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La rete nel cappio

In Cina l’hacking è di stato

Le parole possono far male e talvolta sono più pesanti delle pietre. E se un vicepresidente di una impresa specializzata in

sicurezza informatica punta l’indice contro uno stato sovrano, accusandolo di aver organizzato una campagna per violare sistematicamente gli archivi digitali di altri stati sovrani e di organismi internazionali, è lecito supporre che le parole che ha usato sono state attentamente scelte. È di ieri, infatti, la notizia della diffusione di un rapporto stilato da Dmitri Alperovitch, vicepresidente della McAffe’e e figura di primo piano del settore Ricerca e Sviluppo, sull’operazione «Shady Rat» iniziata nel 2006 e che ha coinvolto oltre settantadue siti di organizzazioni internazionali, Stati, imprese. Le incursioni erano finalizzate ad accedere a materiali riservati; inoltre, secondo il rapporto le azioni di phishing – il termine tecnico per indicare questo tipo di operazioni – vedevano coinvolti dirigenti e funzionari di uno stato potente, interessato ad acquisire informazioni delle Nazioni Unite, del Comitato olimpico internazionale, di molte agenzie del governo federale statunitense, ma anche di accedere a documenti riservati di paesi come il Vietnam, la Corea del Sud, Taiwan e di tantissime imprese «straniere» operanti sul suo territorio. Nel documento non viene mai accusata direttamente la Cina, ma i riferimenti sono così stringenti che gran parte dei media statunitensi che hanno riferito del suo contenuto sono concordi nell’indicare Pechino come la mente occulta dell’operazione «Shady Rat». In primo luogo, perché le Nazioni Unite sono state spesso chiamate a prendere posizione sul Tibet, perché il Vietnam è una nazione che ha cercato di ritagliarsi uno spazio nel decentramento produttivo globale, perché il Comitato olimpico internazionale era il «controllore» sugli stadi di avanzamento dei lavori per la preparazione delle olimpiadi del 2008.
Non è la prima volta che la Cina viene ritenuta responsabile di azioni di questo tipo. Già nel febbraio scorso Google aveva accusato il governo cinese di aver organizzato azioni di sabotaggio contro il suo servizio di posta elettronica, dopo che la società di Mountain View aveva denunciato i tentativi di censura nei suoi confronti rispetto ad alcuni contenuti sgraditi a Pechino raggiungibili usando il motore di ricerca. Un’accusa nata all’interno di un contesto dove la posta in gioco non era certo la libertà di espressione, sacrificata in passato sull’altare del business da parte di Google, ma il ricco mercato cinese della telefonia mobile – settore dove è impegnata Google – e dei motori di ricerca. Il governo cinese non aveva mai nascosto le sue preferenze per le imprese cinesi operanti in questi settori e le azioni di sabotaggio elettronico furono interpretate come una espressione di «nazionalismo economico» da parte di Pechino.
Ed è proprio in quei frangenti che i media statunitensi cominciarono a pubblicare reportage e inchieste sul mondo dell’hacking cinese. Ma quello che emergeva non era una realtà di giovani «smanettoni» che, al pari dei loro simili americani o europei, amavano sfidare i sistemi di sicurezza informativi per dimostrare la loro maestria nella computer science. Accanto a giovani hacker, c’erano invece altri personaggi. Molti di loro indossavano la divisa dell’Armata Rossa e si aggiravano per le università cinesi per reclutare ingegneri, fisici, informatici da impiegare in una unità militare specializzata in cyberwar.
Ovviamente, i giornali e le riviste statunitensi che pubblicarono quegli articoli non erano neutrali. Ed è cosa nota le tensioni tra Cina e Stati Uniti. Tensioni che molti spesso qualificano come «guerre commerciali» e «conflitti geopolitici» per l’egemonia nell’economia mondiale. Ma come spesso accade in queste situazione, una parte di verità quegli articoli la svelavano.
In un documento pubblicato dal giornale dell’Armata Rossa cinese, poi diventato saggio di successo (in Italia è stato pubblicato con il titolo Guerra senza limiti, Libreria Editrice Goriziana, i generali Qiao Liang e Wang Xiangsui segnalavano che l’esercito doveva cambiare pelle per adeguarlo al nuovo ruolo mondiale della Cina. Nel testo, che prendeva atto della superiorità tecnologica dell’esercito statunitense, c’era una parte dedicata alla cyberwar. Nel futuro, le informazioni saranno una risorsa strategica e una materia prima fondamentale nell’economia mondiale e nei conflitti militari. Per questo, l’esercito cinese doveva sviluppare una propria divisione dedicata, appunto, alla cyberwar. «Consiglio» fatto proprio dal governo cinese, che, in una strategia di lungo periodo, ha definito programmi di investimento, acquisizione di personale che in recente testo del Partito comunista cinese è stato definito come la strategia per far diventare la Cina la prima «società della conoscenza» dell’economia mondiale. E se la conoscenza è materia prima fondamentale, oltre ad essere prodotta può essere anche acquisita, sia legalmente che «illegalmente».
Sia ben chiaro, il governo cinese non si comporta in maniera molto differente da quello che fanno gli Stati Uniti e i paesi dell’Unione europea. Lo spionaggio industriale è immanente allo sviluppo capitalistico. Più prosaicamente, può essere tranquillamente affermato che la cyberwar è immanente allo sviluppo capitalistico contemporaneo.
Occorre però soffermarsi sulla notizia proveniente dagli Stati Uniti e provare a considerare il documento di McAffee’s come un episodio di tale «guerra cibernetica». Un cultore del lessico dominante su Internet potrebbe affermare che siamo alla sua versione «1.0». In fondo si tratta di un report e nulla più. E tuttavia la McAffee’s è stata recentemente acquisita da Intel, cioè uno dei maggiori produttori di microprocessori nel mondo, che ha rapporti tesi con il governo di Pechino, perché quest’ultimo favorevole allo sviluppo di una industria nazionale sui microprocessori. Inoltre, la denuncia dell’operazione «Shady Rat», nonostante la gravità della situazione descritta, ha suscitato poche reazioni tanto negli Stati Uniti che in Cina. La pubblicazione del report potrebbe essere dunque considerato come un episodio di quella cyberwar che non ha come obiettivo l’egemonia politica di questo o quel paese, bensì le ambizioni imperiali del «nazionalismo economico» cinese rispetto alle difficoltà dell’economia statunitense.
Rispetto a tutto ciò, Internet continua ad essere l’oggetto del desiderio di conglomerate, governi nazionali con ambizioni imperiali (la Cina), realtà imperiali in declino (gli Usa). È dunque tempo che tali volontà di potenza trovino sulla loro strada altre realtà e esperienze altere e ostili a quanto detta l’agenda dello sviluppo capitalistico.
articolo apparso ul il manifesto del 4 Agosto
  • Methodologos

    Caro Vecchi, l’articolo è interessante e, nell’ultima parte, raddrizza un po’ il ragionamento che, all’inizio, mi sembra partisse un po’ con il piede sbagliato dando credibilità a una denuncia alquanto partigiana. Che la McAffee’s si erga gratuitamente a difensore del Vietnam o del CIO appare alquanto improbabile: lei cosa ne pensa?
    Visto che lei è una persona competente, forse piacerebbe a molti leggere da lei anche qualcosa sulla situazione “dall’altra parte della collina”, là dove accadono cose che i media del mainstream occidentale non raccontano ( o celano ). Se siamo in una situazione nella quale un impero sta iniziando a sgretolarsi ( e lotta con mezzi anche sporchi ma dissimulati da nobili nomi del mondo digitale ) sarebbe interessante sapere cosa stanno facendo quelli che, in un modo o nell’altro, vogliono sgretolarlo.