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FranciaEuropa

La banlieue nei file WikiLeaks

Nei telegrammi dell’ambasciata americana a Parigi la banlieue è un soggetto ricorrente. Washington, difatti, da anni si interessa alle periferie francesi, in particolare dopo l’11 settembre 2001. Un interesse che è cresciuto da quando Obama è stato eletto presidente. Nei telegrammi diplomatici ci sono giudizi molto critici verso la politica francese e i media, che si disinteressano delle popolazioni che vivono in balieue. “La Francia bianca e cristiana non considera i compatrioti dalla pelle scura e musulmani come cittadini a pieno titolo” ha scritto l’ambasciatore statunitense nel 2005, al momento della rivolta delle banlieues. Allora, l’ambasciatore Usa parlava di “orribile realtà del fallimento persistente della Francia ad integrare la popolazione immigrata”. Visto con occhi americani, la scelta di voltare le spalle alle banlieue si traduce in una debolezza crescente per la Francia. “Riteniamo che se la Francia, sul lungo periodo, non riesce a migliorare le prospettive delle minoranze e ad offrire loro una vera rappresentanza politica, potrebbe indebolirsi, essere più divisa, incline alle crisi, ripiegata su se stessa e, di conseguenza, un alleato meno efficace”, ha scritto nel 2007 l’attuale ambasciatore, Charles Rivkin, che è molto vicino ad Obama.

Gli Usa hanno cominciato ad interessarsi alle banlieues francesi, soprattutto dopo l’11 settembre, con lo scopo di mettere a punto degli interventi per migliorare l’immagine dell’America e cercare di evitare il diffondersi di derive estremiste, potenzialmente pericolose. Gli Usa spendono intorno ai 3 milioni di dollari l’anno in Francia, per interventi nelle banlieues: si tratta di finanziamenti ad associazioni (come a Lione, ultimamente, a favore di Confluence, una struttura che si occupa del rispetto della diversità), di viaggi negli Usa per  giovani che abitano quartieri difficili, di programmi di scambio, di organizzazione di conferenze.  L’ambasciata ha, per esempio, invitato dei writers Usa a collaborare con dei giovani taggeurs francesi. La scommessa è che vale la pena di migliorare l’immagine degli Usa tra questi giovani, alcuni dei quali faranno parte dell’élite di domani. Ma l’ambasciata Usa non si fa troppe illusioni per i tempi presenti: “la Francia non ha tratto vantaggio dall’energia, dalle motivazioni e dalle idee delle sue minoranze”, scrive l’ambasciatore (anche se nota che qui i musulmani sono integrati meglio che altrove in Europa).  Anche la stampa è criticata: i media francesi “accordano pochi reportages a questi argomenti”. E la ragione, secondo l’ambasciata Usa, è che “i giornalisti francesi sono spesso sono spesso usciti dalle stesse scuole élitiste di molti responsabili di governo. Questi giornalisti spesso non considerano che il loro primo dovere sia di sorvegliare il potere in carica”.  

I dati dell’ultimo rapporto dell’Onzus (Osservatorio nazionale delle zone urbane sensibili) confermano l’analisi dell’ambasciata americana: il 43% dei giovani uomini e il 37% delle ragazze di banlieue sono disoccupati, cioè il doppio della media nazionale, mentre la situazione nelle periferie è sempre più tesa e i 751 quartieri classificati “sensibili” vivono in una situazione di sempre maggior degrado sotto tutti i punti di visti, dalla scuola al lavoro e al rispetto delle regole della democrazia. Ma l’attuale sottoministro delle aree urbane, Maurice Leroy (che in gioventù era del Pcf) esclude che le banlieue abbiano bisogno di un Piano Marshall.