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Rovesci d'Arte

Islanda, elogio del “local”

Il vulcano islandese dal nome pazzesco, che nessun giornalista delle televisione cerca di pronunciare, Eyjafjallajokull, ha messo in ginocchio l’ottimismo della globalizzazione. In una manciata di giorni e con una sola nube di polvere ha bloccato l’Europa e l’intero pianeta diretto verso il vecchio continente, lasciando a terra milioni di passeggeri. La natura «matrigna» ha un che di affascinante: ha censurato, col suo boato di lapilli, la nevrosi del viaggio che accomuna tutti gli abitanti del XXI secolo, gettando nel panico schiere di passeggeri indomiti, beffandosi dell’economia (ha mandato in cenere miliardi di milioni di euro) e dei tanti business men che vivono fra un gate e l’altro. Ricordate il film Tra le nuvole? con il bel Clooney sempre sospeso per aria pronto a tagliare teste in ogni parte del mondo? Ecco, oggi sarebbe a terra pure lui. Costretto a mangiarsi un cracker sul divano.
La nube islandese è uno stupendo elogio alla lentezza, alla vita ancorata, al «local» contro il global. Non è poco. Viene in mente, in queste ore di panico inedito, un’artista di Reykjavík, nome Ruri, che espose alla Biennale di Venezia di qualche anno fa. Nel mini-padiglione islandese aveva presentato un suo personalissimo archivio: aveva catalogato i suoni e gli scrosci delle acque delle numerose cascate del suo paese. Quel poetico lavoro passò quasi inosservato, eppure raccontava molto del futuro prossimo.
Siamo certi che Ruri non avrà perso l’occasione di «archiviare» anche il vulcano dispettoso con il suo fuoco senza argini al posto della «liquida» acqua. Una modernità gassosa, direbbe Bauman.