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Popocatépetl

Il ritorno del dinosauro

sabato 1 dicembre 2012

L’insediamento di Enrique Peña Nieto alla presidenza del Messico riporta al potere il Partido Revolucionario Institucional con la sua coda di corruzione, impunità, autoritarismo e repressione.

Il dinosauro della politica messicana – “dittatura perfetta” secondo Mario Vargas Llosa, “orco filantropico” per Octavio Paz – in realtà non era mai andato in pensione: governa 20 dei 32 stati e, a livello centrale, ha cogovernato con il Pan, il partito dell’estrema destra cattolica che ha occupato la presidenza negli ultimi 12 anni con Fox e Calderón. L’uscita di scena di quest’ultimo, che grazie alla sua arrogante incompetenza e alle sue politiche fallimentari lascia un paese distrutto e sanguinante, ha provocato un sospiro di sollievo generale. Ma l’entrata in scena di Peña Nieto, a cavallo di un’elezione comprata dai grandi capitali, non è certo la luce in fondo al tunnel: sabato 1 dicembre, giorno di inizio del nuovo sessennio, le manifestazioni di protesta contro la sua imposizione sono state represse con una violenza intimidatoria ma anche simbolica. E’ il ritorno della presidenza imperiale?

Intanto, dei 70 arrestati di quel giorno – quasi tutti estranei agli scontri, iniziati da provocatori pagati – 55 sono già stati liberati grazie alla pressione della società civile e alle testimonianze visive (foto, video, riprese di cellulari). Questa è la grande differenza dagli anni ’60-’70: la diffusione della tecnologia audiovisiva serve a sbugiardare le false versioni delle autorità e le mette di fronte allo specchio, rendendo più difficili – e in certi casi impossibili – le manipolazioni.

Nell’esordio del nuovo governo, i responsabili dell’ordine pubblico non hanno fatto una gran bella figura. Tutte le loro dichiarazioni sono state puntualmente smentite da immagini e da evidenze: che la polizia non aveva in dotazione proiettili di gomma (un giovane manifestante ha perso un occhio a causa di una di queste munizioni); che i lacrimogeni non sono stati sparati ad altezza d’uomo (il regista teatrale José Francisco Kuykendall è in coma, con il cranio sfondato da un candelotto che ha provocato la fuoriuscita di materia cerebrale); che non sono state usate squadre di agenti in borghese (abbondantemente fotografati); che non sono stati ingaggiati vandali a pagamento (si è saputo perfino il prezzo: 300 pesos, pari a 18 euro).  

Traduco due articoli, apparsi sul quotidiano La Jornada (www.jornada.unam.mx) sul giorno iniziale della nuova presidenza. Il primo è una cronaca di Paco Ignacio Taibo II sul vissuto di quel sabato a livello strada. L’altro è un pezzo di riflessione di Adolfo Gilly sul perchè di tanta violenza (e da dove viene e a chi giova).            

Paco Ignacio Taibo II

I segnali dell’inverno che viene

di Paco Ignacio Taibo II

Erano molti anni che non vedevo uno schieramento di polizia come questo. Migliaia di uomini in divisa e centinaia in borghese denunciati dal taglio di capelli. La città pullula di uniformi blu. Il Viadotto chiuso in alcuni tratti, aperto in altri. Non c’è molta logica nell’accerchiamento, solo dimostrare potere, dispiegarlo come un manto temibile, dissuasivo, simbolo dei nuovi tempi, e creare la protezione di un doppio guscio per impedire che Peña Nieto ascolti che in questa città l’immensa maggioranza lo detesta e pensa che ha comprato le elezioni.

–        Ma non aveva vinto Peña Nieto? E dove stanno quelli che hanno votato per lui? – dice il mio vicino del laboratorio di tappeti.

Con Paloma ci avviciniamo camminando a San Lazaro (sede del Congresso, ndt), osservando decine di blocchi, transenne, barriere metalliche, file di poliziotti. Per telefono, radio e twitter arrivano notizie di scontri e si dice che un giovane è morto (poi si preciserà che è rimasto gravemente ferito). Alcuni compagni sciolti si uniscono a noi. Un ragazzo piuttosto pallido riceve pacche sulle spalle dai suoi compagni. L’hanno fermato, messo in una macchina della polizia e picchiato. L’intervento di un gruppo di studenti ha ottenuto il suo rilascio. Non ha in mano né pietre, né bastoni, né molotov, e neanche una fionda con biglie, solo una bandiera di cui non posso leggere il messaggio perché è piegata.

Arriviamo all’angolo di Fray Servando, dove c’è un gruppo di maestri democratici della sezione 9 di fronte a uno schieramento di polizia. Qualcuno parla con un megafono ai poliziotti della prima fila (che sono della città), dietro di loro c’è una seconda fila e poi una fila di polizia federale. “Policía, escucha, tu hijo está en la lucha”, (poliziotto ascolta, tuo figlio sta nella lotta) scandisce il gruppo. Quello del megafono domanda ai poliziotti se li hanno fatti venire per proteggere i federali, gli suggerisce di chiedere un aumento di stipendio e, naturalmente, di organizzarsi in un sindacato democratico.

Non è chiaro dove si è concentrata la gente. Come in tante altre manifestazioni degli ultimi mesi, l’appello è caotico. Le notizie che arrivano, anche. Sembra che ci siano molti feriti. Una parte del gruppo si separa e cerca di arrivare allo Zocalo. Noi andiamo verso l’Angelo dell’Indipendenza, dove è già cominciato il meeting del Morena (il Movimiento de Regeneración Nacional di López Obrador, ndt).

Con le informazioni che si hanno in questo momento, Andrés Manuel López Obrador (Amlo) prende duramente posizione: “No a la represión”. Le richieste della società non si risolvono con proiettili di gomma e manganelli. Gli scontri sono il risultato diretto della frode elettorale. Amlo chiede le dimissioni, la destituzione del ministro degli interni Osorio Chong, appena nominato, e, se si dimostra la sua responsabilità, dello stesso Mondragón, che ha lasciato l’amministrazione della capitale (in cui era il capo della polizia, ndt) per diventare sottosegretario agli interni nel nuovo governo del Pri.

Il meeting di Amlo si scioglie molto lentamente, arrivano di continuo voci e notizie. Si parla di scontri nelle vicinanze dello Zocalo, di fronte all’Alameda, in Belle Arti, vicino al monumento alla Rivoluzione, dove anche il Prd della capitale (Partido de la Revolución Democrática, di centro-sinistra, ndt) ha indetto una manifestazione di ripudio al nuovo presidente. Un dimostrante che viene dal centro rilascia la sua testimonianza: ha ascoltato un ufficiale di polizia che ordinava di caricare un gruppo pacífico di manifestanti al grido di “massacrateli!”, mostra le foto dei feriti. Si parla di giornalisti picchiati. Qualcuno domanda: perché sparano i candelotti a altezza d’uomo? Non si tirano a parabola?

Qualche ora più tardi, un primo bilancio stima 165 feriti, decine di detenuti, quasi 100 denunciati. Vedo in internet foto di vetrine rotte di banche, hotel e supermercati vicino a Belle Arti. Che è successo?

Per prima cosa, che il nuovo governo mostra i denti e il futuro stile di governare e lo fa con la complicità del governo della capitale. Per mesi si sono susseguite manifestazioni senza alcuna violenza, in cui milioni di persone hanno espresso il loro diritto a dissentire. Circondare il Congresso, dispiegare la polizia implica limitare questo diritto. Questa è la prima provocazione e viene dal governo federale. In che articolo costituzionale si nega il nostro diritto a dire che Peña non ha vinto le elezioni? Che queste sono state una frode basate su migliaia di voti comprati? Dove si dice che non possiamo dirlo di fronte al palazzo del Congresso o in mezzo ai canali di Xochimilco?

Sembra innegabile anche che impedire che una parte dei cittadini protesti vicino a San Lazaro o nel Zocalo ha arroventato un ambiente già surriscaldato di per sé e che una parte del movimento è caduto nella trappola di confrontarsi violentemente con la polizia. Non sono d’accordo con loro, continuo a pensare che il vero radicalismo sta nella ricerca delle maggioranze, nell’organizzazione della società, nel recupero dei sindacati e delle condizioni umane di lavoro, ma non posso demonizzarli. Però mi pronuncio apertamente contro il vandalismo: deturpare con spray il monumento a Benito Juárez, spaccare le vetrine di un supermercato o di una banca, distruggere un cassonetto di rifiuti non favorisce certo l’ampio movimento, danneggia innocenti cittadini e regala una foto agli sciacalli dei media, che confermano così il loro eterno discorso che la civiltà sta nel potere, nell’arrivismo, nel culto all’immobilità del sistema.

In serata continuano ad arrivare le informazioni più strane. Ne confermo tre che mi sembrano particolarmente importanti: un maestro, la sera del giorno prima, assiste all’arrivo di vari camion nelle vicinanze del cinema Metropolitan. Curiosando si avvicina a quelli che ne scendono. “Venite in pellegrinaggio?”, domanda scherzando. “Veniamo a rompere le ossa agli studenti del movimento 132”, risponde un tipo incazzato. Il maestro li segue da lontano. Vede vari di loro marcare le vetrine di alcuni edifici di fronte all’Alameda. Un’altra testimonianza della stessa sera del venerdì riporta che nelle stazioni della metropolitana vicine a San Lazaro (perlomeno in due), che il giorno dopo sarebbero state chiuse e poi aperte, qualcuno aveva depositato vari fasci di bastoni. Una terza testimonianza parla di un gruppo di giovani alieno al movimento che portavano un segno comune di distinzione e che hanno partecipato a vari scontri. Al confronto fra alcuni gruppi della sinistra radicale e i poliziotti si sarebbe aggiunta dunque una provocazione? Chi aveva interesse a farla?

La sera la televisione realizzerà il suo gioco tradizionale. Farà del commentario banale una festa. Non ci sarà un solo riferimento al modo dubbio con cui Peña Nieto ha vinto le elezioni, né un solo accenno alla violenza poliziesca, sebbene ogni tanto si infiltrino delle immagini di poliziotti che prendono a calci un giovane a terra. Le dichiarazioni di Marcelo Ebrard (il sindaco di Città del Messico, del Prd, ndt) lavano la faccia sporca alla polizia federale.

Comincia a circolare la lista dei detenuti. Mostra che, a differenza di quanto ha dichiarato Ebrard – che di ogni detenuto c’erano le prove che aveva commesso un reato aggredendo un poliziottto o facendo atti di vandalismo – molti sono stati arrestati per dire ad alta voce quello che pensavano,  perché stavano passando, perché hanno cercato di difendere un giovane caduto a terra contro cui i poliziotti si stavano accanendo.

La notte del sabato ho sognato di avere perso le mie scarpe nere. Qualcuno me le ha tolte e mi tocca camminare scalzo per le strade. E’ un sogno assurdo, ossessivo. Suppongo che abbia a che vedere con le foto delle scarpe abbandonate dopo la strage di Tlatelolco o con quella manifestazione del 26 luglio del 1968, quando i granaderos ci accerchiarono nella calle de Palma e per un quarto d’ora manganellarono il nostro gruppo di studenti. Si allontanavano, tornavano, si avvicinavano alle prime file, bastonavano e si ritiravano. Non avevamo scampo e il migliaio di ragazzi che eravamo ci facevamo piccoli calpestandoci. Fu allora che persi una scarpa.

Il sogno è un avvertimento? Ritornano i tempi cupi? Bisognerà fermarli.

 

LE MANI SULLA CITTÀ

di Adolfo Gilly

La prima promessa di campagna mantenuta dal cittadino Enrique Peña Nieto, presidente del Messico, è stata quella che fece l’11 maggio scorso nell’Universidad Iberoamericana: “Assumo la piena responsabilità dei fatti di Atenco (dove, nel maggio 2006, lo stesso Peña Nieto, allora governatore dello stato del Messico, ordinò di reprimere i comuneros che difendevano le loro terre dalla costruzione di un aeroporto. Il bilancio di quella azione repressiva fu di due morti, 40 feriti, 211 detenuti e 26 donne violentate, ndt). I responsabili sono stati portati davanti ai giudici, ma ripeto: fu un’azione decisa nel legittimo diritto  che ha lo Stato messicano di usare la forza pubblica per ristabilire l’ordine e la pace:”

Il primo dicembre, giorno dell’insediamento alla presidenza di fronte al plenum del Congresso, la forza poliziesca e parapoliziesca – secondo quanto è rimasto registrato in riprese, fotografie e testimonianze – è stata lanciata contro manifestazioni di giovani o pacifiche o comunque controllabili in anticipo se si fosse voluto. Invece no: era ora di farci sapere di che si tratta e che i giovani del movimento #YoSoy132, e con loro l’intera Città del Messico, pagheranno per la colpa di essersi ribellati.

Era ora di mettere ordine – e paura – in questa città che non si lascia dominare, dove l’opposizione democratica ha raccolto il 63 per cento dei voti e gli studenti hanno accerchiato Televisa senza che ci sia stato – ricordiamolo bene – un solo esempio di violenza durante la difficile campagna elettorale. Era ora di farci sapere che, anche da parte loro, Atenco no se olvida, non si dimentica.

La volontà di dare una lezione è la ragione visibile della struttura difensiva e minacciosa eretta intorno al Congresso da una settimana prima, chiudendo strade e stazioni della metropolitana e innalzando imponenti barriere metalliche nelle vie adiacenti a San Lazaro (sede del Congresso, ndt). Dietro a queste barriere, ripiegate alcuni giorni dopo in seguito alle proteste cittadine ma non smantellate, le immagini filmate il primo dicembre mostrano non solo le forze della Policía Federal, ma anche squadre di civili con berretti, giacconi e alcuni con il viso semicoperto che camminano disinvoltamente tra i federali in divisa. Di che si trattava?

Così si è vista, la mattina di quel sabato, la violenza scatenata dai federales a San Lazaro, lanciando candelotti lacrimogeni e proiettili di gomma ad altezza d’uomo; e il pomeriggio, prima la passività della polizia della città di fronte ai negozi devastati in Avenida Juárez – chi la comandava il giorno del cambio della guardia? – poi gli arresti indiscriminati di altri giovani in altri luoghi, compresi molti che volevano dialogare con la polizia e sono stati accerchiati, trascinati e arrestati da quegli stessi agenti. In una lista di 58 detenuti pubblicata su La Jornada del 3 dicembre da Imágenes en Rebeldía, 40 hanno meno di 26 anni.

Così abbiamo visto anche le inesplicabili devastazioni sull’Alameda, come una specie di messaggio diretto a Marcelo Ebrard, il sindaco della capitale, distruggendo con accanimento la sua ultima opera urbana. E per ultimo abbiamo potuto vedere, lunedì 3, l’efficacia e la calma di quella stessa polizia cittadina nello scortare la manifestazione di protesta di quel pomeriggio su Avenida Reforma. Oggi, martedì 4, mentre scrivo queste righe, nessuna autorità ha spiegato tanti comportamenti in apparenza contradditori. Neanch’io ho una spiegazione, solo alcune riflessioni di fronte a una violenza che non vedevamo da molto tempo nella capitale.

Il Pri, il Partido Revolucionario Institucional, ha riconquistato la presidenza. Nei suoi lunghi anni al potere (dal 1929 al 2000, ndt) ha sempre governato tenendo il comando effettivo della capitale, salvo negli ultimi tre anni della presidenza di Ernesto Zedillo, dal 1997 al 2000, quando perse il governo della città per opera di Cuauhtémoc Cárdenas e del Prd, e da allora non lo ha riconquistato. Più ancora: dopo i governi di Cárdenas (e il breve interregno di Rosario Robles), di Andrés Manuel López Obrador e di Marcelo Ebrard, nelle ultime elezioni il candidato del Prd, Miguel Mancera, è stato eletto con il 63 per cento dei voti. In cambio, nell’elezione nazionale, Enrique Peña Nieto ha raggiunto (ufficialmente) solo il 38 per cento.

Per il Pri si tratta di un’anomalia intollerabile: i poteri della Federazione risiedono in una capitale ribelle al suo comando e ai suoi modi. Ora che il partito ritorna al potere nazionale, dopo il fallito interludio del Pan con Fox e Calderón, ha bisogno di recuperare il comando di fatto – anche se non lo ha di diritto – su Città del Messico. Miguel Mancera, il nuovo sindaco entrante della capitale, è avvisato. A Ebrard, nei suoi ultimi giorni di governo, bande sconosciute hanno ridotto in frantumi la sua vetrina di commiato, l’accurata opera di ristrutturazione dell’Alameda, appena conclusa. Chi sono? Gli  #YoSoy132? Gli anarchici? I saccheggiatori dei negozi che andavano dritti all’obiettivo? Andiamo, per favore, siamo seri! Se qualcosa si capisce nella penombra di questi ultimi giorni è che anche Marcelo Ebrard è stato avvisato.

Sono avvisati anche, su come sarà la partita, gli studenti e i professori di Unam (Universidad Nacional Autónoma de México), Uam (Universidad Autónoma Metropolitana), Universidad Iberoamericana, Ipn (Instituto Politécnico Nacional) e quanti come loro, in altre scuole o università, si azzardino ad emulare la prodezza della Ibero a maggio (quando, l’11 maggio, gli studenti contestarono Peña Nieto in campagna, mettendolo in fuga, e nacque il movimento “Yo Soy 132”, ndt) e a sognare un Messico di giustizia, libertà e pace. Siamo tutti avvisati. Perché il Pri, a sua volta, sia avvisato, bisogna ottenere la libertà di tutti i detenuti nel nefasto giorno iniziale del sessennio. L’ultimo presidente di questo partito, Ernesto Zedillo Ponce de León, ottenne il 48 per cento dei voti nel 1994. Nel 1997 perse Città del Messico, questa capitale ribelle, democratica e impertinente degli Stati Uniti Messicani. Fino ad oggi.

Ora vogliono riprenderla. Difendiamola.