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losangelista

Korengal Good Bye

La notizia riportata in prima pagina dal New York Times (e approfondita nel blog di guerra del giornale) dell’abbandono della valle del Korengal da parte delle truppe americane e’ il presagio della sconfitta occidentale nella campagna afghana. Non tanto per l’abbandono in se della postazione definita strategica per i quattro anni in cui  l’esercito americano ha difeso le sperdute postazioni montane di questa valle remota vicino al confine pakistano, quanto per le dichiarazioni dello stato maggiore a partire dal comandante Stanley McChrystal che ha sostanzialmente ammesso la futilita’ della battaglia per “i cuori e le menti” che sono dottrina fondamentale della startegia ainti-insorgente dai tempi della guerra ai Vietcong. Nella sua rassegnata  decisione di concentrare la  “difesa” della popolazione “nei centri urbani delle citta’” ci sono i termini di una resa “filosoficamente” incondizionale. La campagna del Korengal e’ oggetto del documentario Restrepo vincitore  quest’anno del festival di Sundance,  diario “embedded” di un anno sull’altipiano di un reparto americano composto da ragazzi ventenni paracadutati, coi loro gameboy e AK47, a “pacificare” una valle  atavica. Un  film che illustrava nell’assurda alternanza di incontri con gli anziani dei villaggi e bombardamenti dei vilaggi stessi, la futilita’ di una guerra oggi tardivamente ammessa anche dal colonnello Randy George responsabile delle forze USA nell’Afghanistan orientale che al Times ha dichiarato “Non possiamo pensare di entrare in queste valli antiche e portarvi in pochi mesi il 21mo secolo”.  Un svolta epocale del comando americano che dopo aver subito 42 morti per conquistare a malapena 5 dei 10 km di valle, ammette oggi anche che l’operazione Korengal e’ servita solo a radicalizzare la popolazione e cede in sostanza montagne e campagne alla resistenza combattente. Dopo anni di rifiuto della analogia vietnamita la ritirata americana presagisce una disfatta politicamente analoga all’abbandono dell’Indocina.