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Street Politics

Iran: Rohani sarà un mero esecutore?

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«Il movimento riformista iraniano non è morto ma sta subendo una repressione preventiva fortissima», ci spiega Riccardo Redaelli, esperto d’Iran, autore della rivista Asia Major e docente dell’Università cattolica di Milano. «I leader del movimento sono agli arresti, il controllo di internet e delle mail frenano la libertà di espressione, ma il sostegno popolare resta ampio. La marginalizzazione del dissenso rende la società iraniana sempre più polarizzata. Nel lungo termine la conseguenza può essere la radicalizzazione del discorso riformista».

Quali possono essere le strategie di un gruppo che non trova nessuna rappresentanza politica?

Operano sempre più con mezzi poco rintracciabili, con media spontanei, organizzando manifestazioni ai margini delle partite di calcio, spingendo per l’astensionismo. Insomma, lo scopo è di evitare la repressione diretta del regime. Ne è un esempio la manifestazione di Isfahan in occasione del funerale dell’ayatollah Taheri: proteste occasionali, difficilmente prevedibili che dimostrano comunque che il dissenso, non è strutturato, ma esiste.

Questa è stata una delle campagne elettorali più appiattite su posizioni conservatrici di sempre?

Una campagna di basso profilo, che rappresenta la rassegnazione della popolazione. In passato nel periodo pre-elettorale bisognava cercarsi i voti. Ora il consiglio dei Guardiani ha permesso solo a candidati controllabili di partecipare alla competizione per ottenere una manipolazione del voto e fare in modo che i riformisti prendano solo i voti decisi dalla Guida suprema, Ali Khamenei.

A questo punto si profila uno scontro tra il moderato Rohani e il conservatore Jalili?

Le voci di una cancellazione dell’ultima ora di Hassan Rohani chiariscono l’intenzione di Khamenei di una normalizzazione totale del quadro politico. Khamenei ha eliminato tutte le sfumature di un panorama politico frammentato. Per questo, un uomo che ha fatto campagna elettorale facendo riferimento alla narrativa del movimento fa paura. Khamenei e i pasdaran temono una replica del 2009. A questo punto la Guida suprema vuole un presidente esecutore e teme sia una deriva radicale, come è avvenuto con Ahmadinejad, sia una riformista, come nell’era Khatami.

Gli iraniani invece soffrono per le sanzioni sul nucleare.

Soprattutto la media e alta borghesia occidentalizzata, mentre gli strati più bassi della popolazione godono di ampi fondi per tenere sotto controllo il malcontento. Negli incontri sul nucleare con i paesi del Consiglio di sicurezza e la Germania sembrava di assistere ad un dialogo tra sordi. E così, con la decisione di eliminare Rafsanjani, Khamenei ha formalizzato la sua intenzione di non arrivare ad un accordo sul nucleare.

Mentre l’establishment viene risparmiato dalle sanzioni internazionali?

I pasdaran non vengono toccati. Anzi aumentano traffici illeciti, di medicinali e tecnologie che arricchiscono i pasdaran. La parte peggiore del regime si sta arricchendo mentre ne sta soffrendo la qualità della tecnologia iraniana. Per questo un uomo come Jalili non chiuderà il negoziato. La sua è la peggiore candidatura possibile, non ha una struttura né un movimento politico alle spalle. Questo potrebbe andare a vantaggio di Qalibaf, ex comandante militare, e buon amministratore che attira le simpatie dei pasdaran.

Sembra improvvisamente scomparso invece lo scontro tra conservatori e ultra-conservatori che aveva segnato la politica iraniana?

Per Ahmadinejad la candidatura di Jalili è la seconda migliore, dopo l’eliminazione di Mashei. Il presidente uscente resta il grande sconfitto di questa fase politica, lo hanno mollato perché troppo radicale.

Ma i più colpiti da questa svolta conservatrice sono i mercanti del bazar?

Hanno perso parte del loro potere, in reazione ai nuovi affari loschi dei pasdaran operano anche loro tramite reti illegali. Così anziché guardare a Rafsanjani o Rohani, i commercianti del bazar si avvicinano ai pasdaran.