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L'urto del pensiero

Isis/Occidente: il fondamentalismo rimosso

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di PAOLO ERCOLANI

 

La realtà è un sistema complesso. Composto da più piani che si estendono in profondità, in prospettiva e anche in larghezza.

Insomma, per tentare di comprendere (comunque in forma provvisoria) la realtà socio-politica di un’epoca, sistema complesso per eccellenza, è quantomeno necessario non fermarsi alla superficie delle cose, né limitarsi alla considerazione del tempo presente in cui quelle cose avvengono, e infine neppure fermarsi all’osservazione di quelle stesse cose che accadono in un luogo geografico confinato.

Altrimenti le risposte divengono semplici, perfino scontate. Confortanti ma sterili.

Se rinunciamo ad andare in profondità, se rinunciamo all’analisi supportata dalla prospettiva storica e se ci limitiamo al nostro orticello geografico (errore ancora più imperdonabile, in tempi di globalizzazione), allora troviamo servite su un piatto d’argento tutte le risposte che ci servono.

Attacco all’Occidente

Dei terroristi sanguinari e spietati colpiscono l’Occidente e l’Europa cristiani in nome di Allah e del Corano. Questi terroristi sono di fede islamica e agiscono a nome e per conto dell’Islam più radicale e fondamentalista.

L’Occidente sotto attacco deve difendersi con tutte le misure: bombardamenti delle terre in cui è radicato lo Stato islamico, espulsione degli immigrati di fede islamica e chiusura delle frontiere dalle quali entrano questi implacabili nemici dell’Occidente per generare ed allevare la serpe in seno.

L’informazione mainstream, e ancor più la comunicazione, agevolano questo tipo di visione della realtà: superficialità (specie in Rete), assenza di analisi storica e appiattimento sull’eterno presente del qui e ora, con conseguente reazione immediata e di pancia a ciò che succede quotidianamente, sono del resto le caratteristiche strutturali della gigantesca giostra informativa.

Una giostra che sempre più ci viene veicolata attraverso schermi piatti, nel mezzo di una miriade di messaggi pubblicitari e commerciali, tenendoci rigorosamente al chiuso delle quattro pareti che, ovviamente, si trovano ben lontane dai presunti luoghi in cui si origina il «terrore».

Eppure basterebbe ampliare l’analisi per tentare di comprendere meglio le cose. Nella consapevolezza, spesso rimossa da questi tempi banalizzanti e sciagurati, che senza la comprensione dei problemi non vi può essere una soluzione degli stessi.

Prendiamo un esempio di agevole lettura. Aldo Cazzullo, sul «Corriere della sera» di oggi evoca il ritorno del conflitto all’interno dell’Europa. Come per le guerre mondiali, insomma, la nostra Europa torna ad essere il triste scenario della guerra e della morte.

Già, mutatis mutandis è così. Sennonché, si dimentica di ricordare che anche le due guerre mondiali furono il frutto di un conflitto secolare fra le potenze europee per la conquista, il dominio e lo sfruttamento dei paesi colonizzati. Che per buona parte, e non per caso, sono quegli stessi paesi dove oggi si assiste a un ritorno prepotente dell’islamismo radicale, o meglio di élite politico/religiose che raccolgono consensi fra le masse di persone affamate e rese disperate da secoli di dominio occidentale.

Il vero fondamentalismo

Per le quali è cosa agevole coltivare un sentimento di odio anti-occidentale. Mentre coloro che fuggono da quelle terre martoriate, trovano proprio in Occidente dei muri fisici o ideologici che rimarcano la loro condizione di dannati della terra.

Queste cose vanno dette e soprattutto consapevolizzate. Non certo per coltivare un insano sentimento anti-occidentale né per voler sminuire l’importanza di una politica di sicurezza e protezione che, non a caso, si rivela proibitiva per quell’Europa unita soltanto economicamente ma mai pervenuta a una reale coesione dal punto di vista culturale, giuridico e politico.

Il buon Marx, oggi che troppi ne rivendicano l’attualità ignorandone l’insegnamento sostanziale, ci ha insegnato un secolo e mezzo fa che il conflitto tra gli uomini può certamente avvenire sul piano ideologico o sovrastrutturale (religione, civiltà, cultura), ma origina immancabilmente (e si comprende nella sua essenza) da ragioni di struttura economica.

Quelle stesse ragioni che i nostri governanti non vogliono vedere o fingono di non vedere.

Ragioni che ci parlano di un mondo globalizzato dominato da quello che Stiglitz ha chiamato «fondamentalismo del mercato» (alter ego del fondamentalismo religioso).

Un fondamentalismo che ha rinnovato e radicalizzato al tempo stesso la «lotta di classe». Una lotta di classe ormai globale, alimentata da profonde, radicali e insostenibili disuguaglianze che vedono una parte sempre più piccola di popolazione mondiale nuotare nell’oro a fronte della parte sempre crescente (e largamente maggioritaria) che galleggia a malapena nella melma del disagio, della povertà, dell’assenza di ogni minima speranza di poter recitare un ruolo sociale riconosciuto e retribuito.

Quello stesso fondamentalismo economico che in nome di dogmi indiscutibili, come la flessibilità, il progresso infinito, il profitto illimitato, la subordinazione della società (e quindi dell’uomo) alle esigenze del mercato, produce lavoratori sempre più precari, per nulla tutelati, stremati da una condizione esistenziale pessima e da orari di lavoro sempre più massacranti, come nel caso dell’autista spagnolo che si è addormentato causando i morti fra gli studenti Erasmus. E che ovviamente sarà l’unico a pagare per quella tragedia, quando volendo andare più a fondo nella ricerca delle cause si potrebbe scoprire che egli è una vittima come le altre.

Di un sistema barbaro che non si fa alcuno scrupolo a sacrificare le vite umane pur di alimentare il meccanismo arido e impersonale di cui beneficia un numero ristrettissimo di esseri umani.

Disuguaglianze

Quello dell’insostenibile disuguaglianza sociale, con tutti gli annessi del caso, è un aspetto molto studiato all’estero (lo stesso Stiglitz, Piketty, Atkinson, Beck, Reich, come ricorda nel suo blog su l’«Espresso» Alessandro Gilioli), ma quasi del tutto ignorato in Italia (con l’eccezione del recentemente defunto Luciano Gallino e pochi altri) e, soprattutto, del tutto ignorato da chi ricopre ruoli di governo nei paesi occidentali.

Con buona pace dell’informazione mainstream, sempre pronta a cavalcare l’onda bassa e agevole della commozione per le vittime di un meccanismo che la stessa informazione si guarda bene di disvelare per i propri utenti.

Lo dico una volta per tutte, e qui concludo: non si tratta di ignorare il contrasto ideologico, il fanatismo religioso, gli orrori dell’Islam radicale e dei suoi «soldati» fanatici e disperati.

Non si tratta di colpevolizzarci come Occidente e non approntare le strategie e le misure di difesa opportune.

Si tratta di capire che se non andiamo a fondo nella comprensione del fenomeno, e soprattutto se non cominciamo a pensare un modello politico-economico alternativo a quello odierno, produttore seriale di povertà, disperazione e frustrazione, tutto il nostro impegno contro l’Islam radicale non sarà servito a nulla.

Come a nulla è servito armarsi e partire contro i tanti «mali radicali» che il fondamentalismo del mercato ci ha presentato nel corso della storia.

Sostanzialmente per distrarci dal fatto che è ora di superare proprio quel fondamentalismo lì. Che è quello da cui originano tutti gli altri.