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Intervista a Carlo Malinconico

Il sottosegretario all’editoria: «Giornali di idee, faremo presto per scongiurarne la chiusura. Ma la riforma è indispensabile»

Intervista di Carlo Lania

«Occorre arrivare al più presto a una riforma dell’editoria che sappia ritrovare lo spirito iniziale della legge, che difendeva il pluralismo senza le zone opache che si sono create in seguito. E non escludo che dopo una riforma sostanziale del sistema si possa anche ripristinare il diritto soggettivo».

Carlo Malinconico è l’uomo chiamato dal governo Monti a ricoprire la carica di sottosegretario con delega all’Editoria. Compito non facile, tanto più perché si trova a svolgerlo dopo che l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha inesorabilmente tagliato i finanziamenti fino a mettere in ginocchio l’intero settore. Al punto che oggi un centinaio di testate giornalistiche rischiano di chiudere i battenti grazie anche alla decisione, contenuta nel decreto “Salva-Italia”, di cancellare definitivamente il fondo per l’editoria.

Un’intenzione che Malinconico smentisce, insieme alle accuse di rappresentare un conflitto di interessi, vista la carica di presidente della Fieg ricoperta fino a qualche settimana fa. «Sapevo che questo passaggio mi sarebbe stato fatto notare, lo avevo messo nel conto», risponde nel suo ufficio a due passi da palazzo Chigi.

«Sono arrivato all’editoria attraverso un percorso personale e professionale molto lontano dall’industria e da ogni forma di coinvolgimento nelle attività produttive. Sono stato per molti anni prima avvocato dello Stato, poi magistrato. Poi sono uscito dalla magistratura per fare il professore universitario e l’avvocato. È vero, per tre anni sono stato presidente della Fieg, ruolo che sono stato chiamato a ricoprire perché dovevo essere, in un momento particolarmente difficile, una sintesi tra diverse posizioni. Sono contento di averlo fatto. Ma non per questo ho alterato la mia natura».

Pochi giorni fa il governo, anche grazie a lei, ha inserito l’editoria tra i settori del fondo Letta, decidendone così un futuro rifinanziamento. Senza però due dati fondamentali: l’entità del rifinanziamento e i tempi con cui verrà fatto.
L’inserimento dell’editoria in quel fondo rappresenta un’opportunità, perché crea le premesse per un intervento successivo. Naturalmente al momento resta ancora da individuare l’entità di questo intervento, che giudico essenziale. Per arrivare a una riforma del settore occorre una fase di transizione che sia ben guidata proprio per fare sì che alla fine continui a esistere un fondo per l’editoria. I criteri di distribuzione dei finanziamenti vanno rivisti, adeguandoli allo spirito iniziale della distribuzione diretta. Criteri che siano in grado di difendere il pluralismo evitando le incrostazioni. Non sarà una passeggiata, ma intendo farlo in tempi rapidi. Anche perché in questo modo rispondiamo a quanto affermato dal presidente della Repubblica nella famosa lettera ai direttori, quando ha detto che tanto più saremo credibili – e ci metto anche noi del governo – nel reclamare un intervento a difesa del pluralismo, tanto più saremo in grado di dare regole che siano garanzia di trasparenza, bonifica, risparmio, corretta allocazione delle risorse. Se dovessimo presentarci invece come un settore che brucia risorse senza riformarsi, saremmo poco credibili.

Sull’esigenza di una riscrittura del regolamento dell’editoria nessuno discute e sa bene che moltissime delle testate oggi a rischio la chiedono a tempo. Il problema sono i tempi. Ormai le anticipazioni finanziarie da parte delle banche non ci sono più e nei primi cinque mesi del 2012 almeno trenta testate, tra le quali il manifesto, rischiano di chiudere. Siete consapevoli di quale catastrofe si sta preparando?
Ed è proprio questo il motivo per cui mi sono battuto: perché ci fosse l’inserimento dell’editoria nel fondo Letta. La catastrofe va evitata.

Ma i tempi devono essere stretti.
Ne sono consapevole. Chiedo al settore di aiutarmi. So bene che le sue parti migliori chiedono la riforma e vorrei per questo arrivare il più rapidamente possibile a una soluzione. Lo so: abbiamo pochissimo tempo per farlo, dobbiamo farlo subito. Ma vorrei tornare ancora sul decreto, sul famoso articolo 29, comma 3.

Prego.
Come governo Monti ci trovavamo con delle risorse per l’editoria fissate dalla legge di stabilità già approvata e che prevedeva la disponibilità finanziaria per il 2012. Noi non abbiamo fatto tagli, eppure è passato un messaggio diverso. Il problema era se, dopo i tagli fatti dalla legge di stabilità, dovessimo rifinanziare il fondo oppure no, operazione particolarmente difficile in un contesto generale di sacrifici. Il ricorso al fondo Letta è stato voluto proprio perché ci siamo resi conto della situazione grave che potrebbe crearsi nei prossimi mesi, e quindi della necessità di avere uno strumento per rispondere alla situazione.

Veramente è passata l’idea che il comma 3 tagliasse il fondo per l’editoria. Lei ha smentito questa interpretazione, ma se è così perché il governo non ha modificato il testo?
Perché la sensazione era che altrimenti non ci sarebbe stata una revisione del sistema di erogazione. Invece abbiamo voluto dare un tempo limite entro il quale la riforma va fatta.

Il nuovo regolamento su quali criteri dovrà basarsi?
Parlare dei nuovi criteri adesso è prematuro. Però su qualche indicazione possiamo ragionare: bisogna indubbiamente uscire da parametri che facciano semplicemente riferimento a costi o a tiratura e concentrarsi di più sul dato occupazionale, vale a dire il numero dei giornalisti che una testata impiega. Il pluralismo è garantito dalle idee e le idee nascono da un percorso di qualità professionale. Un altro criterio deve riguardare la penetrazione, cioè la reale capacità che un giornale ha di raggiungere i lettori. Ecco questi due sono parametri di serietà, quindi direi che è su queste maglie che va stretto il regolamento. Cercando anche di fare un’opera di razionalizzazione. Purtroppo oggi il regolamento è basato su categorie formali, ovvero giornali di partito, minoranze linguistiche, cooperative di giornalisti, editori controllati da cooperative.

È ipotizzabile un ritorno al diritto soggettivo?
Questa è una domanda veramente difficile. Se dovessi esprimere un auspicio, io direi di sì. Non con il regolamento, probabilmente occorrerà una riforma legislativa per riaffermare questo principio. È difficile per l’amministratore di un giornale non sapere esattamente di quanti contributi potrà disporre nel momento in cui fa il bilancio. D’altra parte però si deve fare i conti con le risorse scarse. Per riassumere: se prima non vengono varati dei nuovi criteri è difficile immaginare una riforma che riaffermi il diritto soggettivo.

Lei da presidente della Fieg sostenne la necessità di cancellare la contribuzione diretta e di consentire l’accesso ai finanziamenti per l’editoria a tutti, grandi gruppi editoriali compresi. Leggendo il comma 3 sembra proprio essere la linea adottata dal governo. Non c’è in questo un conflitto di interessi?
No. Perché quando affermai, da presidente della Fieg, che era necessario rivedere il settore, non volevo affatto dire che bisognava distribuire le risorse ai grandi gruppi editoriali. Ci sono delle realtà nell’editoria non assistita di piccole imprese, di giornali ma anche di libri, che soffrono la crisi in modo intenso e che probabilmente guardano a forme di intervento che possano aiutarle. Mai pensato che le risorse che andavano all’editoria assistita, chiamiamola così anche se non mi piace, dovessero essere traslate ai grandi gruppi. Piuttosto, la preoccupazione è di fare in modo che non si creino ragioni di concorrenza sleale in ambiti ben definiti.

A cosa si riferisce?
Alla possibilità che esistano piccoli imprenditori che non hanno contributi perché non rientrano in nessuna delle categorie previste dalla legge e che però si trovano sul mercato insieme a giornali che invece usufruiscono dei contributi diretti. Questo secondo me è un elemento critico che va risolto.

A proposito di risorse: perché non si riesce ad aumentare l’Iva sull’oggettistica in edicola?
È una delle possibilità di cui si è discusso, anche nei tavoli tecnici avuti con le associazioni, tavoli che andranno ripresi. Una norma già esiste e stabilisce un rapporto tra valore del prodotto e valore del gadget allegato. C’è però un problema di controlli che vanno incentivati. Nel tavolo si era suggerito di implementarli anche attraverso la collaborazione dell’Agcom.

Sempre da presidente della Fieg sollevò il problema della pubblicità, concentrata più sulle televisioni che sulla carta stampata. Il governo pensa di intervenire per riequilibrare la situazione?
Adesso l’intera questione va rivista in un ambito di responsabilità governativa e deve essere riconsiderata proprio per cercare di liberare maggiori risorse a favore dell’editoria. Cercando di evitare le posizioni dominanti.

Un’ultima domanda. Il presidente Napolitano ha lanciato un appello in difesa del pluralismo dell’informazione. Sarà proprio il governo dei professori a non ascoltarlo?
Lo escludo. Quanto scritto dal presidente della Repubblica rappresenta il cardine dell’intervento del governo.