello.

Sceso  alla   fermata di  Rocca,  proseguii a  piedi per   Levone, e di  qui, non  appena  messe al sicuro le  armi  che  avevo trasportato  da Torino, partii per  la  Cappella della Madonna della  Neve. Poco  prima di  giungere al colle, venni  fatto segno  a colpi di arma  da fuoco : scesi, allora, su Piano  Audi  dove trovai qualcuno dei  partecipanti  alla   batta glia.   Altri  stavano giungendo. Si provvide a trovare per  qualcuno un  posto  per  rifocillarli,  mentre altri si diressero verso la  valle di  Lanzo.” (op.cit. Nota 3)

Qui di seguito le testimonianze di abitanti di Forno Canavese relative all’otto dicembre (op. cit. Nota 3):

La mattina dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, mi trovavo in chiesta per le funzioni, quando sentii crepitare armi da fuoco. Molti, per la gran paura, si confessarono

(don Felice Bergera)

…Quell’otto dicembre, giorno di  festa,  era  una  giornata  serena,  piena  di sole,  ma la gente stava rinchiusa nelle  case .  senza farsi  vedere,  così  che in paese  circolavano  solo  i soldati tedeschi.

Al mattino  presto  prelevarono qualcuno  dalla  nostra  cantina,  altri  dalle cantine  vicine  per  farli  andare  con  loro  su  in  montagna  per  aiutarli a portare  le munizioni…

(Paolo  Data-Blin)

I tedeschi  arrivarono ai Milani, dove  abitavo, la  mattina del  giorno  8. Ce n’era  un’infinità. Su mio  fratello, che  era  andato  a dar  da mangiar e alle bestie,  piovvero improvvisamente  delle   raffiche.

Avevo  allora  11 anni.  Uno  di  loro  mi  chiese in  italiano dove  fossero i ribelli: una mano  al collo  e la  pistola puntata alla  tempia, mi  alzò  su. Poi mi  lasciò  ricadere, un  attimo prima  che  io  perdessi i sensi. Ci radunarono  in un cortile, dove ci  costrinsero a rimanere fino  a sera. Loro  proseguirono verso  i Boiri…

(Franco   Milano)

Verso le dieci vennero a prelevarmi insieme a diversi altri uomini, specialmente dalle cantine vicine. Ci portarono nella Piazza del Municipio, dove gli altri furono fatti salire su di un camion e partirono. Seppi, poi, che erano stati mandati a caricare farina dal panettiere dei Crosi.

lo  rimasi   solo,  e speravo  di  essere  liberato. Invece,  mi  fecero  andare davanti  a diversi ufficiali che  sì  trovavano su per  la   scalinata del  terrazzo: parlarono animatamente tra di loro,  poi mi  riaccompagnarono di nuovo  nella cantina  dove ero prima. Però  mi lasciarono solo,  e trasportarono altrove  tutti gli altri.

Ne seppi  poi il motivo: io  ero incaricato dal Municipio di andare a prelevare i generi  razionati per tutti i negozi  di Forno,  quindi, per  la necessità di viaggiare continuamente, ero  fornito, come  il Segretario Comunale e il Commissario Prefettizìo, di un  lasciapassare tedesco. Così  lo  stesso  Commissario andò  da mia  moglie, e le  promise che  avrebbe fatto di tutto per farmi  rilasciare.

Quello  stratagemma  non servì  a nulla: il comando tedesco affermò che potevo  benissimo  essere   sostituito  da  un  altro. Allora si  cercò   un’altra maniera:  i tedeschi avevano  paura  della   malattie infettive  e,  siccome il mio  bambino, un po ‘ di tempo  prima  era  stato colpito da una  forma leggera di difterite, il Commissario fece  sapere  ai Tedeschi di  quella malattia. Ma invece  di  darmi  la libertà,  mi  isolarono…

(Paolo  Data-Blin)

…Verso mezzogiorno portarono nel  cortile due  donne  e un uomo, forse un ebreo,  che  furono  picchiati e schiaffeggiati  in nostra presenza. Non  so che fine  abbiano  poi  fatto,  perché  non  li abbiamo più  visti. Verso  le  ore  20, mentre  i tedeschi si  preparavano a tornare a Forno,  sentii dire: “Il ferito portatelo qua “· Poi  sentii un  colpo…

(Franco Milano)

…Verso  sera,  da una finestra della Canonica, vidi  passare il triste corteo  dei  partigiani catturati,  e  Don   Felice che  trainava il mortaio…

(Don  Felice Bergera)

…Più tardi, abbiamo visto arrivare, vigilati  dai  tedeschi, diciotto prigionieri partigiani. Li rinchiusero, anche loro, nelle cantine vicine. Abbiamo capito poi che li maltrattavano, perché  ogni   tanto   sentivamo  lamenti  e grida.

Nella cantina dov’ero io, la sorveglianza  era  un  po’ allentata  e nel  pomeriggio la sentinella armata era  stata  messa solo   all ‘entrata della  scala delle cantine. Difatti, verso le  16 ,  ebbi  la  visita del  Ragionier Michele Milano e, mentre eravamo soli, vediamo uscire furtivamente  alcuni  partigiani.

Erano  tristi e malconci, e  sapendo la  fine  che  dovevano fare,  ci pregarono di far sapere alle   famiglie  loro notizie. Qualcuno ci  diede  quello   che  possedeva, perché   lo  facessimo   recapitare ai  loro   cari.

Verso   le  16,30 mi  vennero a dire che  ero  libero, così,  finalmente,  mi diressi verso casa,  contento, ma  nello  stesso tempo addolorato per  quelli che  lasciavo  ancora  dietro di  me  e  che  non  si  sapeva   dove  li avrebbero portati. Perchè  noi  eravamo convinti che  li volessero portar via  da Forno.

Mia  moglie  era  sulla porta di  casa,  e, quando  mi  vide  in lontananza, mi venne  incontro piangendo di  contentezza, perchè,  proprio  un  momento prima,  le  avevano detto  che  stavano portandomi via  insieme con  altri…

(Paolo  Data-Blin)

9  dicembre 1943: l’eccidio.

Nel pomeriggio del 9 dicembre, gli operai vennero fatti uscire dalle fabbriche e incolonnati verso il cortile di quella che era, allora, la casa del fascio ed è oggi, sede del distretto sanitario e di alcune altre associazioni: dovevano assistere, come monito, alla punizione dei ribelli, insieme ai civili del paese tenuti come ostaggi. Verso le quindici, in due gruppi di nove, i partigiani vennero fatti passare per il ristretto cancelletto che si apriva sul lato destro della casa del fascio e allineati davanti al plotone di esecuzione, cui volgevano le spalle, dato che dovevano essere fucilati alla schiena.

Dopo che i tedeschi ebbero letto la sentenza, Bartolomeo Grassa chiese a nome di tutti i condannati i conforti religiosi, che vennero negati dai tedeschi. Allora Grassa, prendendo nuovamente la parola, disse: “Ragazzi, ci negano il Sacerdote; prepariamoci da noi a morire”.[18]

Poco  prima  che  risuonassero gli spari che  dovevano troncare la  vita a lui ed ai suoi compagni,  il tenente Grassa  si  voltò, faccia a faccia con  i suoi  assassini, e gridò: “Adesso ci  fucilate come   ribelli, ma  un  giorno l’Italia  saprà   chi  sono  i ribelli! “· Il piombo tedesco mise   fine  al suo  dire  coraggioso.

Poi, davanti  ai primi nove  caduti, vennero allineati gli altri  e il massacro si  compì.

Verso sera i diciotto corpi vennero caricati su di un carro e portati al cimitero dove furono seppelliti in una fossa comune: i primi dieci sotto e, negli interstizi, gli altri otto composti in senso contrario.

Sul luogo dell’eccidio una lapide ed un monumentino ricordano i nomi conosciuti dei fucilati: Bottini Sergio, Canella Francesco, Cerisio Tommaso, Della Torre Ermanno, Di Nardi, Donald Russel, Grassa Bartolomeo, Marino Nicolò, Milano Leopoldo, Morandini Camillo, Obert Domenico, Tasic Timeus, Toro Mario, Crectoria Piero ed un altro jugoslavo il cui nome è ignoto.

Erano caduti in combattimento, il giorno 7, Marietti Pietro, Monzani Luciano, e Vironda Gambin Francesco; il giorno 8, Appino Antonio, Saverio Papandrea, e due partigiani jugoslavi di cui non si conoscono i nomi.

Per onorare la memoria di questi caduti, tutti gli anni si svolge, l’8 dicembre, una manifestazione celebrativa a cura dell’ANPI di Forno Canavese e del Comune di Forno.

Il giorno nove dicembre è quindi la giornata dell’eccidio. Lasciamo parlare gli abitanti di Forno Canavese, ed un partigiano superstite (op.cit., Nota 3):

…Al mattino  dopo  ce  ne  andammo ognuno a casa  nostra col  proposito di ritrovarci  per  ricostituire il gruppo . Purtroppo , mentre  eravamo ancora sulla  costa  del  Bandito, nel   ritorno, sentimmo  crepitare  armi   da  fuoco  e venimmo  a sapere  che  i nostri compagni  catturati in combattimento,  dopo essere  stati  seviziati. erano   stati fucilati.

(Alfredo  Tomasi, partigiano)

…La mattina del  giorno il Commissario Amoroso mi  fece  chiamare e mi  disse  che  dovevo seppellire  tre   morti. Andai   a  prelevare le  casse   e quindi, sotto il controllo dei  tedeschi, a prendere gli uccisi. Uno  era  fornese, Pietro  Marietti; l’altro era  il panettiere di  Borgiallo; il terzo, Luciano Monzani, era un partigiano che era stato  ucciso sul ponticello in prossimità del Cimitero. Era rimasto lì, forse, per  far  saltare il ponte  e interrompere, così, la marcia   della  colonna tedesca.

Con  l’aiuto  di  altri paesani, cominciai a  sistemare nelle bare  i corpi degli uccisi, ma, poiché avevamo difficoltà  a comporre un braccio del partigiano  ucciso nei pressi del Cimitero – quel braccio era rovesciato in alto, ormai irrigidito e duro – un tedesco ci ordinò imperiosamente di scansarci. Cominciò, senza  pietà, a dare  calci  su  quel  braccio,  e non  smise  neanche quando ormai  era  entrato completamente nella cassa  sotto i colpi  impietosi del  suo  tallone chiodato…

(Giovanni Domenico Ricca)

…Lavoravo,  in  quell’epoca, presso le  officine  Data. Ricordo che,  quel tragico  9 dicembre 1943,  un  dirigente dell’officina venne a distaccare  l’interruttore generale della  meccanica. Nel silenzio subitaneo della fabbrica, ci disse  che, prima  di  partire, i tedeschi volevano parlare alla  popolazione e,  in  particolare, agli  operai.

Sapevamo  che  il giorno   prima   si   era  svolto  un combattimento  sul monte Solio,  ma non  immaginavamo assolutamente che cosa  la tedesca  preludesse. Seppi,  dopo,  che  anche  gli  operai  della Facem  erano stati fatti uscire dall’officina richiesta e che anche  a loro era stata detta  la medesima cosa. Fummo  avviati  verso  quella  che, allora  si  chiamava Casa  del  fascio, e allineati a ridosso del muro della  costruzione. Eravamo,  forse, 150 persone.

(Michele Grosso)

…Al pomeriggio venne  a casa mia  il Signor  Boggia,  allora  Segretario Comunale, che mi pregò  di andare anch’io con  lui  perchè il comando  tedesco, prima  di partire, voleva  farci  un  discorso.

   All’entrata del  cortile della  Scuola  Media, i soldati tedeschi ci  attorniarono,  così  che  era  impossibile  scappare. Passando  davanti   al balcone, dove credevamo  che  si sarebbe  presentato a parlare  qualche ufficiale,  abbiamo tentato  di fermarci, ma i soldati ci  spinsero dietro la casa, dove  già si trovavano  nove  partigiani per  essere   fucilati.

  Quando ce ne siamo  accorti, ci siamo  guardati e il Segretario mi mormorò: “A  che cosa dobbiamo assistere! “·Ci fecero allineare in prima  fila e poiché  abbassavamo la testa per non vedere  quel brutto quadro   vennero dei soldati  e  battendoci col calcio del fucile sotto il mento,  ci obbligarono a guardare.

(Paolo Data-Blin)

…Vedemmo arrivare i prigionieri. Vedendoli  sfilare,  ebbi   il presentimento  di quanto  stava   per  succedere e  dissi a  mio  padre: “Li fucileranno e noi  dovremo assistere come  ostaggi!”. Mio padre  non  trovò parole  per rispondermi;  ci   sembrava   impossibile  che  dovesse  avvenire  una  simile carneficina.

  I  prigionieri  vennero fatti passare tra  noi  ed  i camion militari dei  tedeschi: riconobbi tra  di  essi, benchè irriconoscibile  al  suo  stesso cognato, presente fra  di noi,  il  Domenico Obert. Erano  sfigurati per  le  percosse subite ;  ad alcuni gli erano  stati strappati  i denti.

In due  gruppi  di  nove,  i partigiani furono fatti passare per  un ristretto cancelletto, che  si apriva sul  lato  destro della Casa  del  fascio,  e allineati davanti  al  plotone  di  esecuzione, composto  da  una  trentina di  uomini. I condannati gli  volgevano le spalle, dovendo essere fucilati alla  schiena, ma, poco  prima  che  risuonassero i lugubri spari che  dovevano troncargli la  vita,  il tenente Grassa  si  voltò, faccia a faccia con  i suoi  assassini, e gridò: “Adesso ci  fucilate come   ribelli, ma  un  giorno l’Italia  saprà   chi  sono  i ribelli! “· Il piombo tedesco mise   fine  al suo  dire  coraggioso.

Poi, davanti  ai primi novcaduti, vennero allineati gli altri  e il feroce massacro si  compì.

Nessuno di noi  era  preparato ad assistere a fatti così  cruenti. Mi  disse mio  padre: “Com’é  possibile che  gente  fatta  come  noi  possa  affrontare il plotone  d’esecuzione  senza   svenire?”.

Compiuta la sua  opera  infame, il plotone d’esecuzione si mosse  e venne  a fermarsi davanti agli  operai. Venne  avanti  un  ufficiale tedesco e, mediante   l’interprete e  il commissario  prefettizio Mario  Amoroso, ci  disse: “Così i tedeschi puniscono i ribelli e così  faremo a quanti  li aiutano! Seppelliteli, ora,  in  una  fossa  comune “·

(Michele Grosso)

…Poi gli  ufficiali  tedeschi ci  fecero un  discorso, però  la  mia  mente, come  penso  quella   degli  altri presenti, era  altrove. Finito questo, si  decisero  a partire, però  nessuno osava  avvicinarsi  ai  fucilati perchè si  aveva paura  che  i tedeschi ritornassero indietro. Tornando  a casa,  le  gambe  non ci  reggevano  più. Il Signor   Boggia  era  completamente sfinito…

(Paolo  Data-Blin)

…Il 9 i tedeschi radunarono nella   Cooperativa Vignetti  le  popolazioni delle  frazioni vicine e  distribuirono i viveri che  c’erano in  magazzino  per evitare che  li prendessero i ribelli … Presi  anch’io della   farina, che  poi restituii, come  tutti gli  altri, alla  cooperativa. Nel pomeriggio io  e mia  madre,  preoccupate per  la sorte di mio  fratello, scendemmo a Forno . La  colonna tedesca stava  ripartendo, portando con sé  i propri morti.

Alla  casa del  Popolo.  piangendo, cercammo  fra  i corpi ancora  caldi, irriconoscibili,  pieni di sangue  – meglio che non  mi venga  in mente, perché non dormo  neanche  più,  stanotte – ma  riuscimmo a stabilire che  mio  fratello  non c’era.

(Sandrina Opinaitre)

…Verso  sera, quando stavo  per  terminare di seppellire i primi tre, vennero  a dirmi   che  bisognava   preparare una  fossa  che   potesse  contener e altri  18  morti,  fucilati nei  pressi dell’allora  Casa  del  fascio. Ero stanco e protestai vivamente ; mi convinsi, ed  accettai, allorquando venne  a chiedermelo il Dottor Crotti.

Occorreva  un  carro  per  trasportarli al  cimitero; i Marietti, che  ce  lo fornirono, già  allora  avevano carri  a cavalli  adibiti ai  trasporti. Ne  caricai, con l’aiuto  di  altri,  nove  per  volta…

(Giovanni Domenico  Ricca)

…Nella notte  non potevo  dormire. Era una notte limpida, piena  di stelle, e la luna rischiarava come fosse  di giorno. Ad un tratto sento  un  carro  che stava salendo lungo  la  strada.  lo  e mia  moglie  guardammo attraverso  le persiane. Il quadro che  si presentava davanti  ai nostri occhi  non  si può  descrivere; un carro pieno di corpi umani, inerti, braccia e gambe penzoloni, giovani che poche ore prima avevo visto nel fiore della loro giovinezza; ora di loro non rimaneva più che un mucchio di cadaveri sanguinolenti. Il carro si diresse verso il Camposanto, dove vennero seppelliti in una fossa comune (unico permesso ottenuto dai tedeschi)…

(Paolo Data-Blin)

Al cimitero preparammo una fossa  comune, così   come   i tedeschi avevano ordinato. Componemmo i primi dieci  corpi  l’uno  accanto  all’altro, e vi buttammo sopra della calce come disinfettante. Fra l’uno e l’altro, negli spazi lasciati, componemmo  poi  i corpi degli  altri otto, con  la testa  disposta al contrario ai primi

(Giovanni Domenico Ricca)

…Non ho assistito alla  fucilazione di quei  ragazzi:  ma  alle  ore  23 del 9, mi recai con il priore, Don Pol, al Cimitero dove, trasportate con un carro scoperto,  erano  state   scaricate  le  salme.

Vennero sepolte  in  una fossa  comune, una  sull’altra. Impartii la benedizione e pregai  per  loro.

Era una sera fredda  e con una magnifica luna  piena:  l’emozione di quei giorni  non la dimenticherò più  per  tutta la vita.

(Don Felice  Bergera)

…Lavorammo  al chiaro  di luna  fin quasi alle  tre  della  notte. Alla  fine sembravamo  dei  macellai, tanto   eravamo   sporchi di   sangue.

Nei giorni  seguenti  fui  incaricato di andare  in montagna  alla  ricerca di eventuali  cadaveri.  Ne  trovai   altri   quattro. Il  primo di  essi  era  quello   di Papandrea: era semiseppellito fra bossoli esplosi, proiettili, bombe inesplose. Aveva  addosso  la mitragliatrice spezzata.  La testa   fracassata. Gli  era accanto uno sgabello  da stalla, pieno  di  sangue  raggrumato, con  il quale, evidentemente, era stato  finito, dopo essere  stato  gravemente ferito. Non osai toccarlo,  temendo  lo  scoppio  di  qualche  bomba,  per  cui  mi  limitai a portare  addosso a lui  il corpo  di un altro  partigiano ucciso nelle vicinanze e coprii  ambedue con un po’ di terra.

Passarono circa  due mesi prima  che, con  l’aiuto di amici  pratici di armi, potessimo  prenderli e dar loro  sepoltura nel Cimitero di Forno. Le altre salme erano,  rispettivamente, quella  di  un Serbo  e  quella   di  Antonio  Appino, di Favria.

(Giovanni Domenico Ricca)

…Non  posso  dimenticare  la  commozione  e  lo  sdegno  per quello  che sono stato  costretto a  vedere  e per  la  fucilazione di  quei  poveretti  che hanno dovuto pagare  con la loro  vita.

Questo  fatto  l’ho  vissuto realmente, e mi auguro che non si abbia mai più a ripetere  qui nel nostro  Paese né in nessun altra parte  del mondo.

(Paolo Data-Blin)

Epilogo

L’autore crede che il miglior epilogo sia lasciare – sola – la parola al Comandante Giovanni Burlando:

“…Nei giorni  che  seguirono procedemmo , con  altri,  alla  ricostituzione della formazione,  alla quale  aderì un gruppo di  uomini, guidato da Giuseppe Mantovani  e da Mauro  Frisari. In  seguito, e precisamente  il 27 dicembre 1943, ci trasferimmo a Chiaves.  La lotta  partigiana continuava…”


Ringraziamenti

 Un lavoro di ricostruzione come quello qui intrapreso non può essere fatto da un solo autore senza l’aiuto prezioso di molte persone.

Il primo ringraziamento va a mia moglie, Elena Grassa, nipote paterna diretta di Bartolomeo Grassa, “il nonno delle stelle” che la guardava da una foto del comò dei genitori nella sua casa di bambina. Lei, con la madre, Luciana Nata (ved. Grassa) mi hanno messo a disposizione materiale di famiglia e riservato con grande fiducia, che spero sia stata ben riposta. Due sorelle di Bartolomeo, Margherita e Pierina Grassa, sono scomparse da tempo, ma hanno lasciato una dovizia di documentazione senza la quale questa ricostruzione non sarebbe stata possibile. Grazie a tutta la famiglia Grassa per il supporto.

Un ringraziamento analogo va alla famiglia di Saverio Papandrea: Ferdinando, Maria e Domenico Papandrea mi hanno messo a disposizione documenti preziosi.

Un grazie all’ANPI di Forno Canavese, sia per la pubblicistica e il materiale in rete, sia per l’apprezzamento della Presidente, Giovanna Moretto, oltre che per il costante ricordo degli eroi del Soglio che si tiene ogni 8 dicembre. Grazie anche al Comune di Forno Canavese e al Comune di Rivara Canavese. Grazie alla mia sezione, l’ANPI “Dante di Nanni” di Torino, che ha gentilmente pubblicato in rete questo sforzo ricostruttivo.

Questa piccola storia non è finita con questo articolo uscito per il 70° della Battaglia: la documentazione raccolta è straordinariamente ampia e interessante. Merita una veste più ampia. Arrivederci a presto, dunque.

Caduti decorati con medaglia d’oro e d’argento al valor militare

 

Saverio Papandrea

Nato a Vibo Valentia (Catanzaro) il 7 novembre 1920, morto a Forno Canavese (Torino) il 8 dicembre 1943, studente-lavoratore, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Croce al Merito di Guerra.

Nativo di Vibo Valentia, si iscrisse giovanissimo alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli. Nonostante le condizioni della sua famiglia fossero, per i tempi, relativamente agiate, scelse di lavorare nel contempo come impiegato nell’amministrazione comunale dell’Università di Napoli, per mantenersi agli studi. Ma l’impiego ed il suo corso di studi, ormai giunti al 4° anno e in vista quindi della laurea, furono interrotti dalla chiamata alle armi nel 1943: il giovane venne ammesso a frequentare i corsi della Scuola allievi ufficiali di Spoleto. Qui si trovava al momento dell’armistizio. Essendo difficile le condizioni di un ritorno in Calabria, con l’Italia spaccata in due dalla guerra, scelse coraggiosamente di unirsi alla lotta partigiana, e a questo scopo raggiunse in Piemonte le prime formazioni partigiane, aggregandosi nel Canavese al Gruppo “Monte Soglio” che contava nelle sue file molti ex combattenti. Di carattere allegro e gioviale, era molto popolare fra i compagni (ebbe nome di battaglia “l’avvocatino”) ed ancor più lo divenne dopo il suo eroico sacrificio, vicenda che lo rende tuttora una delle figure più note del partigianato piemontese. Cadde a Forno Canavese, durante un massiccio rastrellamento che per tre giorni investì la zona. La MOVM è stata decretata alla memoria di Papandrea con questa motivazione: “Partigiano fin dall’inizio della lotta di Liberazione, durante un violento attacco nemico protrattosi per più giorni, visto il suo battaglione accerchiato da soverchianti forze naziste, conscio del pericolo cui andava incontro, si offriva di proteggerne il ripiegamento. Spostata la sua mitragliatrice in posizione più favorevole, apriva larghi vuoti nelle file nemiche, consumava fino all’ultima cartuccia e, sopraffatto, anziché arrendersi, si lanciava in un sottostante burrone, avvinghiato in un supremo abbraccio alla sua arma indivisibile. Fulgida figura di combattente eroico, il cui sacrificio ha salvato la vita a numerosi compagni“. A Saverio Papandrea l’Università di Napoli, nel maggio del 1946, ha conferito la laurea “ad honorem” in Giurisprudenza. Al nome del giovane partigiano sono state intitolate strade a Catanzaro e a Forno Canavese. La 18° Brigata Garibaldi operante in Val di Lanzo e Canavese prese nel 1944 il nome “Saverio Papandrea” in suo onore. A Saverio Papandrea è stata concessa dall’Esercito Italiano, nel 1952, la Croce al Merito di Guerra.

Bartolomeo Grassa 

Nato a Rivara (Torino) il 3 gennaio 1897, fucilato dai tedeschi a Forno Canavese (TO) il 9 dicembre 1943, ebanista, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Frequentata la Scuola tecnica industriale di Torino, Grassa divenne un esperto ebanista tanto che (dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale), su invito di un istituto salesiano, si trasferì a Macao. Il rifiuto di prendere la tessera del Partito Fascista gli consigliò l’espatrio e ne ostacolò la carriera militare. A Macao organizzò un laboratorio di ebanisteria, nel quale insegnò per alcuni anni. Richiamato alle armi allo scoppio della Seconda guerra mondiale, prestò servizio come tenente (venne promosso Capitano post-mortem nel 1948 con decorrenza dal 1941) nel Reggimento cavalleggeri “Palermo”. All’annuncio dell’armistizio, Grassa, che si trovava a casa in convalescenza, non esitò a unirsi al movimento della Resistenza. Raggiunto Monte Soglio, nel Canavese, vi organizzò la formazione “Boldi”, aggregata al Gruppo “Monte Soglio”. Fu fucilato dopo uno scontro con i nazifascisti, come ricorda la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare nella quale è scritto: “Cinquantenne, ufficiale di complemento con quattro figli, subito dopo l’ 8 settembre 1943 si arruolava nelle file partigiane per combattere i tedeschi, spinto da insopprimibile amore per l’ Italia e la libertà. Comandante di una formazione partigiana, fin dai primi scontri dava prove di coraggio non comune e di superbo sprezzo del pericolo. Divenuto il suo nome bandiera, fu ricercato con particolare accanimento dal nemico che temeva il vecchio soldato, esperto guerriero. In un attacco sferrato dai nazifascisti con preponderanza di forze e di mezzi, alla testa dei suoi uomini ne conteneva l’urto e ne contrastava l’avanzata finché, dopo molte ore di strenua e valorosa resistenza, vista vana ogni ulteriore difesa, ordinava al suo reparto di ripiegare e con pochi audaci rimaneva sul posto per coprire col fuoco la ritirata dei compagni. Esaurita l’ultima cartuccia, veniva catturato. Non valsero le disumane torture né il ricordo dei suoi quattro figlioletti a fargli infrangere lo stoico silenzio. I tedeschi, impotenti a piegarlo alla loro volontà, lo condannavano alla fucilazione riconoscendolo: «Accanito difensore e audace animatore di ribelli». Agli esecutori dell’infame sentenza gridava fieramente in faccia che il suo sacrificio era propiziatore di vittoria e cadeva sotto una raffica di piombo nemico. Mirabile esempio di amor patrio e di quella volontà di sacrificio che trasumana in eroi“. Nel “borgo antico” del suo paese natale, Rivara Canavese, a Bartolomeo Grassa è stata intitolata la via centrale.

Francesco Canella

CANELLA FRANCESCO fu Emilio  e di Novara Maria,  da Torino, classe 1922, sergente allievo  ufficiale, partigiano combattente, medaglia d’argento al valor militare alla memoria

Nipote di Bartolomeo Grassa, allievo ufficiale, si unì presto – nel Canavese – alla formazione partigiana “Boldi”, aggregata al Gruppo “Monte Soglio”. Durante le giornate dell’attacco tedesco del 7-8 settembre 1943 ebbe la possibilità, invitato dallo zio, di sganciarsi ed aver salva la vita, ma scelse coraggiosamente di restare con Bartolomeo Grassa e una piccola retroguardia che resistendo permise al grosso della “Monte Soglio” di sfuggire all’accerchiamento delle truppe tedesche. Catturato con le armi in pugno, venne torturato e infine fucilato il 9 dicembre 1943. Medaglia d’argento al Valor Militare alla memoria: “Fin dall’inizio  partecipava  attivamente  alla lotta di liberazione segnalandosi continuamente per senso del dovere, spirito di sacrificio, slancio  ed ardimento notevoli. Durante un duro combattimento, accortosi che un gruppo di volontari,  che era rimasto in postazione per proteggere la  ritirata del grosso del reparto,  stava  per  essere  circondato, di sua iniziativa  e sotto violento  fuoco  avversario accorreva  sul  posto,  appena  in tempo  per  dare man forte  all’ultimo superstite. Catturato  con l’arma in pugno dopo strenua resistenza e sottoposto  a sevizie  inaudite  veniva  condannato alla fucilazione. Agli  aguzzini tedeschi  che  gli  chiedevano  perché,  anziché  salvarsi  dando utili  informazioni,  preferiva morire, rispondeva  fieramente: “Perché sono un soldato d’Italia, non un traditore”. Magnifica figura  di partigiano e  di combattente.”


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Figura 1 – Cartina della zona del Monte Soglio

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Figura 2a – La medaglia d’oro Saverio Papandrea

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Figura 2b – Saverio Papandrea (soldato a dx, con marmitta in spalla e mestolo in mano)


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Figura 3a – Diploma di medaglia d’oro di Bartolomeo Grassa

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Figura 3b – Diploma di Medaglia d’Oro di Saverio Papandrea

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Figura 4 – La medaglia d’argento Francesco Canella

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Figura 5 – Testimonianza sull’eccidio del 8-9 dicembre: Giacomo Marietti.

Dichiarazione 1


Figura 6 – Testimonianza sull’eccidio del 8-9 dicembre: Maria e Luigia Bertoldo


Dichiarazione 2

Figura 7a – Ruolino partigiano del Comandante Grassa, 1954.

Comandante Grassa


Figura 7b – Diploma e Croce al Merito di Guerra di Saverio Papandrea, 1952.

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Figura 7c – Laurea “Honoris Causa” in Legge di Saverio Papandrea, “L’Avvocatino”, 1946.

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Figura 8 – Nicola Alfonso Prospero, comandante del gruppo “Monte Soglio”, qui ritratto in una foto del 1944 al Piano d’Audi.

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Figura 9 – I due caduti partigiani, Carlo Monzani e Luciano Monzani

Monzani


Figura 10 – Testimonianza delle torture del 8-9 dicembre, Domenico e Aldo Milani

Uccisione Testimonianza Milano

Figura 11 – Il Comandante Bartolomeo Grassa

Bartolomeo Grassa Divisa

Figura 12 – I caduti nella battaglia di Monte Soglio (op. cit. Nota 3)

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Figura 13 – Il Monumento ai caduti a Forno Canavese

Monumentino Forno


Figura 14 – La Cappella ai “Milani” dove il gruppo “Monte Soglio” nascose le armi

Cappelli Milani

Figura 15 – La ex Casa Littoria davanti alla quale avvenne l’eccidio a Forno Canavese il 9.12.43.

Casa del Fascio Forno Canavese

Figura 16: il primo numero di “Quelli del Soglio”, giornale della 18° Brigata Garibaldi “Saverio Papandrea”, Anno I n. 1 (luglio 1944), con sovrapposto l’articolo “Gli indimenticati eroi del Monte Soglio”, uscito sul “Sempre Avanti” del 7 dicembre 1945.

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Figura 17 – “Gli indimenticati eroi del Monte Soglio”, “Sempre Avanti” del 7 dicembre 1945.

Gli eroi del Soglio


Figura 18 – Gazzetta del Popolo, articolo del 12.12. 1943: “Ultimamente 18 banditi trovati con le armi in pugno sono stati giustiziati sul posto”. L’articolo senza firma è da attribuirsi al Direttore, Ather Capelli.

Gazzetta del Popolo 12.12.43


Figura 19 – “Torturati e assassinati”, Sempre Avanti, 8 dicembre 1945.

Torturati e assassinati

Figura 20 – Targa al Comune di Forno Canavese, 1943-1973.

Targa Forno 2


[1] Documentazione raccolta da Piero Berta, figlio del partigiano Comandante Vittorio Berta delle Brigate Garibaldi. Vedi sito: La Guerra Civile nelle valli di Lanzo e del Canavese http://www.bertapiero.it/garibaldi/garibaldi.htm

[2]Attilio Bersante Bergey, “Comandante Claudio Ferrero”, Ispettore di Sanità delle Divisioni Garibaldi, Valli di Lanzo, cita nel suo articolo : “Il servizio sanitario partigiano in Piemonte (1943 – 1945)”, apparso su “Minerva Medica”, vol. 61, 1970: “Venni subito messo a disposizione del maggiore Pezzetti e da lui incaricato di assistere, nella fase organizzativa, il Comandante Nicola Prospero che a Cimapiasole (frazione di Forno Canavese) aveva stabilito il Comando del Battaglione Autonomo Monte Soglio, divenuto poi il Battaglione Carlo Monzani.”

[3]Testimonianza di Giovanni Burlando “Primula Rossa”, Comandante della 80° Brigata Garibaldi, nel volume “Trentesimo anniversario della Battaglia del Monte Solio”, Edito dal Comune di Forno Canavese, 1973. Giovanni Burlando faceva parte della squadra comando con incarichi di collegamento.

[4] Dopo i tragici fatti dell’Aprile 1944, la morte di Nicola Prospero ed i rastrellamenti che durarono tutto il mese, solo il distaccamento di Forno si mantenne compatto e si spostò attraverso Cuorgnè, prima a Chiesanuova, dove fu attaccato, poi a Sale, dove subì altri scontri, ed infine sul Monte Quinzeina. Il distaccamento era diviso in due plotoni uno al comando di Piero Maggi (Maggi), l’altro di Claudio Borello (Moro). A Maggio si costituirono le Brigate Garibaldi, dal distaccamento “Moro” naque la 18′ Brigata che tornò a presidiare Forno, e prese il nome del caduto partigiano dell’otto dicembre, “Saverio Papandrea”, dal distaccamento “Maggi” la 47′ Brigata “C. Monzani”.

Rif: http://www.bertapiero.it/garibaldi/Le%20formazioni/18%20e%2047%20Brigata/Storia%2047%20brigata.htm

[5]Istituto Piemontese Per La Storia Della Resistenza E Della Società Contemporanea ‘Giorgio Agosti’, via Del Carmine 13, Torino. http://intranet.istoreto.it/partigianato/ricerca.asp.

[6]Vedi: Le formazioni Garibaldine nella II Zona Canavese e Valli di Lanzo: http://www.bertapiero.it/garibaldi/le%20formazioni.htm

[7]Testimonianza scritta di Margherita Grassa, sorella del Comandante Bartolomeo Grassa, fascicolo originale dattiloscritto, tra il 16 dicembre 1943 e il maggio 1945.

[8] Il 25 novembre 1943, durante un rastrellamento a Corio, cade il partigiano Domenico Vallero di San Maurizio Canavese, di anni 18 e qualche giorno dopo Riccardo Vivarelli di anni 24 ex ufficiale dell’esercito.

[9]97 uomini, secondo gli appunti del diario trovato dopo la morte di Nicola Alfonso. Al momento dell’attacco il gruppo possedeva soltanto 49 moschetti e 12 armi automatiche, di cui solo 9 erano efficienti. Op. cit. Nota 7.

[10]Testimonianza di Alfredo Tomasi, che prese parte all’azione (op.cit. Nota 3) e successivamente fece parte delle Formazioni GL “Val di Lanzo”.

[11]Testimonianza del Comandante partigiano Giovanni Burlando (op.cit. Nota 3)

[12]La notizia della presenza di militi fascisti è da verificare. Molte testimonianze successive parlano soltanto di soldati tedeschi; le milizie della R.S.I. erano ancora poco organizzate nel dicembre 1943 e in generale la prima ondata di rastrellamenti fu opera dell’esercito tedesco. Vi sono comunque testimonianze che parlano di milizie fasciste impegnate nelle perquisizioni nel paese di Forno il 7-8 dicembre: la versione più probabile dei fatti fu che esse non parteciparono ai fatti d’arme, ma si limitarono a collaborare all’azione di polizia e intimidazione contro la popolazione.

[13]Luciano Monzani, al mattino del martedì 6 dicembre, fu mandato a vigilare sul ponticello (vicino al Camposanto di Forno Canavese) per farlo saltare, tagliando la via al nemico. Essendosi attardata la macchina del Comandante, andato in perlustrazione, Monzani ritardò a compiere il sabotaggio, in attesa che ritornasse la macchina. Quando la macchina giunse, egli si apprestò all’azione, ma una moto-staffetta tedesca sopraggiunse e facendo fuoco uccise il partigiano. Dopo morto, i due tedeschi per sicurezza scesero e scaricarono i fucili mitragliatori sul Monzani già cadavere, poi come atto di sfregio gli tolsero le scarpe, gli scopersero il petto, e lo stesero sotto il getto d’acqua del ruscello, dove lo lasciarono per tre giorni. Alcuni paesani che provarono a ritirarlo a secco a riva, vennero minacciati dai tedeschi con le armi e dovettero lasciarlo lì fino all’otto dicembre, giovedì pomeriggio, quando ottennero il permesso di dargli sepoltura, insieme ad un compaesano fucilato (testimonianza di Margherita Grassa, nota 7).

[14]“…Alla sera del 7 avevamo saputo che i tedeschi venivano su con una colonna per attaccarci. Eravamo stati avvertiti dai membri del C.L.N., quindi quella notte prendemmo posizione, in istato di allarme, in postazioni predisposte dal tenente Miki (catturato, in seguito, a Torino e morto a Mauthausen- Gusen 2) in linea frontale vicino alla palazzina dei Boiri; sul lato verso Pratiglione vi era la postazione di mitragliatrici comandata dal tenente Grassa; a fianco di questi, vi era il tenente Canella (nipote del Grassa) e sul canalone che dava su Cimapiasole c’era la postazione dei Serbi, con partigiani armati…” (Testimonianza di Alfredo Tomasi, partigiano, op. cit. Nota 3).Negli annali partigiani – a conoscenza dell’autore – l’unico combattente che può corrispondere alla descrizione del “Tenente Miki” è Roberto Arduino, nome di battaglia “Miki”, che aderì poi alla 41° Brigata Garibaldi “Carlo Carli” operante in Val Susa, e catturato venne deportato a Mauthausen il 11.05.1944, dove però risulta sopravvissuto fino alla liberazione e oltre (8.6.1945; non risulta nell’elenco ufficiale dei morti a Mauthausen (V.Pappalettera, Tu Passerai per il camino, Mursia, Milano, 1967, e s.m.i.).

[15]Articolo “Gli indimenticati eroi del Monte Soglio”, Sempre Avanti!, 7 dicembre 1945.

[16] “…si erano rifiutati di seguirci nella ritirata per poter salvare noi dall’accerchiamento” (Testimonianza di Alfredo Tomasi, partigiano, op.cit. Nota 3, dalla quale è tratta buona parte della cronaca della battaglia).

[17]Come già riportato, la 18° Brigata Garibaldi prese nell’aprile 1944 il nome “Saverio Papandrea”; al giovane caduto venne riconosciuta la Medaglia d’Oro al Valor Militare, nonché la Croce al Merito di Guerra. Per quanto riguarda la stima delle perdite tedesche, comunque molto ingenti, la pubblicistica partigiana riporta diverse cifre, tutte ancora da sottoporre a verifica e confronto, dato che appare naturale una certa esagerazione. Il diario trovato addosso ad Alfonso Nicola, il comandante del Gruppo Soglio, dopo la sua morte nell’aprile 1944, riporta una stima praticamente esatta per le perdite partigiane (8 caduti e 18 fucilati), mentre parla per i tedeschi di 250 morti e 150 feriti. Altre stime parlano comunque di un paio di centinaia di perdite tedesche.

[18]Testimonianza del civile di Forno Canavese Giacomo Marietti, resa per iscritto a Margherita Grassa, sorella del tenente Grassa, op.cit. Nota 7.