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L'urto del pensiero

Interstellar: o della sinistra che non riesce a fare i conti col principio di realtà

INTERSTELLAR

 

Un noto filosofo autodefinitosi «non marxista», ma che malgrado ciò rispondeva al nome di Karl Marx, utilizzò un’espressione tanto semplice quanto esaustiva per evidenziare l’insopprimibile distanza che separa l’idea dall’azione, il principio ideale dal principio di realtà: «l’idea di un cane non morde!».

È capitato in questi giorni che la rivista «Scenari» (edita da Mimesis) si sia occupata di questo blog. Blog nel quale, sostanzialmente, mi era capitato (http://ilmanifesto.it/storia/qui-e-ora-possiamo-vogliamo-dobbiamo/) di scrivere un pezzo per affermare che una sinistra degna di questo nome doveva, pena l’estinzione definitiva nel regno dell’indistinto o post-ideologico che dir si voglia, rielaborare un manifesto programmatico, una teoria politica ampia che contenesse anche delle misure concrete da attuare pena il fallimento di quello stesso programma.

Nell’esprimermi in tal senso, facevo espressamente riferimento a Marx ed Engels. Sia per ricordare che i due non avevano potuto (né voluto) descrivere le caratteristiche e le modalità della società destinata a sostituire il capitalismo borghese, sia (però!) per ricordare come nell’opera maggiormente politica (il «Manifesto del partito comunista), al termine di una sintetica e ficcante disamina della situazione di quel tempo, si fossero ben preoccupati di stilare un elenco di dieci misure senza la realizzazione delle quali non ci sarebbero stati i presupposti per la «società giusta» come la intendevano loro.

TEORIA E PRASSI

Ora, il fatto che (per ammissione di un anti-marxista convinto come Popper) quei dieci punti si siano storicamente realizzati (ben al di là delle aspettative dei due rivoluzionari), unito a quello per cui nessuna indicazione era stata fornita sulle modalità di organizzazione della società «post-capitalistica», potrebbe essere alla base della crisi di riferimenti, di rappresentanza e naturalmente di progettualità in cui versa la sinistra non solo italiana.

In questo senso, lo ribadisco, è necessario «qui e ora» rielaborare (sulla base delle contraddizioni del tempo presente) una piattaforma teorico-pratica (dove teoria e prassi siano gramscianamente connesse da un filo unico), in grado tanto di fornire delle risposte concrete ai problemi di questo tempo infausto quanto di riaggregare gli entusiasmi e l’azione politica concreta intorno a un «nuovo sogno» di società più giusta.

L’alternativa è netta e sotto gli occhi di tutti: l’estinzione della sinistra in quanto tale e l’appiattimento su un «monopartitismo competitivo» (Pd contra Pd + L) che si arrende al pensiero unico del dogma neo-liberista.

Tutto questo, legittimamente, sembra non convincere Francescomaria Tedesco e Maria Grazia Turri, che appunto sulla rivista «Scenari» si producono in due lunghissime ed estremamente dotte riflessioni.

Il primo (http://mimesis-scenari.it/la-sinistra-tra-teoria-e-prassi/) commette a mio avviso un errore sostanziale, da cui poi ne deriva una visione sterile delle questioni politiche. Tale errore si evince fin dal suo esordio in cui, scomodando nientemeno che Agamben, vuole dirmi che «in una ricerca filosofica» la pars construens è contenuta già nella pars destruens e che, quindi, è un vero e proprio mito quello per cui i filosofi dovrebbero impegnarsi a elaborare delle proposte fattive all’interno dei propri lavori.

L’errore è a mio avviso evidente: in una «ricerca filosofica» può non essere indispensabile essere propositivi (anche se io dissento, specie quando si parla di filosofia politica), ma Tedesco si era forse distratto e non aveva notato che questo è un blog, il blog certamente di un filosofo ma comunque legato a un giornale con una chiara ispirazione politica.

In questo errore, a mio avviso, si riscontrano due elementi che spiegano tristemente buona parte della crisi culturale e politica del nostro tempo: il primo sta nell’aver smarrito la differenza sostanziale tra lo studioso di filosofia e il filosofo (quest’ultimo, specie se filosofo politico, si differenzia dal primo proprio nella misura in cui non limita la propria speculazione alla solita e noiosa chiosa a quello che hanno detto o dicono i classici). Il secondo consiste nella sconfortante pigrizia e autoreferenzialità con cui gli intellettuali si sono sempre più chiusi all’interno delle proprie eburnee speculazioni, pensando che in quei discorsi fra pochi, e sempre meno capaci di incidere sulla realtà quotidiana delle persone, possa risiedere una verità di natura superiore.

Errore ancora più grave, se me lo si consente, per quegli intellettuali sedicenti di sinistra, i quali per definizione riscontrando le contraddizioni e le criticità di un’epoca (per esempio le ingiustizie sociali), non possono poi accontentarsi di aver fornito l’ennesima interpretazione del mondo, magari accompagnata dal suggello di un prestigioso editore e di qualche buona recensione.

MORTE DELLA FILOSOFIA (E DELLA POLITICA)

In questo muore tanto la filosofia (sempre più marginale e relegata negli scantinati dal pensiero unico, a cui rendiamo il «gioco» sempre più facile), quanto una politica che voglia realmente incidere sul reale e provare a modificare quel mondo di cui si sono messi in evidenza i limiti e le ingiustizie (con l’esercizio della ragione critica, certo).

In tal senso mi ricollego anche alla critica (a mio avviso di stampo demagogico) che sulla medesima rivista della Mimesis mi rivolge l’attenta filosofa ed economista Maria Grazia Turri (http://mimesis-scenari.it/dobbiamo-possiamo-desideriamo-ma-le-differenze-sono-quelle-di-sempre/), alla quale va dato atto di affrontare un argomento tutto suo che soltanto a margine sfiora il mio.

Dove si incrocia con i miei argomenti, lo fa per negare, sostanzialmente, che vi fosse una pars construens in Marx (dimenticando, evidentemente, il decalogo contenuto nel Manifesto, le battaglie per il suffragio universale, per la legislazione sociale, per l’intervento fattivo dello Stato nelle questioni economiche, per non parlare della fondazione di un partito vero e proprio, per di più di respiro internazionale). E poi per accusarmi di «elitarismo intellettuale» (l’espressione è mia), in quanto mi sono permesso di scrivere che occorre un consorzio di persone colte e informate per comporre un manifesto teorico e programmatico su cui basare una futura e credibile azione politica.

Ora, a parte il fatto che questo sarebbe solo uno dei momenti della ricostruzione di una sinistra degna di questo nome (laddove, poi, l’azione politica e la rappresentanza potranno certamente trovare lo spazio per tutti e tutte, nessuno escluso), eviterei di prestare il fianco alla demagogia «movimentista» in salsa Cinque stelle.

L’illusione che tutti i cittadini indistintamente possano e debbano contribuire in tutte le fasi di costruzione di un progetto politico è appunto un’illusione (nefasta e populistica), mentre sarebbe più saggio e realistico (oltre che apprezzato) ritornare a pensare che le competenze, le abilità e i meriti devono (tornare ad?) avere un senso in questo Paese, e certamente nella fase di scrittura di un manifesto programmatico, per quanto si debbano ascoltare le istanze che provengono anche dalle persone meno edotte, si dovrà lasciare spazio a chi ha conoscenze e abilità nei singoli settori, tali da permettergli di avanzare proposte efficaci e realizzabili. Insomma, fra la demagogia del «tutti dentro» (democrazia diretta) e il governo tecnico dei pochi, in questo Paese abbiamo finito per dimenticare l’aurea mediocritas delle singole competenze e dei meriti specifici. Prima torneremo a valorizzarli e prima potremo coltivare qualche sana speranza di uscire dal baratro.

Demagogie populistiche o vuoti intellettualismi sugli intellettuali che, bontà loro, chinano il capo per ascoltare il popolo e commissionarsi con esso hanno già prodotto fin troppi guai!

INTERSTELLAR: HOMO FABER FORTUNAE SUAE

E poi, un fine settimana, ti succede di andare a vedere un film molto discusso in questi tempi come «Interstellar». La maestria holliwoodiana non si discute, per carità, e nemmeno la  capacità narrativa nonché di costruire immagini che rimangono dentro, oltre ad effetti speciali che accendono anche lo spettatore più spento e sfiancato da una giornata di duro lavoro.

Ma insomma, che il futuro dell’umanità debba essere riposto nel superamento delle barriere spazio-temporali, che consentirà a ognuno di noi di presentarsi a mo’ di fantasma dietro alle librerie dei nostri figli, per comunicare loro attraverso l’alfabeto morse il codice di salvezza del nostro pianeta, se mi si consente l’ardire esegetico, appare un tantino alla stregua di una cagata pazzesca.

Per non parlare del messaggio di fondo, secondo cui la verità e le risposte sono dentro di noi (Quelo, fiat voluntas tua!), la salvezza stessa dipende da noi, l’importante è che ci votiamo a quell’unica divinità riconosciuta che è l’amore (dopo la cioccolata, per carità), di cui naturalmente sono sacerdoti devoti ed esclusivi gli americani. Sì, perché se non si fosse capito il messaggio del film in questo senso è chiaro: l’America si è resa conto che il pianeta non gli basta più, anche perché così spremuto arriverà ben presto all’auto-distruzione, ed allora andiamo a mettere paletti e bandiere americane su tutti i pianeti vivibili dello spazio. Il tutto, naturalmente, in nome dell’amore (e della civiltà, della democrazia, dei diritti umani da esportare).

Che dire, attesissimo il seguito in cui il protagonista, citando vagamente Trainspotting, si perderà all’interno del water di casa della nipotina (destinata anch’essa ad invecchiare prima di lui), ma riuscirà comunque, con sapienti scossoni allo sciacquone, a comunicarle il codice salvifico per non affogare tutti nella merda…

È un film, si dirà. E infatti è solo un film, va preso per quello che è. La realtà è un’altra cosa, e continuare ad illudersi che l’idea di un cane possa mordere quanto un cane vero rischia di produrre mostri che, a differenza di quanto accade al cinema, non se ne andranno con i titoli di coda…