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Haka!

In fondo al pozzo

Il nostro rugby è finito in un pozzo nero. Gli è già capitato in passato ma questa volta è peggio. Un anno fa l’Italia chiudeva uno dei migliori Sei Nazioni della sua storia, quello che si è concluso ieri è uno dei peggiori. Cinque sconfitte, un esordio promettente con il Galles a Cardiff e da lì in poi un progressivo sgretolamento della squadra. 14 mete incassate nelle ultime due partite contro due squadre, Irlanda e Inghilterra, che nel 2013 non ce ne fecero neanche una. Ieri a Roma la sfida (difficile già in partenza) con l’Inghilterra è finita 11-52. Sette mete messe segno dal XV della rosa contro una italiana, frutto di un intercetto di Leonardo Sarto nel secondo tempo (68’), quando tutto era già perduto.
Nulla ha funzionato. Non la difesa e non l’attacco, non la mischia (se non nel primo tempo) e mai la touche, male l’Italia nei punti di incontro ma assai peggio nella gestione del gioco. Pochi palloni conquistati per poi buttarli via. Le statistiche, impietose, raccontano di un avversario che ha passato il 68 per cento del tempo nella metà campo azzurra, di troppi placcaggi sbagliati (25 contro 8), di quattro mischie perdute. Inoltre, gli inglesi con la palla in mano hanno percorso il doppio di metri con la palla in mano e prevalso nettamente nei punti di incontro. Per puro dovere di cronaca, la sequenza delle mete inglesi è la seguente: Mike Brown (12’), Owen Farrell (31’), Mike Brown (37’), Jack Nowell (52’), Mako Vunipola (60’), Manu Tuilagi (67’), Chris Robshaw (81’). Owen Farrell ha chiuso il match con una media di otto su otto dalla piazzola. Sipario.
A un anno e mezzo dalla coppa del mondo l’Italia è dunque sprofondata in un pozzo dal quale sarà non impossibile ma certo complicato risalire. Le basi su cui si appoggia il movimento rugbistico italiano sono fragili e poco estese. Le due franchigie e l’esperienza della Celtic League sono messe in discussione per i loro costi economici e per la mancanza di chiarezza sulle politiche da perseguire e sugli obiettivi fissati. Molti giocatori non hanno ancora idea di che cosa riserva loro il futuro, in quali squadre giocheranno e con quali realtà dovranno confrontarsi. Jacques Brunel, chiamato tre anni fa a guidare la nazionale, si rende lui stesso conto che così è difficile andare avanti. Nei prossimi giorni lui e la presidenza federale dovranno sedersi a un tavolo e trovare un accordo su come proseguire. “Quali sono le nostre ambizioni? Che cosa vogliamo costruire? Quali obiettivi ci poniamo e con quali mezzi intendiamo raggiungerli? Queste sono le domande che dobbiamo porci. Io adesso non ho risposte da dare”, ha detto ieri Brunel, incalzato in conferenza stampa.
La partita di ieri non ha avuto storia. In uno stadio Olimpico tutto esaurito, dopo un quarto d’ora l’Italia appariva frastornata e senza punti di appoggio. Gli inglesi erano meno ossessivi dell’Irlanda nella pressione fisica ma molto più veloci nel gioco alla mano. Rubavano palla, avanzavano e bucavano la difesa azzurra. Avevano un obiettivo: vincere con uno scarto superiore di 51 punti e a quello si sono dedicati. Servivano mete, anche a costo di forzare il gioco alla mano (l’intercetto di Sarto è nato così). All’intervallo erano avanti di 18 punti, e al 67’ di 39. La meta italiana gli ha un po’ tagliato le gambe, provocando un calo di tensione. A quel punto la partita era vinta ma loro hanno cominciato a pensare a quel che sarebbe successo a Parigi: Let’s Go France.
E allora Parigi. Francia-Irlanda è stata giocata all’ultimo sangue. Il risultato è stato in bilico per tutti e ottanta i minuti, in un’altalena di emozioni, con i padroni di casa prima avanti con i calci piazzati, poi sotto (mete di Sexton e Trimble), poi nuovamente avanti alla fine del primo tempo (meta di Doulin e 13-12), e poi ancora sotto quando gli irlandesi sono riusciti ad allungare (13-22) grazie alla seconda meta personale di Jonathan Sexton. Era il giorno di San Patrizio e con quei 9 punti di vantaggio sembrava fatta, ma i francesi si sono ancora riportati sotto con la meta di Szarzewsky. Sul 20-22 i francesi hanno cercato l’assalto finale: bastava un penalty tra i pali e l’Irlanda sarebbe tornata a casa con le pive nel sacco, avendo perso tutto. La trincea irlandese ha però retto, nonostante la fatica e i molti cambi per infortunio. Festa in verde e commiato per Brian O’Driscoll.