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Generazioni Occupy

Il ritorno del sultano. Erdogan rientra in Turchia #OccupyGezi

Sono le 23 e io e Alessandro Madron stiamo lentamente allontanandoci da una piazza Taksim riempita di folla festante. Il Parco Gezi è pieno di manifestanti tutto il giorno, ma alla sera arrivano tutti quelli che di giorno lavorano e parco e piazza diventano un’enorme festa in cui migliaia di persone cantano e ballano, scandiscono slogan e discutono, mangiano e bevono. Decine di banchetti vendono i prodotti più diversi: cibi cotti al momento, frutta, bibite, maschere da sub e occhialini per proteggersi dai lacrimogeni. Una grande sagra di paese.

Un’occhiata rapida a Twitter, per vedere se lontano dalla nostra percezione sta succedendo qualcosa che vale la pena andare a seguire, per sapere se per la seconda sera di fila mentre a Istanbul è festa ad Ankara e in altre città turche va in scena la mattanza. Ed è così che lo scopriamo.

Guardiamo l’orologio, stimiamo i tempi e prendiamo la decisione: andiamo. Ogni strada che accede a Taksim è bloccata da barricate, ma i taxi hanno accesso da un paio di giorni. Perché passano sui marciapiedi. Saliamo sul primo taxi libero che incrociamo, comunichiamo all’autista che dobbiamo andare all’aeroporto Atatürk e che non pagheremo più di 50 lire turche (avere amici turchi che ci insegnano le regole di sopravvivenza ha i suoi vantaggi). E siamo in strada.

E’ il mio passatempo preferito da quando sono qui: chiacchierare con i turchi che incontro e, come se si stesse parlando del tempo, indagare sulla loro opinione su quello che sta succedendo in questi giorni.

«Big problem» ripete due volte il taxista scuotendo la testa. Ma il suo inglese non gli consente di spiegarsi e ci lascia col dubbio di quale sia il problema: Erdogan o le proteste?

Mentre ci avviciniamo all’aeroporto arrivano notizie della situazione che troveremo.

Quando siamo vicini al terminal scendiamo dal taxi e proseguiamo a piedi perché è impossibile proseguire oltre. Corriamo tra decine di sostenitori di Erdogan che sventolano bandiere turche e dell’AKP e automobili, furgoni e camion che sembrano in coda e in realtà sono stati parcheggiati, abbandonati in strada per poter raggiungere l’aeroporto più velocemente. La presenza della polizia è discreta. «Qui non c’è polizia perché nessuno tirerà pietre» mi dice un ragazzo. «Quegli altri, invece, sono çapulcu, tirano pietre alla polizia, è normale che la polizia reagisca». Provo a spiegargli che il primo intervento della polizia, il 31 maggio, è avvenuto con cannoni ad acqua, lacrimogeni e spray urticanti su una folla di qualche centinaia di persone sedute in in parco, ma l’argomento non sembra fare presa: continua a ripetere che se non si tirano sassi la polizia non reagisce.

Più ci avviciniamo e più crescono la folla e la ressa. In tanti sono stupiti di vedere degli stranieri tra loro e chi parla inglese ci dice che stiamo per assistere a qualcosa di memorabile, l’arrivo del «più grande uomo al mondo».

E’ ormai passata l’una di notte e una presenza così consistente di sostenitori dell’AKP si spiega solo con una massiccia operazione di mobilitazione di militanti e simpatizzanti ad evidente beneficio dei media nazionali e internazionali, per mostrare che quelli che manifestano a Taksim e nelle decine di città turche sono davvero una minoranza, «marginali» come li ha definiti Erdogan.

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La folla è composta da gente di ogni tipo, ma in maggioranza uomini, qualche giovane, poche donne rigorosamente velate. Al mio fianco l’immagine più ripresa da fotografi e telecamere di ogni nazionalità:

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Al di là della transenna che separa i sostenitori di Erdogan e me si trova uno spazio a cui hanno accesso giornalisti, autorità e polizia. E in mezzo un pullman sul tetto del quale un uomo con microfono non smette di incitare la folla che scandisce slogan, incita a resistere e non piegarsi perché il popolo è con Erdogan e ripete con frequenza «Allah Akbar».

L’attesa è lunghissima e stancante. In tanti intorno a me hanno l’aria di volersene andare a casa. Ormai sono le 2 di notte. Ma anche ammesso sia possibile -politicamente- andarsene, praticamente è impossibile attraversare la folla, recuperare il proprio mezzo e ripartire prima che tutto sia finito.

Quando finalmente Erdogan e l’inseparabile moglie al suo fianco escono dal terminal la folla impazzisce, letteralmente. Diventa impossibile sentire la voce della persona sul tetto del pullman e distinguere cosa viene gridato. L’entusiasmo culmina quando il primo ministro, la moglie e parte del seguito salgono sul tetto del pullman e Erdogan prende il microfono in mano.

Un lungo discorso scandito dal contrappunto della folla che sottolinea ogni passaggio con entusiasmo o con disapprovazione.

Il discorso di Erdogan è profondamente minaccioso: accusa lobby finanziarie di essere dietro alle proteste di questi giorni (riferendosi al CEO di Garantibank che nei giorni scorsi ha dichiarato di simpatizzare per i manifestanti), difende la polizia che «ha fatto solo il suo dovere per proteggerci da chi attacca la proprietà pubblica e persino le persone». La folla chiede a Erdogan il permesso di andare a radere al suolo Taksim, lui li lascia urlare senza interrompere né rispondere.

E quando il discorso è finito il pullman si allontana tra la folla, Erdogan e la moglie in piedi a fianco al conduttore salutano e sorridono una incontenibile.

Allontanandoci veniamo chiamati da qualcuno alle nostre spalle, in inglese. Ci chiede se siamo giornalisti e da dove veniamo e poi si presenta: è Abdullah Eren, vice presidente e responsabile relazioni internazionali dei giovani dell’AKP di Istanbul. Ci chiede la nostra impressione sul discorso e poi, con un sorriso, liquida il nostro imbarazzo:

Come spiegare che un sostegno fatto di cooptazione, basato su un’inesistente libertà di informazione, sul controllo della popolazione, sulla repressione del dissenso è un sostegno fasullo, duraturo finché dura la forza che lo forma contenendolo, certamente non democratico?

Ci allontaniamo dall’aeroporto diretti a Gezi per vedere come è stato accolto il discorso di Tayyip e per capire se nell’aria si respira paura per uno sgombero imminente dell’occupazione con la sensazione che la situazione qui in Turchia è molto complessa perché se è vero che c’è rabbia e scontento nei confronti del governo è altrettanto vero che Erdogan gode di un vasto sostegno, sincero o controllato, ma comunque sufficiente a non farlo vacillare e a far ritenere l’ipotesi di sue dimissioni assolutamente irrealistiche.

Da parte loro i manifestanti continuano a portare avanti la propria piattaforma di richieste che ha al centro, appunto, le dimissioni di Erdogan. Richiesta che probabilmente non verrà mai accolta ma che, come mi ha detto Justin Wedes in una lunga conversazione ieri, è importante perché rappresenta il minimo comune denominatore che ha permesso a gruppo diversissimi di riunirsi e discutere della Turchia che vorrebbero.

  • Luca

    Brava, bravissima. In bocca al lupo.

  • italo

    sto seguendo il reportage, che trovo molto interessante e ben articolato: ricco di immagini, testi e link.
    qui in italia non si ha un’esatta percezione di quanto sta accadendo: mi pare, comunque, che sia qualcosa di assai diverso dalle “primavere” arabe.
    è diverso il contesto, sono diverse le condizioni di partenza e sarà inevitabilmente diverso, a mio parere, lo sbocco.
    io non credo che il governo (o , meglio, il regime) possa cadere.
    perché ciò avvenga si dovrebbe realizzare una saldatura profonda tra la “piazza”, l’opposizione di sinistra ed i sindacati.
    a proposito di questi, dal mio (limitato) punto di osservazione, ho avuto l’impressione che la manifestazione dell’altro giorno fosse qualcosa di “estemporaneo”, senza in sé il “germe” di rivendicazioni di più lunga portata.
    @tigella, che ci ha raccontato le altre piazze nel suo “anno in hashtag”, negli ultimi due capoversi del post qui sopra mi pare ne sia pienamente consapevole.
    quindi, come andrà a finire?
    taglieranno gli alberi?
    costruiranno il centro commerciale?
    la legislazione anti-alcolici non troverà più opposizione? (anche se io non vado pazzo per il raki… :( ).
    vorrei dire altre cose, ma la sto facendo troppo lunga…
    mi riservo di commentare gli ulteriori sviluppi, che mi auguro positivi per la turchia ed il suo popolo.

  • Federico Francis Bosis

    Ti faccio super complimenti per l’impegno. La tua esperienza “sul campo” (/parco :) ci è veramente utilissima.

    E complimenti anche alla redazione per averti scovata e portata qui tra noi!