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Intervista a Vendola sul referendum di Mirafiori

«Gli operai riaprono la partita». Il Pd è indeciso? «Se rinuncia alla centralità del lavoro diventa una finzione pubblicitaria. La Fiat voleva lo scalpo della Fiom e ha perso. La Cgil ora ritrovi il coraggio».

«Mai come in questo caso i numeri vanno pesati. Quella del no è una sconfitta bellissima e c’è una vittoria molto amara per il sì. Chi ha tentato l’assalto finale al lavoro e ai diritti è stato sconfitto. Ogni tanto si può essere felici, perché la posta in gioco era enorme», commenta a caldo Nichi Vendola.
«E’ troppo divertente il commento dei cicisbei e degli ipocriti che esultano perché il sì ha vinto – sorride il governatore pugliese – a Pomigliano il sì aveva vinto ma non con il plebiscito invocato da Marchionne. E a Mirafiori allora? Qui è stata sconfitta la natura stessa del referendum. A Torino la Fiat ha vinto solo per il voto bulgaro dei capi reparto e dei colletti bianchi».

Come giudichi questo risultato?
Volevano stracciare un modello di relazioni industriali e ridefinire la rappresentanza sindacale riducendola a una funzione para-padronale. Dicevano che il mercato globale mal sopporta l’universalismo della democrazia. Che con questo mercato i diritti devono essere sospesi. Volevano eliminare per contratto il nocciolo della libertà: quello di ribellarsi e di lottare per migliorare la propria vita. Da Mirafiori rimbalza un altro paradigma di democrazia: post-liberale e post-cristiana. Che non vede nel lavoratore un individuo, dotato di libertà, e una persona, portatrice della sua dignità. Marchionne insomma voleva chiudere una partita e gli operai l’hanno riaperta con un coraggio e una consapevolezza perfino commoventi, vista la natura profonda del ricatto che hanno subito.

Proviamo a mettere le cose in prospettiva. Fiat è uscita da Federmeccanica e Confindustria lavora a un contratto separato solo per l’auto. Questo voto sarà una zeppa in questo meccanismo?
L’effetto boomerang delle scelte Fiat rischia di mettere in difficoltà molta parte dell’industria italiana. La Fiat voleva lo scalpo della Fiom, raccontandola come l’ultimo frammento del ’900 che resiste alle sirene della modernità. La verità è un’altra: la Fiom si è incaricata di difendere il senso stesso del sindacato, la sua ragione sociale. Ma la forza del sindacato coincide con la forza dell’industria. Indebolire il sindacato mette a rischio anche il sistema di impresa. Il sindacato ha consentito quel compromesso avanzato tra capitale e lavoro che è alla base della redistribuzione delle ricchezze. Smantellare il sindacato significa innescare una bomba in tutta la società. Gran parte degli imprenditori del Nord lo sanno. E non a caso mal sopportano il protagonismo di Marchionne.

Su questa vertenza sei l’unico leader o quasi che ci ha messo almeno la faccia. Sei stato molto criticato…
Sono andato a Mirafiori per esercitare il dovere dell’ascolto. Se la politica, soprattutto quella di sinistra, non ascolta il dolore e i bisogni del mondo del lavoro diventa una politica marcita, che si trasforma in mercato elettorale. Una contesa tra notabili che lascia all’economia una delega in bianco a trattare sul lavoro. Questa per me è la vera radice della questione morale e dell’attuale corruzione del discorso pubblico.

Che effetti avrà questo voto nella Cgil e nei rapporti tra Fiom e Cgil?
E’ un voto che rafforza tutto il mondo del lavoro e rilegittima tutto il sindacato. Per la Cgil è una boccata d’ossigeno. Penso che in molti sono rimasti stupiti dal voto operaio. Marchionne dovrà reimparare la fatica e la pazienza di un negoziato vero, che rispetti gli interlocutori. E la Cgil si scopre potenzialmente più forte di quanto non immaginasse.

Pensi che il voto di Mirafiori interrogherà anche il Pd?
Dico solo che un riformismo che rinuncia alla civiltà e alla dignità del lavoro è semplicemente una finzione pubblicitaria.

Prima della direzione del Pd hai dichiarato che nutrivi «grandi aspettative» e che ti aspettavi la «soluzione di alcuni nodi». E’ andata com’è andata. Sei soddisfatto?
Gli stessi democratici hanno detto che hanno semplicemente rinviato le scelte senza avere un chiarimento.

Con Bersani avevi stretto un «patto». Lo ritieni ancora valido?
Se quello che era non solo un patto di consultazione ma anche un patto di edificazione del cantiere del nuovo centrosinistra lo vivessimo come una chance, eviteremmo di viverlo domani come una necessità.

Cioè?
Mi pare inevitabile che finiremo lì. Nella ricerca di una visione comune per una coalizione riformatrice.

A proposito di «edificazione». Finora hai insistito molto sulle primarie ma non se ne vede l’ombra. Non credi che serva uno scatto? O bastano Sel e Facebook?
Il nostro problema è la tessitura sociale del popolo dell’alternativa. Dobbiamo connettere tutti coloro che vogliono un radicale cambiamento. In ogni spigolo d’Italia cova una domanda rabbiosa contro la tagliola della precarietà, la barriera della povertà, l’ipoteca della paura. Noi dobbiamo usare l’ago e il filo per cucire ogni brandello di rivolta dentro la grande tela che è la narrazione dell’Italia migliore. Quella che chiede al centrosinistra una risposta politica e un progetto di cambiamento.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 15 gennaio 2010