closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

ISTANBUL – Il festival scava nella memoria turca

IMG_0037

La megalopoli bizantina di 13 milioni di persone che ospita il l’Istanbul Film Festival concluso ieri  e’ costruita sui millenari incontri, sulla convivenza e lo scontro fra popoli e civilta’ che sono in qualche modo confluiti nell’identita’ turca, una storia atavica che ha sedimentato secoli di invasioni, guerre, violenze, splendori e obbrobri – un pedigree in cui tuttavia e’ la storia recente a risaltare per brutalita’. Il ventesimo secolo infatti, cominciato con l’annientamento degli Armeni, e’ un catalogo di soprusi e pulizie etniche di cui i regimi di Ankara si sono ripetutamente macchiati nel nome di un nazionalismo troppo frequentemente portato all’eccesso autoritario e fascista. Anche la grande modernizzazione di Ataturk ha comportato un costo storico ingente per le minoranze del paese (la modernizzazione e l’occidentalizzazione, con le attinenti contraddizioni, sono presenze tuttora ricorrenti e spesso angosciate nella psiche nazionale, a giudicare da molti dei film turchi passati qui). Le derive militariste si diceva, hanno fatto si che il secolo cominciato con lo sterminio degli Armeni si sia concluso con la pulizia etnica dei Kurdi sempre nel nome di una turchificazione “suprematista” che prosegue tuttora lontano dagli occhi del mondo. La guerra kurda e’ tipica dei conflitti moderni, campagne “antiterroriste” condotte privatamente da stati di immensa superiorita’ militare contro nemici remoti e poverissmi, popolazioni diseredate che conducono vite antiche in villaggi pietrosi – quasi una guerra del futuro contro il passato (vedi le indiscrezioni sull’impiego dei soliti robot volanti dell’amico Americano anche nei cieli sopra i pastori del Kurdistan).

Cosi’ un gran numero dei film al festival erano ambientati in Anatolia, Kurdistan, le province Armene, le zone di frontiera con l’Iraq, la Siria la Georgia, su isole dell’Egeo contese alla Grecia – quasi a scavare negli hinterland atavici alla ricerac delle storie dolorose e le molte tragedie su cui poggia la Turchia moderna per tentare di porre rimedio alla rimozione imposta dai regimi. Il caso simbolo di memoria storica negata e’ la persecuzione degli Armeni all’inizio del secolo scorso, una propagine sanguinosa della prima guerra quando l’esercito turco/ottomano stermino’ sistematicamente la popolazione armena del paese. Un copione non dimenticato: i film dell IFF hanno raccontato le torture “sudamericane” per sottomettere i prigionieri politici (Mavi Ring, Iskenceyi Gorduk), i pogrom che detrminarono l’esodo dei mercanti grechi da Istanbul (Elveda Istanbul), la sporca guerra e i metodi “israeliani” come la distruzione metodica di villaggi – previo divieto di parlare kurdo (Savasin Taniklari. Ot), la persecuzione e diapsora dei Yazidi antica popolazione pastorizia di religione sufi ridotta praticamnte a zero da ripetute persecuzioni(Icimdeki Cembler).

Un amaro compendio di sofferenze che nel groviglio di conflitti si sovrappongono e si intersecano. Il documentario “Beginnings” ad esempio segue giovani discendenti della diaspora che tornano nelle terre degli antenati alla ricerca di tracce della loro ancestrale “armenita’” ma le trovano occupate dagli attuali abitanti, Kurdi, a loro volta perseguitati . Non e’ un caso che il documentario rammenti l’operazione di Claude Langsmann e del suo “Shoah”, emerge infatti dall’insieme dei film una geografia di sconsolate memorie che sono lo trascico spettrale delle shoah dell’Asia Minore, dimenticate ma anche, come dimostra il caso kurdo, tragicamente attuali. Oltre a documentare i crimini dei governi, i film riportano l’immagine di una terra straziata da inimicita’ millenarie di popoli limitrofi e fondamentalmente imparentati da culture e geografie; dilaniata come il resto del medioriente da sanguinosi conflitti le cui radici affondano nella notte deil tempo – ma che sembrano destinati a proseguire anche in futuro nell’ambito ormai di una geopolitica globale che invece di risolvere i problemi tende semmai ad aggravarli. E cosi’ la Turchia e’ destinata a breve termine ad un ruolo sempre piu’ centrale negli equilibri strategici regionali – non fosse che per la crisi siriana che nel paese ha gia’ riversato 130000 profughi. Lo scorso mese e’ stato pieno di eclatanti sviluppi: la “pace” con il PKK a cui avrebbe accosentito non si sa quanto spontaneamente Ocalan dalla prigione di Icram e cui i combattenti in Kurdiatsn sembrerebbero attenersi. Poi a stretto giro, l’altrettanto clamorosa “pace” con Israele col patrocino americano (Kerry e’ passato un ennesima volta nel paese la scorsa settimana e gli Istanbullu racconatno che Hillary era praticamente una resdiente onoraria per la frequenza delle visite). La sensazione forte insomma e’ di un America che ha fretta di allineare le pedine alla ricerca di una strategia unificata sul medioriente e un regime “islamista-pragmatico” con tutte le intenzioni di giocarsi le carte strategiche ma intenzoni assai piu’ dubbie sui diritti umani della propria gente. Non facile, conoscendo i soggetti in questione, insomma condividere l’ottimismo di chi vede nell’allineamento turco-israeliano le premesse di una efficace strategia di pace. I film di Istanbul sono stati la voce di una Turchia giovane intenzionata a recuperare una storia problematica per muoversi ciriticamente verso il futuro. Un fatto di cronaca durante il festival ne e’ stata quasi l’allegoria: i partecipanti si sono uniti ad una manifestazione per protestare la chiusura di uno strocio cinema d’essai del centro per far posto ad uno shopping center. Una mobilitazione contro l’ennesima rimozione e a favore del ruolo politico del cinema conclusasi con una carica della polizia che in un epilogo un po’ retro’ e molto “region-appropriate” ha usato lo spary al pepe contro Constantin Costa-Gavras, presente alla protesta.