closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Anziparla

Il sessismo dei “signor-sì-ma”

«Foto rubate alle attrici», titolano oggi diversi quotidiani facendo riferimento alla pubblicazione di alcune fotografie private di donne celebri mentre sono nude o mentre fanno sesso. «Rubate», dunque, perché sottratte senza permesso dagli account di iCloud (la responsabilità è piuttosto chiara). Si leggono però molte altre interpretazioni: se si trattasse di una falla di iCloud sarebbe colpa di iCloud, dicono alcuni. E se invece le donne che possedevano quegli account non avessero messo abbastanza attenzione nella scelta delle loro password? E già nei commenti (ma non solo) la discussione si è spostata dal furto e dalla violenza che sta dietro alla violazione della privacy al «Sì, ma ben ti sta, se scegli una password così…».

Bene. Il discorso può riguardare gli svantaggi economici, le discriminazioni sul lavoro, le molestie, la prostituzione, le foto rubate. Quando ci sono di mezzo le donne, è costante l’atteggiamento che cercherà di sostenere che, in realtà, qualche forma di responsabilità va attribuita a quelle stesse donne che sono al centro del problema (e non userò volutamente la parola vittima, proprio per sfilarmi fin dall’inizio dalla partita). Atteggiamenti che non fanno che confermare gran parte di quel di cui si discute o si scri­ve e, soprat­tutto, gli errori che ven­gono com­messi quando al cen­tro del discorso c’è un indi­vi­duo di sesso fem­mi­nile.

Laura Bates, giovane femminista britannica che ha un blog sul Guardian, che collabora con diverse testate tra cui Independent, Huffington Post e che nell’aprile del 2012 ha fondato il sito Everyday Sexism, ha iniziato a chiedersi se non sia il caso di costruire un luogo in cui fornire una volta per tutte ai “signor-sì-ma” le risposte alle loro obiezioni. Per brevità (e per noia). Lei ha iniziato a raccoglierne alcune:

«Sì, ma le donne non sono interessate»
Se determinati posti di lavoro (per lo più in ambito scientifico) sono assegnati agli uomini, se le donne non hanno ottenuto grandi riconoscimenti, se certi luoghi, compreso inter­net, è domi­nato dal sesso maschile, è anche per­ché le donne o sono meno inte­res­sate a quegli ambiti, o sono meno por­tate o hanno meno tempo a dispo­si­zione. E que­sto «mica è colpa dei maschi». Risponde Laura Bates: «Prendete una bambina, portatela in un mondo che da ogni parte le grida che dovrebbe essere interessata a qualcosa ma non ad altro. Poi, all’età di 15 anni o giù di lì, chiedetele cosa vorrebbe studiare».

«Sì, ma se ti metti la minigonna…»
Il primo errore di questo ragionamento sta nel fatto che prevede un principio irrinunciabile: e cioè che ogni uomo sia un animale con pulsioni talmente incontrollabili da non essere in grado di fermarsi o gestirsi davanti ad una donna che indossa un particolare capo di abbigliamento. La seconda è che questa affermazione non è provata dai fatti. La maggior parte delle vittime di violenza sessuale sono già conosciute dai loro stupratori: insomma lo stupro o la violenza di genere non sono atti casuali e improvvisi provocati da una gonna corta. La violenza sessuale riguarda donne di tutte le età, classi, cultura, razza e fede. L’attrazione esercitata da una vittima e quella percepita da un aggressore hanno ben poco a che fare con la violenza di genere.

«Sì, ma se una donna rimane incinta, perché le imprese dovrebbero pagarne il prezzo?»
È incredibile che questo discorso circoli ancora (siamo nel 2014, ricordiamolo) ma alcune persone, scrive Laura Bates, considerano la gravidanza «come una specie di egoista piccola gita a spese del datore di lavoro». Ora, contrariamente alle credenze popolari, anche gli uomini sono in qualche modo coinvolti nel processo di procreazione: «Le donne non vengono allegramente a bussare alla vostra porta chiedendovi nove mesi di vacanza. Stanno contribuendo a perpetuare la razza umana. Dunque, non è irragionevole aspettarsi che la società, comprese le aziende, ne condividano il costo».

«Sì, ma le donne fanno scelte di vita diverse»
Il problema di questa argomentazione è che si ferma lì. Le donne non dovrebbero privilegiare o la famiglia o la carriera, ma siamo in un mondo che ancora le costringe a farlo. L’obiezione corretta dovrebbe essere dunque «sì, ma le donne sono costrette a fare delle scelte, gli uomini no». A quel punto potrebbe iniziare una discussione feconda.

«Sì, ma anche le donne trattano gli uomini come degli oggetti»
Due torti non fanno una ragione, scrive Bates. E c’è un motivo per cui le persone che sostengono questa tesi citano quasi sempre la pubblicità della Diet Coke: perché non ci sono molti altri esempi memorabili da fare. Sì, anche gli uomini sono oggettivati, ma non così tanto e non così spesso, come avviene invece per le donne. Quindi le due cose non sono paragonabili e non hanno, soprattutto, lo stesso impatto sulla società e sulla cultura.

«Sì, ma sono le donne ad essere le peggiori nemiche delle donne»
Questo argomento sembra suggerire che, poiché alcune donne sono meschine con altre donne, non dovremmo permetterci di affrontare l’oppressione o rivendicare dei diritti. Almeno finché non avremo risolto alcuni problemi o differenze individuali e interne, per così dire. Dire che dovremmo essere tutti e tutte trattate allo stesso modo indipendentemente dal sesso è molto diverso che dire che tutti e tutte dovrebbero essere gentili con l’altro sesso. Questo è un classico tentativo di depistaggio dal problema principale.

«Sì, ma le donne non sono dei bravi capi»
Questo “sì-ma” si basa di solito sull’esperienza personale di chi ha avuto a che fare con un superiore di sesso femminile le cui carenze individuali vengono fatte ricadere sulle donne di tutto il pianeta. Abbiamo avuto tutte e tutti dei superiori maschi poco capaci, ma non abbiamo mai pensato che i loro difetti fossero quelli di qualsiasi altro uomo al mondo. Perché fare lo stesso con le donne?

«Sì, ma perché non l’ha lasciato?»
Questo argomento è di solito rivolto alle vittime della violenza domestica. Si tratta di una variazione sul tema, che comprende anche altri argomenti come «Sì, ma le sono sempre piaciuti i cattivi ragazzi» e «Sì, ma lei lo provoca». Si tratta semplicemente di una profonda mancanza di comprensione delle dinamiche della violenza, ma, soprattutto, questa frase tradisce l’ostinato rifiuto di volersi concentrare sull’autore invece che sulla vittima. La migliore risposta, conclude Bates, è anche la più semplice: «Sì, ma lui perché l’ha fatto?»