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Italia unita? Sì, nel caos

E’ un paese che non sa più nemmeno festeggiarsi. Tra leghe, super-leghe e contro-leghe le celebrazioni dei 150 anni diventano uno psicodramma. I vari ras locali sfidano perfino il Quirinale. Scuole aperte o chiuse a seconda della regione. Gli industriali vogliono lavorare. I sindacati non sanno che fare. Ministri contro ministri: per il Carroccio la festa è addirittura «incostituzionale» mentre il Pdl vorrebbe cancellare il 2 giugno per il 17 marzo.

Centocinquantanni insieme e non sentirli. Manca poco più di un mese dalle celebrazioni dell’unità d’Italia ma il caos regna sovrano sulle venti regioni della penisola. Totale. Incontrollabile. Nevrotico.

Ministri del Pdl contro ministri della Lega. Regioni che il 17 marzo chiudono le scuole mentre altre le terranno ben aperte. Industriali, artigiani e commercianti che quel giorno vogliono assolutamente far lavorare fabbriche e negozi anche se nel 2010 le aziende hanno usato un monte record di 1,2 miliardi di ore di cassa integrazione, con oltre 600mila lavoratori a casa pagati dallo stato. I sindacati, ovviamente, si dividono di conseguenza: la Cgil vorrebbe festeggiare, gli altri lavorare. Ci sono politici che sono italiani ma che non si sentono italiani (in Alto Adige) e politici che a malincuore ammettono di essere italiani e che festeggeranno quella che sia chiaro, comunque è stata un’invasione (i siciliani).

L’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, parla di «caso surreale» e si chiede «ma che festa è se è stata subito soppressa?». Che non saremo mai l’America del melting pot che celebra da stato federale il 4 luglio è scontato. Ma scordiamoci anche l’orgoglio un po’ artificiale della Parigi del bicentenario della Rivoluzione o di Berlino a vent’anni del crollo del Muro. Più che un caos storico-politico è ormai un completo disordine simbolico e perfino del «subconscio» (la tesi è di un abruzzese pragmatico come Bonanni della Cisl).

Partiamo da un caso semplice. Il 17 marzo le scuole saranno aperte o chiuse? Anche se il governo è diviso e una circolare unica ancora non c’è, per la ministra Gelmini devono restare aperte e parlare solo del Risorgimento. Deciso? Tutto chiaro? Macché. Ogni regione ha già fatto la sua scelta. Scuole chiuse nel Lazio, in Sicilia, Alto Adige, Basilicata e forse in Calabria, Marche e Umbria. Studenti in classe per ordine dei governatori invece in Campania e quasi sicuramente in Piemonte. Puglia, Veneto e Lombardia ancora incerti ma più sì che no.

Epicentro del malessere la presunta Padania e oltre. Caso limite l’Alto Adige. Nella provincia italo-tedesca la situazione è tesa. Il presidente che governa la provincia dal 1989, Luis Durnwalder, sfiora lo scontro istituzionale con Giorgio Napolitano. Ieri il capo dello stato gli ha fatto notare in una lettera «che il presidente della provincia di Bolzano non può parlare a nome di una pretesa ‘minoranza austriaca’ dimenticando di rappresentare anche le popolazioni di lingua italiana e ladina, e soprattutto che la stessa popolazione di lingua tedesca è italiana e tale si sente nella sua larga maggioranza». Può bastare? Conflitto rientrato? Per niente. Durnwalder replica che non vede «giustificazioni per festeggiare»: «Nel 1861 l’Alto Adige non faceva parte dell’Italia e nel 1919 non è stato chiesto alla popolazione se voleva passare dall’Austria all’Italia. Gli assessori italiani sono certamente liberi di festeggiare» ma a titolo personale e non a nome della provincia. In coda il veleno: «Viva l’Italia io non lo dico, il 17 marzo è festa nazionale e chiudo gli uffici ma non andrò a festeggiare. E poi dico le stesse cose che dicono Bossi e Calderoli e nessuno si scandalizza: non capisco Napolitano, cosa c’è da stupirsi?».Sulla stessa linea i deputati della Svp a Roma, italiani per forza, per voti e per i fondi ma non certo per amore.

Tra leghe e contro-leghe le polemiche infuriano anche all’altro capo d’Italia. Il presidente autonomista siciliano Raffaele Lombardo (Mpa) si piega alle celebrazioni ma precisa: «Credo che l’unità sia stata una iattura per il Sud, che è stato spogliato, depauperato e saccheggiato».

Epicentro di queste tensioni, oltre al Colle, il governo. Incapace di prendere una decisione comprensibile. Il ministro Calderoli (che anche il coordinatore del Carroccio) prova a chiudere la questione tagliando i rubinetti: «O il 17 di marzo andiamo tutti a lavorare oppure la legge che istituisce i festeggiamenti è priva di copertura ed è quindi incostituzionale». Accipicchia.

I ministri La Russa e Meloni (ex An nel Pdl) insistono invece per festeggiare in nome della Nazione e della Patria, e plaudono alle regioni che hanno già chiuso le scuole. La maggioranza è allo sbando. Voci dal disastro azzardano ipotesi di compromesso. Tra il casino delle ragazze-calendario e i problemi di calendario Fabrizio Cicchitto (Pdl) fa il pragmatico: «Il 17 marzo non si lavora e si sostituisce al 2 giugno», festa della Repubblica. L’ala destra della Lega (tipo Borghezio) già mirava al 25 aprile.

L’Italia non sa più nemmeno festeggiare. Magari a forza di discutere, qualunque data sarà rimossa e già passata. Ne riparleremo al prossimo bicentenario. Se ci sarà ancora.

uscito sul manifesto del 12 febbraio 2011