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La rete nel cappio

In nome dell’attitudine hacker

Può essere letto come un libro nostalgico. Ma anche come un’epopea di una

stagione che ha lascito un grande patrimonio di conoscenza in eredità. Hacker di Giovanni Ziccardi (Marsilio editore, pp. 288, euro 19,50) non nasconde la sua empatia verso quel gruppo di pionieri che partirono non alla conquista di Internet ma per affermare un principio radicale di libertà applicato alla computer science: le informazioni devono essere condivise, il computer è una scatole nera che va aperta affinché tutti sappiano come funziona e per farle compiere, senza nessun intervento degli «esperti», quelle operazioni che si ritengono utili. E attorno a questo obiettivo minimo sono diventati una presenza stabile nella «cultura di Rete», accettando i cambiamenti che nel frattempo sono intervenuti. L’autore non lo scrive ma sono in molti gli studiosi che sostengono il contributo fondamentale degli hacker nello sviluppo della Rete così come oggi la conosciamo. Ad esempio, Manuel Castells, noto studioso dell’«era dell’informazione», si è spinto molto più in là, arrivando a definire la «sottocultura hacker» come uno dei pilastri di un nuovo modo di produzione capitalistico. Ma ciò che il libro di Ziccardi prova a fare è un’altra operazione: vedere se quella stagione epica dell’hacking sia sopravvissuta all’avvento dei social network, di Google e di Facebook. La sua risposta non è inequivocabile. Alcune attitudine sono rimaste, altre sono da consegnare alla storia, sostiene l’autore.

La meritocrazia che verrà
Docente di informatica legale alla Statale di Milano, Ziccardi ha studiato i cambiamenti intervenuto nel diritto che regola la proprietà intellettuale e l’evoluzione che ha subito il concetto di «crimine informatico». Ed ha maturato l’idea che spesso ciò che è definito crimine dalla legge per un hacker è l’affermazione di un diritto che la legge talvolta nega: accesso alla conoscenza, libertà di espressione. E su questi conflittuali punti di vista la sua preferenza va all’attitudine hacker. Non prima però di aver ricordato che un hacker quando viola un sito Internet lo fa solo per due motivi. Il primo è mettere in evidenza le falle nella sicurezza; il secondo motivo è per affermare che il segreto industriale, quando si parla di informazione, deve essere subordinato al diritto dei singoli di poter avere accesso a tutte le informazione per meglio decidere. Ma un hacker, ricorda l’autore, non distrugge niente, lascia intatto ciò che ha «scardinato». E cosa più importante rende pubblica la sua azione solo ai suoi simili. È da loro che infatti viene riconosciuta la sua sua abilità e la sua «competenza». Per quanto riguarda i rapporti con la polizia e i responsabili della sicurezza vige un altro tipo di rapporto: rispetto, ma anche consapevolezza che sono i custodi di un ordine sociale che non è molto amato.
Elementi già noti. L’attitudine hacker non si esaurisce in questa etica della libertà. L’aspetto che il libro di Ziccardi affronta solo marginalmente è la concezione ludica del lavoro associata a una meritocrazia e a una esaltazione della condivisione, fattori tutti che compongono l’«etica del nuovo capitalismo», come hanno sottolineato tutti i teorici della cosiddetta wikinomics.
Dunque gli hacker hanno vinto, verrebbe da dire. Non è certo così. Ma è indubbio che molte delle motivazioni che hanno portato tra la metà degli anni Ottanta e tutti gli anni Novanta del Novecento molti giovani a fare hacking sono diventate moneta corrente nel Web. E tuttavia hacker è ancora sinonimo di pirata, di fuorilegge. Rispetto a queste connotazioni negative il libro di Ziccardi spende molte pagine per destrutturarle. L’autore, va ricordato nuovamente, insegna informatica legale e conosce bene la materia. Sottolinea più volte che le campagne mediatiche contro i «pirati informatici» e gli hacker hanno creato una situazione di emergenza e di pericolo che non ha la enormi dimensioni su cui si sono dilungati giornalisti e opinion makers. Ma anche queste connotazioni negative stanno lentamente scomparendo. Ad esempio, negli Stati Uniti si sono moltiplicati gli studi che mettono in positivo la figura del «pirata», perché sinonimo di intraprendenza, di spirito imprenditoriale. E se i pirati assaltavano le navi, preparando il terreno al nascente capitalismo, gli hacker hanno diffuso il virus di quello contemporaneo.

Il ciclone Assange
Ma se la realtà attuale ha fatto propria l’etica hacker vuol dire che è giusto consegnare alla storia le loro gesta? La risposta non può che essere positiva, se le cose stessero effettivamente così. A TeoremaTour questo panorama è bastato che un hacker australiano mettesse in piedi un gruppo di attivisti e di hacker che rendesse pubblici i materiali segreti venuti in loro possesso. Julian Assange, è noto, è stato un hacker conosciuto nella scena underground della Rete. Aveva conosciuto anche la prigione, seppur per pochi giorno solo perché era stato accusato di essere entrato «illegalmente» in alcuni archivi «riservati» di imprese e istituzioni governative. E quando ha dato vita a Wikileaks ha fatto leva proprio su alcuni dei capisaldi dell’etica hacker: la critica ai segreti di stato e industriali, la tendenza a condividere le informazioni. E ha cominciato a diffondere materiali che hanno reso note informazione e decisioni presi da governi, banche che riguardavano però la vita di tutti quanti.
Nel fare questo ha provocato un terremoto, che non ha coinvolto solo imprese e governi, ma la Rete stessa. Immaginare la rete ignorando Wikileaks è diventato infatti semplicemente impossibile. Dal punto di vista economico, ad esempio, questo ha comportato il successo di imprese che propongono software e tecnologie per rendere più «blindati» i siti Internet. Ma il vero terremoto è che Wikileaks ha fatto emergere una nuova realtà hacker – la firma collettiva dei mediattivisti di «Anonymous» e non solo – che non coincide con la lettura funzionale al capitalismo dell’«etica hacker». È questa il vero terremoto che consente di lasciare i testi sull’epopea hacker del recente passato alla critica roditrice dei topi.

Articolo apparso su il manifesto del 21 maggio 2011