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L'urto del pensiero

Il ritorno del fascismo

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di PAOLO ERCOLANI

C’è stato un tempo in cui, specialmente a Sinistra, si impiegava il tempo di un batter di ciglia per affibbiare l’aggettivo “fascista” verso ogni cosa o persona che non rispondevano a determinati criteri.
Ciò è stato vero al punto che, chi scrive, era arrivato a trovare oltremodo fastidiosa e patetica tale consuetudine. Non di rado a rischio di suscitare dubbi, o persino maldicenze, in quello stesso schieramento della Sinistra a cui pure appartenevo e appartengo.
Quindi si può immaginare il disagio, accompagnato però da una ferma convinzione, con cui mi ritrovo a denunciare senza mezzi termini il ritorno del fascismo nella nostra epoca.

L’epoca fascista

Parlo di epoca nello stesso senso in cui lo storico Ernst Nolte (“I tre volti del fascismo”) ha magistralmente descritto il fascismo, non tanto come fenomeno storico e ideologico agevolmente definibile e che si afferma in una determinata epoca, quanto come il prodotto fisiologico di un epoca che manifesta ai più vari livelli la sua essenza fascista.
Da questo punto di vista è bene sapere che la nostra, in questo secondo decennio del XXI secolo, si rivela come un’epoca le cui caratteristiche macro e microscopiche sono quelle tipiche di un’altra epoca, quella tra gli anni Venti e Quaranta del secolo scorso, in cui a vari livelli e con diversi regimi si è affermata l’ideologia, la prassi e financo la cultura fascista.
Sì, perchè il fascismo non è tanto questo o quel personaggio, questo o quel movimento che ad esso si richiamano esplicitamente o per nulla, bensì una serie di tipologie che rendono più agevole l’emersione di determinati personaggi e specifici movimenti che di fatto si rivelano fascisti.
Provo a riassumere sommariamente tali tipologie che ormai connotano anche la nostra, di epoca, come è stato per quella in cui erano emersi i dittatori europei del Novecento.

La crisi economica

Innanzitutto la crisi economica. Essa, oggi come allora, si manifesta attraverso due principali caratteristiche detonanti: la disoccupazione e l’allargamento della forbice sociale (meno ricchi sempre più tali, più poveri sempre più tali). Due caratteristiche che colpiscono in maniera radicale e devastante il ceto medio. Quello stesso ceto medio che ha costituito l’ossatura di ogni regime fascista in qualunque paese.
La crisi economica e sociale del ceto medio, come anche di quello medio-basso, non produsse una fuga verso il socialismo neanche nel Novecento (come magistralmente descritto da W. Reich, “Psicologia di massa del fascismo”), figuriamoci oggi che il socialismo neppure c’è.
Il ceto medio delle società industriali, qualora impoverito ed esasperato, si rifugia in soluzioni fasciste. Ancora di più il ceto medio della nostra epoca, lobotomizzato, involgarito e reso quantomai plasmabile da decenni di giostra mediatica e volgarizzazione dei processi informativi e culturali.
All’interno di questa crisi economica si inserisca pure il nuovo conflitto di classe, che avviene principalmente fra i sempre più numerosi “penultimi” (gli impoveriti delle società occidentali benestanti, spesso abitanti delle piccole città o delle periferie) e gli “”ultimi” (immigrati, profughi, emarginati in genere), mentre sono sempre di meno i “primi”, ossia coloro che godono di benessere economico, tranquillità lavorativa e sociale e privilegi esistenziali.

La crisi internazionale

Alla crisi economica aggiungiamo quella internazionale. Come all’inizio dei conflitti mondiali del Novecento era finito il predominio inglese, oggi si sta eclissando il predominio assoluto degli Stati Uniti. Emergono nuove potenze (Russia, Cina e India su tutte), ma soprattutto manifesta segni di esasperazione e rivalsa quel mondo arabo che, nella sua parte più fondamentalistica, si è organizzato in maniera armata per porre fine a secoli di dominio occidentale e cristiano a livello planetario.
Tale crisi internazionale, da una parte esaspera il pensiero tradizionalista e reazionario occidentale, che si sente chiamato a difendere l’identità cristiana dagli assalti degli islamici e delle culture altre in genere; dall’altra produce nuovi e più ampi fenomeni migratori, quali, in correlazione con molti degli aspetti suddetti, contribuiscono ad alimentare la fiamma del conflitto sociale e culturale.
Il combinato di questi due fattori, non produce figure bellicose, fondamentaliste e autoritarie soltanto nel mondo arabo (Isis e Al Qaeda su tutti), ma anche in Russia e in Occidente, dove ormai anche il suo paese simbolo (gli Usa) è governato da un signore che, per i toni come per i propositi, non ha moltissimo da invidiare alle peggiori figure del passato.

La crisi culturale

Alla crisi economica e internazionale, infine, aggiungiamo quella culturale. L’attacco alla cultura (specie nella sua forma umanistica) è sotto gli occhi di tutti, ma anche l’impoverimento culturale e la mortificazione crescente di tutto ciò che afferisce alla dimensione della conoscenza (la Scuola sopra ogni cosa) sono segnali evidentissimi per chiunque non voglia nascondersi la questione.
Negli Usa come in Europa, in Russia come nel mondo islamico, emerge sempre più netto anche l’imbarbarimento culturale verso le donne, gli omosessuali, i non bianchi e i diversi in genere, arrivando fino al punto di mettere seriamente in discussione capisaldi che ritenevamo definitivamente acquisiti.
Si tratta di un “fascismo culturale” che, con la sua già vista idea di presentarsi anche come socialista e anticapitalista (come fece il fascismo originario, salvo dimenticarsi quasi subito di tali propositi), in nome della tutela dei diritti economici e sociali consente la messa in discussione e persino lo smantellamento dei diritti politici e culturali pur faticosamente ottenuti attraverso secoli di lotte.
Lo stesso fascismo, del resto, si fece scudo dietro alla presunta “questione sociale” (che mai gli stette veramente a cuore, visto che curò gli interessi esclusivamente dei ricchi industriali e banchieri), per poter in realtà assestare il colpo di grazia alla democrazia liberale e affermare ai più vari livelli della società una cultura reazionaria e autoritaria.

Dalla democrazia all’autoritarismo

Nè mancano le squadracce di “picchiatori”, in questa epoca infausta, che con tutte le differenze del caso nel mondo islamico sono rappresentate dai fondamentalisti che arrivano fino a farsi esplodere per uccidere, ma anche nel mondo occidentale sono costituite da quei “leoni da tastiera” che trasudano volgarità e violenza ancora (ma per quanto?) virtuali.
Se il periodo dopo le due guerre mondiali si è caratterizzato, con tutti i limiti del caso, attraverso quella che Dewey chiamava “democrazia cognitiva”, oggi dobbiamo prendere atto del fatto che stiamo sempre più sprofondando in un autoritarismo da analfabeti funzionali.
Fondamentale sarà anche il ruolo e il comportamento della Chiesa, che con il fascismo tradizionale fu quantomeno compiacente, mentre da un papato come quello di Francesco è lecito aspettarsi un’opposizione netta e radicale verso ogni movimento o trend che moritifichi l’essere umano.
La storia del fascismo novecentesco sappiamo come è andata a finire.
Non so dire se questo ritorno del fascismo anche nel nostro, di secolo, produrrà effetti simili o diversi, più gravi o meno gravi.
L’unica cosa che so bene è che se non prendiamo coscienza di tale deriva, e non corriamo ai ripari, ci aspetta un futuro prossimo all’insegna del nero.