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L'urto del pensiero

Isis: guerra mondiale o miopia globale?

GUERRA MONDIALE

di PAOLO ERCOLANI

 

Il clima apocalittico di questi giorni spinge molte persone, ma anche organi di informazione e di opinione, a parlare di III se non addirittura IV guerra mondiale.

Mediaticamente efficace (e già questo per tanti è molto, se non tutto), tuttavia tale espressione si rivela assai scorretta e inutile. Sintomo evidente di un etnocentrismo, prima europeo e poi anche americano, che è duro a morire.

GUERRE MONDIALI A COMANDO

Non è possibile, infatti, accorgersi della «guerra mondiale» soltanto quando essa provoca morti e terrore sui nostri territori, ignorando come «anime belle» che il dominio occidentale sul resto del mondo, appunto a suon di guerre sanguinose e virulente, potrebbe esser fatto cominciare simbolicamente da quel lontano 1492 in cui Cristoforo Colombo iniziò la «conquista» del Nuovo Mondo.

E da quel momento non si è mai interrotto.

Non per caso, chi si è occupato di fornire una lettura globale della storia politico-economica degli ultimi secoli (penso per esempio a Giovanni Arrighi), ha parlato del XVI secolo come il secolo spagnolo, del XVII come secolo olandese, del XVIII come secolo francese, del XIX come secolo inglese, per giungere infine al «lungo XX secolo» (sostanzialmente in vigore ancora oggi) in cui a esercitare un dominio imperialistico pressoché incontrastato sono gli Stati Uniti d’America.

In buona sostanza, è l’Occidente cristiano e capitalista, economicamente benestante e militarmente preponderante, ad aver esercitato attraverso l’avvicendarsi dei suoi paesi principali un dominio su tutte le altre nazioni e popolazioni del mondo. Costruendo la propria ricchezza e il proprio benessere sullo sfruttamento di terre, sulla schiavizzazione di persone, sulla sottomissione e in certi casi sullo sterminio di intere etnie.

Intendiamoci bene, però, occorre evitare ogni tipo di moralismo o di demagogia.

Il predominio occidentale è stato il frutto di una costante guerra secolare che, se l’avessero vinta gli «altri» (per esempio i turchi dell’Impero Ottomano, che ci provarono eccome, a vincerla), incapaci fondamentalmente di unirsi in nome di ideali e valori (e interessi) condivisi, non è per nulla da escludere che si sarebbero comportati come noi se non peggio.

Ma la Storia non si fa con i «se», e quindi si impone un lucido realismo per chiunque abbia a cuore la comprensione (e magari la soluzione) del problema specifico cui ci troviamo di fronte.

OCCHIO NON VEDE

Allora bisogna sapere che a partire dal 1815 (data che segnò la fine delle guerre napoleoniche sul territorio europeo), salvo rare eccezioni (fra cui i due conflitti mondiali), quella costante ineliminabile della vicenda umana che chiamiamo «Guerra» ha smesso di spargere i suoi frutti sanguinosi e avvelenati sulle terre europee e nordamericane.

Ciò, però, è stato possibile grazie al fatto che i paesi occidentali hanno spostato i conflitti armati lontano dai propri confini, prima attraverso secoli di colonialismo e imperialismo, e in giorni più vicini ai nostri tramite guerre per esportare la democrazia, per mantenere la «pace», o magari per colpire i grandi dittatori del mondo che, peraltro, spesso e volentieri erano stati imposti e finanziati dallo stesso Occidente per proprio tornaconto.

Il nostro mondo cristiano e liberale ha pulito il proprio terrazzo gettando la sporcizia (ossia la guerra) sui terrazzi sottostanti, facendo scintillare e risuonare armi, bombe e missili all’interno di territori a noi geograficamente lontani.

In entrambi gli emisferi del nostro pianeta, l’Occidente a guida statunitense ha condotto guerre mosse da interessi economici e di potenza, ha imposto e deposto dittatori (ogni volta a spese delle popolazioni locali inermi e innocenti), ha perfino giocato con le alleanze, spesso appoggiando materialmente gruppi violenti e fondamentalisti, pur di continuare a esercitare un controllo incontrastato su terre tanto ricche di materie prime (il petrolio su tutte) indispensabili per la macchina del nostro progresso.

Ecco che, allora, pretendere di numerare (I, II, III, IV) l’«eterna guerra mondiale» combattuta da quella belva anche disumana che è l’uomo, soltanto in base a quando essa colpisce drammaticamente le nostre terre e i nostri concittadini, si rivela come un’operazione stolta e crudele al tempo stesso, buona per riempire le pagine dei giornali, per regalare il quarto d’ora di celebrità a Tizio e Caio, ma assolutamente sterile se l’obiettivo è quello di provare a superarla, o almeno a contenerla quanto più possibile.

L’ETERNA LOTTA DI CLASSE

E’ sufficiente leggere le biografie dei «terroristi» islamici per vedere che essi sono figli anche del disagio sociale, di quella disperazione esistenziale propria di chi appartiene (per geografia o condizione sociale) alla parte di mondo che ha perso la secolare guerra mondiale e, per ciò stesso, risulta privato anche solo della speranza di una vita degna di essere vissuta.

Mai come oggi nascere dalla parte sbagliata del pianeta può spingere a vestire i panni del terrorismo, perché l’alternativa sarebbe quella di restare nudo.

È su questo terreno di disperazione che molti giovani non riescono a vedere altra via di uscita che non sia quella della sottomissione e partecipazione a ideali e progetti ispirati al fondamentalismo più violento.

Oggigiorno è l’Isis, fondato sull’ideologia wahhabbita (che all’interno dell’Islam costituisce uno scisma e ne è rappresentativo quanto il Ku Klux Klan del Cristianesimo), a rappresentare per tante persone una via di uscita dalla miseria e dall’irrilevanza garantite, esattamente come accade per la Mafia nel meridione del nostro Paese.

Ma è doveroso sapere che quella miseria e quell’emarginazione, che spingono molti a votarsi alla causa terrorista e mortale dell’Isis, sono il prodotto tanto delle nostre politiche imperialistiche e guerrafondaie, quanto di un sistema economico (quello della tecno-finanza odierna), che ispirandosi al liberismo più spinto sta allargando in maniera sempre più inaccettabile la forbice tra i pochissimi che hanno sempre di più e i molti che si trovano di fronte allo spettro della povertà.

Ma anche a volersi concentrare sul dato marginale della cultura religiosa, su cui troppi insistono per rimuovere i due elementi ben più significativi e legati fra loro (economia e guerra), risulta sciocco illudersi di essere noi occidentali la parte buona dell’umanità, magari perché, per esempio, consentiamo l’edificazione di Moschee sui nostri territori, quando in realtà, contemporaneamente, bombardiamo e manipoliamo impunemente le terre martoriate di chi crede in Allah.

Così come si rivela ipocrita e crudele accorgerci che esistono gli islamici moderati (che sono la stragrande maggioranza, ma ancora per quanto?!), soltanto quando pretendiamo da loro di insorgere contro le frange estremiste.

Con quale autorità, infatti, possiamo invocare la reazione degli islamici moderati, quando sappiamo benissimo (e loro lo sanno di sicuro!) che in seguito a un complesso gioco di potere sono stati Arabia Saudita e Stati Uniti (con l’indifferenza della penosa Europa), in nome della lotta al baathismo, a finanziare e armare quello stesso Isis che oggi uccide gli islamici che non si sottomettono al suo dogma?!

Bisogna dirlo una volta per tutte: è stato l’Occidente, con la complicità della fondamentalista e reazionaria monarchia saudita, a ricostruire la potenza dell’Isis, ossia di una deviazione violenta rispetto allo stesso Islam, il cui testo sacro (Corano: Sura II, versetto 256) recita chiaramente «non vi sia costrizione nella fede».

UNA LEGA MONDIALE DELLE CIVILTA’

Se i governanti occidentali fossero realmente intenzionati a uscire da una situazione che in realtà alimenta le nostre economie e i profitti di varie multinazionali (a cominciare da quelle delle armi), comincerebbero a lavorare qui ed ora alla costruzione di una «Lega mondiale delle civiltà» (cioè un organismo politico globale, visto che a essere globale oggigiorno si rivela soltanto l’economia…), in cui includere tutti i paesi (compresi quelli islamici) e con lo scopo di pensare e deliberare misure in favore del dialogo inter-culturale, contro ogni elemento che alimenti lo scontro fra le civiltà.

Sembrerà strano, ma anche il dialogo, esattamente come la guerra, lo si costruisce in due, e soprattutto lo si costruisce in tempi e situazione di relativa pace, non quando scopriamo di pretendere quel dialogo soltanto perché a essere minacciati dalla morte siamo anche noi, i privilegiati della terra.

Il terrore, come ogni fenomeno della nostra esistenza, si compone di più piani, ma fermarsi a considerare soltanto quello più superficiale non aiuta per nulla i tentativi di superarlo.

Il piano superficiale è quello degli attentati, certo, che devono vederci uniti e reattivi contro un «nemico» che attenta alle nostre vite. Se non altro per istinto di sopravvivenza, oltre che per l’opportuna difesa della nostra cultura e civiltà.

Ma ignorare che oltre a quel piano di superficie vi sono anche i piani dell’eterna guerra mondiale, di un nostro dominio crudele e spietato su quelle terre e popolazioni sconfitte dalla secolare guerra stessa, di un disequilibrio di sicurezza e benessere sociale che ormai si rivelano intollerabili a più livelli (sia nei singoli paesi sia a livello globale), significa porre le basi più drammatiche per uno scontro fra oppressi e oppressori (prima ancora che fra civiltà) da cui non uscirà vincitore nessuno.

Se non coloro che, da una parte e dall’altra, hanno interesse ad alimentare la guerra e l’odio, riducendo o annullando le libertà dei rispettivi cittadini per scopi unicamente economici e di potenza.

Mai come in questa epoca globalizzata, si tratta di scegliere e di lavorare per il tipo di mondo che vogliamo. Ben consapevoli che se a prevalere saranno gli interessi economici e di potenza dei pochi oppressori (di entrambe le parti), si tratterà di un mondo di cui non sapremo più che farcene.

Perché esso sarà fatalmente destinato a implodere sotto la furia e la follia conquistatrice di chi, in nome della profitto e della volontà di potenza, ha smarrito il senso profondo e radicale di cosa sia l’Umanità.

  • http://umanesimoscientifico.blogspot.it/ Francesco Pelillo

    Le cose stanno così, e l’unica speranza risiede nello sviluppo di altre potenze che facciano da contraltare agli attuali padroni del mondo… I BRICS mi fanno sperare…

  • mario

    a me quello che mi ci rode e’ che in questa vita ci siano persone che saprebbero come generare e garantire la pace e i diritti a tutti,ma purtroppo per una questione di sfiga,non hanno la possibilità di poter contare quello che serve per rimettere le cose a posto. noi non sappiamo se ci viene concessa un’altra possibilita’,per cui sprecare questa svolgendo il ruolo di spettatori che vedono andare in frantumi la bellezza di un mondo per colpa di persone assetate di potere e miopi,e’ drammatico.