closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Generazioni Occupy

In aeroporto per l’arrivo di Erdogan. #OccupyGezi

image

image

image

sulla strada

image

  • Marcella Guerrieri

    In questo roboare di eventi, dove violenze e soprusi a danno di chi intende esprimere la propria opposizione al governo marcano il passo, appare assordante la mancanza di una presa di posizione ufficiale della nostra nazione, del governo, così come di singoli parlamentari.
    Dapprima singole e timide, relegate a cronaca locale, le voci di opposizione di una generazione, hanno percorso i vicoli di Istanbul, espandendosi e dilatandosi, marcando i toni più accesi e i volumi più acuti, sfociando con rapidità inattesa fino a Taksim, luogo simbolo di ogni manifestazione che pretende attenzione e risposte. E da lì straripando nel volgere di un mattino verso le rive del Bosforo, per prendere poi ancora forza e invadere come mare in tempesta la riva asiatica di una città e poi di una nazione, ora più che mai sospesa fra due continenti. Due modelli di democrazia e società, due diverse modalità di intendere i diritti umani e primo fra tutti il diritto di libera espressione. “Muore un albero, si sveglia una nazione”, di ora in ora, di giorno in giorno quelle prime grida di Taksim e di Gezi Park sono ormai un boato, che percorre la nazione tutta, da Istanbul ad Ankara, da Smirne a Konya, riecheggiando nel tempo di un presente storico le parole di Nazim Hikmet.
    Mettendo a rischio la propria incolumità personale, turchi di ogni età, donne e uomini, laici e religiosi, lavoratori manuali e delle professioni liberali, intellettuali e artisti, insegnanti e studenti e soprattutto loro, danno vita in queste ore ad un rituale laico. Quello dell’incontro quotidiano nelle piazze d’ogni città e quartiere per esprimere con una forza collettiva la propria volontà al dissenso, dichiarandosi apertamente contro un governo che da dieci anni sta minando dalle fondamenta proprio la laicità della Repubblica Turca. Dissenso sempre più marcato verso le scelte di politiche radicalmente islamiste di un governo sempre più impopolare, arroccato com’è a difendere un evidente progetto di trasformare la Turchia, nazione laica e contemporanea, nella Repubblica Islamica di Turchia. Agli insegnanti di ogni ordine e grado, dalle scuole primarie alle università si deve quell’educazione alla laicità. Laicità, pilastro ideologico basilare delle riforme di Kemal Ataturk, che come l’azione di protesta di un’intera generazione di giovani dimostra in queste ore è ancora radicata in questo paese, dura ad essere sconfitta, seppure fortemente contaminata dalle recenti riforme dell’intero sistema scolastico. A loro, a maestri e professori, intellettuali ed artisti, editori e librai si deve dare in parte il merito di aver formato una generazione laica capace ancora di opporsi a regole e leggi oppressive volte a sconvolgere modelli educativi, pratiche quotidiane, fino a farsi lesive delle libertà personali.
    Questa opposizione democratica merita attenzione. Tutta l’attenzione che merita. Da parte italiana e delle democrazie europee sinora silenti…