closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Poltergeist

Il tenente Colombo – La maieutica della colpa

Il tenente Colombo è riuscito a costruirsi una nicchia d’eternità nella tradizione della crime story pur non essendo veramente un personaggio. L’investigatore stropicciato ha attraversato vent’anni di televisione senza mai dare alcuna informazione su di sé – quando gli chiedono quale sia il suo nome, risponde: “tenente” – citando spesso una moglie che nessuno ha mai visto e dichiarando di essere appassionato di ciò che appassiona i criminali con cui ha a che fare. Perché il tenente Colombo non è un investigatore: lui sa già fin dall’inizio chi ha commesso il delitto e il suo ruolo è quello del demone socratico che induce il colpevole a confessare. Nella linea dei detective nati dagli scrittori del XIX secolo, Colombo rientra certamente nella categoria dostojevskiana creata dall’ispettore Porfirij, che indaga sugli omicidi commessi da Raskolnikov in Delitto e castigo. Porfirij, cioè “rosso” in lingua russa, è l’alter ego di Raskolnikov, il cui nome, Rodiòn, significa anche rosso. Nel romanzo, Raskolnikov è convinto che Porfirij sappia che è stato lui a uccidere le due vecchie e l’insistente presenza del poliziotto nella sua vita è il motivo principale per cui, alla fine, il protagonista confessa.

Colombo assilla gli assassini in modo simile, intromettendosi sempre come una fastidiosa, incancellabile coscienza che, senza far altro che essere presente, chiude sempre i casi con una confessione. In questo senso il tenente non è il classico investigatore a cui siamo abituati perché non ci sono misteri – nemmeno per lo spettatore che sa tutto fin dall’inizio – e le puntate hanno il fascino di un test psicologico che rivela, infallibilmente, la potenza del senso di colpa. Questa funzione maieutica del detective meno detective della storia riporta la figura del garante della giustizia a quella del controllore delle coscienze, al ruolo socratico della guida che stringe sempre anche i più cinici criminali a riconoscere la potenza della legge morale dentro di noi.

Posizionato a metà tra Socrate e Kant, Colombo ha segnato la storia della televisione complicando l’ovvietà del suo ruolo sociale ed eludendo le necessità del suo ruolo narrativo: è uno schiaffo all’ipercorrettismo della generazione CSI, della fiducia nella scienza e nella tecnica; il tenente ritardatario e ripetitivo non ha bisogno di scoprire ciò che, proprio perché è avvenuto, si pone come esistente.

Peter Falk è morto ma Colombo, non essendo mai stato veramente vivo, nemmeno come personaggio, resterà come metafora eterna dell’incancellabilità della macchia, e se si polemizza molto oggi sui rischi offerti dalle serie come Law & Order e CSI, perché sembrano indicare con precisione cosa fare e cosa non fare per ottenere il delitto perfetto, agli occhi di una figura come Colombo il delitto perfetto non può esistere, perché ogni atto compiuto diventa immediatamente e incancellabilmente evidente.

Voto: A-

  • http://www.pasqualemisuraca.com Pasquale Misuraca

    Bello e buono. Ma chi l’ha detto che il bello e il buono non si prendono, come l’acqua e l’olio?

    Finendo di leggerlo come si segue una freccia chiamata dal bersaglio mi è tornato in mente un aforisma di Ennio Flaiano che trova qui la sua perfetta inquadratura: “L’importante non è scoprire l’uovo di Colombo, bensì covarlo.”

  • Harken

    Cara Nefeli,

    grazie per l’interessante e bel ricordo del grande (e sottovalutato) Falk.
    Tuttavia, non è affatto vero che questo suo “cavallo di battaglia”, l’apparentemente svagato (solo apparentemente: in realtà geniale, al pari dei massimi “eroi” della letteratura di genere) Colombo, vada preso come “schiaffo all’ipercorrettismo della generazione CSI, della fiducia nella scienza e nella tecnica; il tenente ritardatario e ripetitivo […] non ha bisogno di scoprire ciò che, proprio perché è avvenuto, si pone come esistente.”

    Questo è ciò che vediamo noi, e la “novità” della serie stava probabilmente proprio nel suo mostrare, a fatti e colpevoli A NOI già noti, i meccanismi cognitivi dell’investigatore al lavoro (oltre che in varie altre caratteristiche: a cominciare dalla leggera coloritura in termini di “conflitto di classe”, con l’assassino sempre ed immancabilmente proveniente dal jet-set facoltoso e corrotto, e il poliziotto apparentemente proveniente dal “sottoproletariato”).

    Ma, a quanto sostiene uno statistico dell’Università La Sapienza (Giulio d’Agostini, nell’articolo che si trova a ), l’attività di Colombo potrebbe invece considerarsi giusto un modello di investigazione scientifica, e di quello che fanno i c.d. “scienziati” nel corso delle loro giornate: vale a dire, avanzare ipotesi e sottoporle a controllo sperimentale. In altre parole, Colombo è scienza nella sua forma più pura: e lo schiaffo, semmai, non è “all’ipercorrettismo della generazione CSI”, ma – come del resto noti anche tu – al sogno che le indagini possano procedere come una freccia, dritte dalla “crime scene” all’inappellabile incriminazione del colpevole, in meno di quarantacinque minuti di filmino (e, nella “realtà virtuale” di quest’ultimo, immancabilmente in non più di tre-quattro giorni).

    Tutto ciò, a quanto pare, negli Stati Uniti (ma, temo, anche da noi) sta cominciando a rivelarsi ESTREMAMENTE controproducente nello svolgimento delle indagini VERE, ma soprattutto nello svolgimento dei processi (al punto che si comincia a parlare di “sindrome CSI”): con giurie che chiedono sempre più “prove scientifiche incontestabili” (non sapendo che ogni “pezzo di evidenza probatoria” ha comunque, di per sé e per sua stessa natura, carattere probabilistico: ed è quindi inevitabilmente “contaminato” da un’incertezza più o meno grande), sempre più “evidenza tangibile” (ignorando che, il più delle volte, raccogliere “pezzi di evidenza probatoria” sulla scena dei crimini è tutt’altro che facile, e non ha niente a che vedere con le operazioni tipicamente “lisce come l’olio” che si vedono in CSI); ma soprattutto indagini SEMPRE PIÙ VELOCI E PRECISE (come se le due cose potessero andare insieme).

    Questa potrebbe dunque essere la vera grandezza di Colombo: di rappresentare, allo stato puro, quella LOGICA PROBABILISTICA – capace di misurarsi con l’incertezza senza pretendere di eliminarla – che alla fine dei conti tutti quanti usiamo, in ogni istante delle nostre giornate, il più delle volte (come sostiene lo psicologo cognitivo tedesco Gerd Gigerenzer) senza rendercene conto.

    Quindi, sì Dostoevskij: ma anche il reverendo Bayes. E, chissà, forse anche un pizzico di David Hume…

    Grazie ancora :)

  • Harken

    P.S.: l’articolo di d’Agostini si trova a http://arxiv.org/abs/1003.2086 e s’intitola ‘A defense of Columbo (and of the use of Bayesian inference in forensics)’ (ovviamente, Columbo sta per Colombo: credo sia il cognome originale del personaggio)…