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Il testo integrale dell’accordo su Fiat Mirafiori

Ecco il testo integrale originale dell’accordo del 23 dicembre su Fiat Mirafiori.

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Di seguito le “spiegazioni tecniche” della Fiom.

Se voti «sì», ti autolicenzi (dal manifesto dell’11 gennaio 2010)

Lo scontro verbale è durissimo perché ci si gioca una partita senza tempi supplementari: se passa il «modello Mirafiori» nessun lavoratore italiano potrà più sentirsi tutelato da Costituzione, legge, contratto e (se vuole) sindacato. Sarà nudo e in balia delle scelte inappellabili del suo datore di lavoro. Il moltiplicarsi di interviste e dichiarazioni – in vista del «referendum» alle carrozzerie – dà il polso della tensione.

La Fiom Cgil, ieri mattina, ha precisato ancor meglio i dettagli di merito dell’«accordo» sottoscritto da Fim, Uilm, Fismic e Ugl (oltre naturalmente all’«associazione dei quadri») nel corso di un’affollatissima conferenza stampa nella storica sede dell’Flm (quando i sindacati dei metalmeccanici sembravano a un passo dall’unificazione). Ecco il quadro che è venuto fuori dalle risposte della segreteria nazionale (Maurizio Landini, Giorgio Airaudo, Sergio Bellavita).

Senza cessione di ramo d’azienda

È il punto «innominato», pensato per scardinare l’intero diritto societario esistente, che contiene anche contratto nazionale e «parti sociali» (sindacati e Confindustria). Il testo parla di una joint venture tra Fiat e Chrysler, una società nuova – dunque – per cui non prevede però «trasferimento di ramo d’azienda». Tranne la proprietà (al 50%), tutto il resto rimane uguale (stabilimento, prodotto merceologico, personale); è una classica cessione in piena regola.

Perché negarlo e chiedere un «referendum» per farlo accettare? Probabile che si voglia predisporre la barriera alla marea di ricorsi giudiziari che i singoli lavoratori potrebbero avanzare per vedersi riconosciuta la «clausola sociale» (art.2112), ossia il mantenimento dei livelli di inquadramento, salariali e contrattuali goduti nella «vecchia» società. Insomma: con il «sì» i dipendenti «si autolicenziano», rinunciando a tutti i diritti acquisiti e abbracciando il nuovo inquadramento per favorire il mitico «investimento da un miliardo».

Investimento? Nessun impegno

È la parola più pronunciata in questi giorni, ma nell’«accordo» non c’è. Se ne trova traccia solo in un foglio sperso tra gli «allegati»: un banale comunicato stampa, di nessun valore contrattuale o giuridico, però firmato da Sergio Marchionne. Tutto qui.

Turni, straordinari, recuperi

I tre turni giornalieri è problema affrontato e risolto senza problemi in molti altri impianti, anche della Fiat. Qui l’«innovazione» riguarda solo il numero di ore straordinarie (120, senza alcuna contrattazione, ma estensibili a 200) e il fatto che i recuperi di produzione andata persa per motivi esterni (mancate forniture comprese) saranno decisi dalla sola azienda.

Pagamento malattia

La Fiat abolisce motu proprio il pagamento dei primi due giorni di malattia, obbligatori per legge. Misura presentata come «anti-assenteismo».

Diritto di sciopero

Rispetto al testo per Pomigliano la formulazione è diventata più sfumata, ma in senso peggiorativo. Dono infatti considerati «sanzionabili» tutti quei comportamenti che mettono in forse l’attuazione di tutte le clausole di questo «accordo» o che ne «inficiano lo spirito». I sindacati che dovessero appoggiare questi «comportamenti» o anche solo non «prevenirli» verranno a loro volta sanzionati (meno permessi, distacchi, ecc).

Rappresentanza sindacale

È il punto più politico di tutta l’operazione: organizzazioni che non hanno firmato non avranno agibilità sindacale (delegati, permessi, assemblee, riscossione delle quote tramite l’azienda, possibilità di presentare liste per l’elezione dei delegati, ecc). Di fatto, i dipendenti non potranno più scegliersi il sindacato che preferiscono – votando o iscrivendosi – in barba allo sbandieratissimo «principio di libera concorrenza».

Al contrario, verranno «rappresentati» in azienda da un gruppo di «nominati» in parti eguali dalle sigle firmatarie (compresi i capi), senza alcun riguardo per i voti o gli iscritti raccolti.
Possono bastare questi elementi per giustificare il giudizio di Landini: «questo non è un brutto accordo, ma piuttosto un cambio epocale nelle relazioni sindacali». Dovesse passare, si riaprirebbe l’era in cui nessun lavoratore può aprire bocca sulle proprie condizioni di lavoro e sono invece le imprese a scegliere con chi fare «accordi». Senza contratti nazionali di lavoro, che «non servono solo ai lavoratori, ma anche alle imprese». Come? «Stabilendo regole generali valide per tutti, si impedisce la concorrenza sleale su salari e norme».

Un esempio viene proprio dagli Stati uniti, dove il sindacato quasi non c’è e tantomeno è stato mai fatto un contratto nazionale. «Lì, quando sono arrivati giapponesi e coreani, liberi di fare ognuno il suo contratto, sono andati in crisi i produttori storici di automobili Usa». La mossa di Marchionne, insomma, «rende inutile anche Confindustria».

Ma il messaggio principale è per gli operai delle carrozzerie di Mirafiori: «non diamo indicazioni di voto, perché non è giusto caricare tutte le responsabilità su chi si trova sotto ricatto; ma garantiamo che la Fiom non firmerà questo accordo in nessun caso. Non li lasceremo soli». Con le «iniziative sindacali», naturalmente; ma anche «sul piano giuridico». Finché esistono una Costituzione e una legge, infatti, non possono davvero esser fatte arretrare davanti ai cancelli di uno stabilimento. Specie se rappresenta la storia industriale – e quindi operaia – di questo disgraziato paese.

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  • giancarlo

    Lavoro in una azienda sanitaria pubblica, negli anni 90 ero il rappresentante sindacale CGIL, sono ancora iscritto, ma alle assembleee unitarie, su 1500 dipendenti partecipano se va bene poche decine di colleghi, in pratica 20 persone, di chi la colpa? Le pause per alcuni sono una sigaretta ogni mezz’ora e si protesta pure, al bar interno quante volte vuoi, carichi di lavoro mai controllati, malati immagginari sempre in ruolo e cosi via e non sto con Marchionne ci mancherebbe pure, a si biri tottus in pari e in paxi

  • scandaletti mirco

    probabilmente vincerà il si,credo sia la soluzione piu logica. Ma ovviamente nessuno è d’accordo che vengano persi decenni di lotta sindacale,nessuno vuole essere in balia dell’azienda ma purtroppo il futuro sarà questo se non capiamo che comprare prodotti made in china danneggia il nostro paese. Informatevi dove vengono fatti dove vengono assemblati. Comprate cibo italiano,comprate vestiti italiani,comprate italiano e vedrete che le cose si sistemano. Piuttosto che comprare a basso costo non comprate,poi non è detto che il prodotto italiano è di lusso. Anche nei banchi di frutta e verdura non comprate roba dell’estero…………assurdo! Io lavoro in un’acciaieria che lavora anche per la Fiat e come tutti son preoccupato per questa svolta che sta venendo nel nostro paese,dobbiamo essere uniti e nazionalisti. La globalizzazione dà molte possibilità…………..ma ai paesi sottosviluppati,non di certo a noi. . il divario tra ricco e povero aumentera parecchio. Non guardiamo gli altri paesi,se torniamo ad essere la nazione di un tempo,quella invidiata da tutti,nessuno ci tiene testa. Un messaggio agl’imprenditori di tutte le categorie……..NON ASSUMETE STRANIERI PORCA MISERIA.. loro portano gli stipendi all’estero oltre a lavorare male. Poi non lamentatevi se si spende meno in Italia. Cazzo prendono mille euro a testa vivono in dieci per appartamento e mangiano pane riso cipolla………………..dove volete andare. Risparmierete sugli stipendi ma dopo vendete meno di quello che potreste vendere e allora che serve? Basta con la solita scusa che l’italiano non fa piu certi lavori,CAZZATE. Ci sono ancora quelli che hanno voglia di fare. RIDATE L’ITALIA AGL’ITALIANI E COMPRIAMO ITALIANO,NON COMPRATE CAZZATE CHE SONO SOLO CINESI COMPRATE POCO MA BENE COMPRATE SANO MANGIATE SANO FATE SPORT STATE ALL’ARIA APERTA FATE VACANZE ITALIANE. Firmato un Operaio